THE BUNNY GAME di Adam Rehmeier

thebunnygame1Sylvia Grey [Rodleen Getsic] è una prostituta tossicodipendente. Per strada è conosciuta con il nome di “Bunny”; accetta clienti di ogni tipo, purché disposti a pagare per passare qualche momento di piacere con lei.

La ragazza si trascina, così, passivamente e alienata, tra le vie di Los Angeles, vendendo il suo corpo per potersi permettere ancora una dose di cocaina, un po’ di cibo, e un posto per dormire, andando avanti alla giornata. Dopo essere stata violentata e derubata, sotto effetto di droga, da un cliente, la donna cerca di ricominciare ancora una volta da zero e, ripresa la strada, incontra un camionista di nome JR [Jeff Renfro]. Lui la invita a salire sul suo camion, le fa delle avance, e le offre della cocaina, ma quello è solo l’inizio. L’uomo rapisce la donna, la lega nel retro del suo camion e da lì inizia a sottoporla ad una serie di umiliazioni e di torture, fisiche e psicologiche, ripetute e crudeli, fino ad annullarne la stessa identità di individuo.

“Bunny” è ormai un oggetto nelle mani del suo torturatore, che filma ogni momento di questo osceno rituale, per poi riguardare i video, eccitandosi alla vista della paura, e arriva ad affidare al caso il destino stesso della donna. Il tutto filmato in un livido bianco e nero.

Questo è, a grandi linee, il The bunny game di Adam Rehmeier: l’estremizzazione del Genere del torture porn?

thebunnygame2Affatto: perché Rehmeier, regista indipendente statunitense, vuole vestire di autorialità un prodotto del tutto privo di karma, esasperando il concetto di cinema verità puntando su due interpreti con esistenze parallele a quelle dei protagonisti interpretati. Lei, Rodleen Getsic, pare abbia realmente vissuto un’esperienza di rapimento, pur se non paragonabile a quella estrema narrata nel film; lui, Jeff Renfro, è un vero camionista, amico del regista.

Bene. Ma i dubbi sul progetto rimangono, e sono ben solidi. Riguardano l’incomprensibilità del senso stesso di mettere in scena una non storia che esasperi il senso stesso di violenza, di snuff, di torture, tentando di elevarsi a viaggio esperienziale, senza riuscirci, Pensando che il coraggio, l’anima del film, debba dimostrarsi attraverso la capacità di shockare [il rapporto di sesso orale tra la prostituta e il cliente che inquadra l’incipit; le umiliazioni fisiche; la tosatura e la marchiatura a fuoco dell’oggetto “Bunny”].

thebunnygame3Ma quale shock può venir fuori da immagini vuote che non instaurano con lo spettatore nessun meccanismo empatico?

Forse è il caso di paralare di ribrezzo, allora. E il rifiuto a guardare un film come The bunny game potrebbe essere, in questo caso, del tutto intellettuale, e per nulla epiteliale.

Bannato dalla Gran Bretagna e rimbalzato in molti festival di Genere, in tutto il mondo, The bunny game rappresenta, per chi scrive, un enorme buco nell’acqua: il nulla.

L’edizione francese, distribuita da Elephant Films, con copertina cartonata con illustrazione e custodia amaray, interna, con il volto della vittima avvolto in una busta di plastica in prima di copertina, contiene al suo interno una dichiarazione di intenti di regista e interpreti, della durata di 16 minuti circa, e un video con la Getsic che schitarra una canzone stonata.

Luca Ruocco

THE BUNNY GAME

Voto film

0.5 Teschi

Voto DVD

2.5dsc copy

Regia: Adam Rehmeier

Con: Rodleen Getsic, Jeff Renfro

Durata: 115’

Formato: 16:9 – 1.85:1

Audio: Francese, Inglese 5.1 Dolby Digital

Distribuzione: Elephant Films [www.elephantfilms.com]

Extra: Génèse du project; Clip musical de Rodleen Getsic; Bandes-annonces