In sala

LE VERITÀ di Hirokazu Kore-Eda

Le verità è la storia del rapporto conflittuale tra Fabienne [Catherine Deneuve], madre e star del cinema ammirata dagli uomini, e Lumir [Juliette Binoche], figlia e sceneggiatrice afflitta dall’ingombrante figura materna.

Quando viene pubblicata la biografia dell’attrice, Lumir torna a Parigi con suo marito [Ethan Hawke] e la sua bambina dall’America, dove la piccola famiglia si era trasferita anni prima per porre una distanza fisica ed emotiva con Fabienne. Il ricongiungimento tra madre e figlia, dopo questo lungo perido di lontananza, sarà più turbolento che mai e porterà a galla verità non dette, risentimenti mai sopiti e confessioni rimaste a lungo sepolte.

Ogni forma di narrazione ci porta a immedesimarci e riconoscerci in personaggi, situazioni, emozioni. La peculiarità di chi crea forme artistiche sta nel modo in cui si racconta una determinata storia; il come si racconta diventa più importante del cosa si racconta.

La forza del cinema di Kore-Eda Hirokazu, che si è imposto a livello internazionale grazie a Father and Son prima, e alla Palma d’Oro con Un affare di famiglia poi, sta nel riuscira a rendere peculiari e uniche delle storie di quotidianità: relazioni sentimentali, rapporti tra genitori e figli, l’incombenza del passato e il suo essere sempre ingombrante, nel bene e nel male.

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JOKER di Todd Phillips [Pro&Contro]

[PRO]

Arthur Fleck [Joaquin Phoenix] sogna da sempre di lavorare nel mondo della stand-up comedy; vuole solo essere notato e che nessuno rida più di lui ma con lui. La vita però, come nelle migliori tragedie, gli riserverà solo una brutta giornata, o un’infinita sequela di brutte giornate, nel suo caso.

Non era facile scrivere un film su Joker, considerata la mole immensa di opere che raccontano la sua storia in modo impeccabile; il rischio di mettersi inimicarsi i fan più intransigenti, come già è successo per Suicide Squad, era a dir poco enorme. Per ovviare a questo problema Todd Phillips – regista e sceneggiatore della pellicola – ha scelto una strada ancora più rischiosa, raccontare una storia nuova, pur rubando evidentemente da ogni precedente interpretazione di Joker. E sceglie di affidare a Phoenix l’arduo compito di far funzionare tutti questi elementi eterogenei, regalando una nuova vita al personaggio.

Sotto questo punto di vista Joker si presenta più come un esperimento, per quanto maniacalmente studiato; è un cinecomic solo sulla carta, la sua anima appartiene al mondo del fumetto e del cinema autoriale. Ma il punto di forza maggiore del progetto è il tentativo di non limitarsi ad un film di genesi e, anzi, stratificarlo con una buona dose di critica sociologica, dettaglio che gli consente di indagare nell’animo, oltre che nel passato, di Arthur Fleck.

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EAT LOCAL di Jason Flemyng

Una volta ogni cinquanta anni i vampiri britannici si riuniscono in una tranquilla fattoria per discutere di territori controllati, controverse varie, eventuali minacce e per approvare nuove misure per garantirsi scorte alimentari. In questa riunione i vampiri dovranno discutere inoltre l’aggiunta di un nuovo membro. Il ragazzo prescelto è Sebastian Crockett, attirato nella fattoria dalla sexy Vanessa.

Sfortunatamente per tutti proprio il colonnello delle forze speciali ammazza vampiri Bingham è venuto a conoscenza della riunione segreta ma avendo sottovalutato il reale pericolo non ha con se abbastanza uomini per affrontare la congrega di vampiri.

La sopravvivenza dei soldati e di Sebastian è a serio rischio e la priorità diventa arrivare, possibilmente vivi, all’alba.

I vampiri si adattano molto bene alle contaminazioni di Genere. Pensiamo solo a tre esempi, uno più datato come Per favore, non mordermi sul collo [Polanski, 1967, una commedia, quasi una parodia dei film della Hammer] e due più recenti: Solo gli amanti sopravvivono [Jarmush, 2013, una storia drammatica e profondamente romantica] e What We Do in the Shadows [Waititi e Clement, 2014, un mockumentary in cui una troupe televisiva segue la vita di un gruppo di vampiri a Wellington].

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RAMBO: LAST BLOOD di Adrian Grunberg

Dopo aver combattuto soldati sovietici in Vietnam e Afghanistan, e massacrato brutali combattenti dell’esercito birmano, ritroviamo John Rambo nel ranch di famiglia dove può finalmente trascorrere una vita tranquilla. Ben presto però il suo destino lo strapperà alla quiete e lo riporterà a scatenare l’inferno contro un ultimo nemico. John Rambo dovrà infatti affrontare il suo passato e rispolverare le sue abilità di combattimento. Tornerà in azione per salvare la nipote di un’amica al lui molto cara, rapita da un cartello messicano coinvolto nel commercio sessuale di ragazze nelle zone dell’Est. Ad aiutarlo sarà una giornalista in cerca di verità per la sorellastra morta.

Sylvester Stallone sta cercando di portare ad una degna conclusione gli archi narrativi dei personaggi più iconici che ha interpretato in carriera. Se con Rocky ci sta riuscendo davvero egregiamente, soprattutto con il primo capitolo di Creed [che avrebbe meritato, come ciliegina sulla torta, anche l’Oscar da non protagonista per Sly], la stessa cosa non può dirsi per John Rambo.

Questo Last Blood, diretto da tale Adrian Grunberg, sembrava voler dare una chiave di lettura western, anche nell’approccio visivo, al personaggio.

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LOU VON SALOMÉ di Cordula Kablitz-Post

Ci sono film dai quali è lecito aspettarsi delle cose e nello specifico di Lou von Salomè quel qualcosa è un livello maggiore di coinvolgimento per il pubblico nei confronti della storia e della figura che la anima, a maggiore ragione se quest’ultima ha fatto delle emozioni portate agli estremi, volutamente trattenute o violentemente esplorate, il leitmotiv di un’esistenza, il cui corso è diventato [s]oggetto di una drammaturgia.

Nella pellicola che Cordula Kablitz-Post ha dedicato alla celebre scrittrice, poetessa, intellettuale e psicologa russa, dai più considerata un vero e proprio archetipo di militante femminista per il suo rifiuto delle convenzioni borghesi dell’epoca [a cominciare dall’importanza per una donna di sposarsi e avere figli] e musa ispiratrice dei più grandi pensatori di inizio Novecento [tra cui  tra cui Nietzsche, Rilke e Freud], l’asticella del termometro emotivo a un certo punto si stabilizza, non riuscendo più ad andare oltre una certa soglia. La temperatura di fatto si cristallizza e l’opera prima della cineasta tedesca ne risente per tutto il resto della timeline.

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IT – CAPITOLO DUE – La Video-Recensione

Pennywise torna a terrorizzare i Perdenti dopo ben ventisette anni nel capitolo conclusivo di It, firmato nuovamente da Andrés Muschietti.
Ad essere veramente inquieti però erano i fan del romanzo, preoccupati dal già traballante esito del primo lungometraggio.

Timori che, purtroppo, hanno trovato conferma in questa seconda operazione del regista, priva della forza necessaria per affrontare una degna conclusione.

Dopo il salto la Video-Recensione di Claudia Anania!

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MARTIN EDEN di Pietro Marcello

“… Ho questo premio tra le mani anche grazie ad un uomo di nome Jack London, che ha creato questo personaggio meraviglioso, un marinaio che cercava la verità, e per questo vorrei dedicare questo premio a tutte le persone splendide che sono in mare a salvare altri esseri umani che fuggono da situazioni inimmaginabili. Grazie. E grazie anche per evitarci di fare una figura pessima con noi stessi e con il prossimo. Viva l’umanità e viva l’amore”

Questo estratto tratto dall’ intenso discorso di Luca Marinelli dopo aver ricevuto la Coppa Volpi come migliore interpretazione maschile alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia per il film Martin Eden del regista Pietro Marcello, è degno di nota perché non solo è un invito a non perdere di vista la nostra umanità dopo una lunga fase, politica e sociale, in cui l’accoglienza e il soccorso di vite umane sono state spesso tacciate di buonismo se non addirittura di favoreggiamento alla criminalità, ma perché quello di Marinelli è un grido di allarme a questi tempi così burrascosi, violenti, incerti e freddi.

Pietro Marcello, al suo secondo film dopo Bella e perduta, decide di confrontarsi con uno dei romanzi più belli e famosi nientemeno che di Jack London, edito nel 1909, mettendo in atto una trasposizione cinematografica ambientata in un periodo storico indefinito, non recente ma neanche troppo lontano, che vede Napoli fare da sfondo alla storia, abbandonando quindi gli USA. Originario di Napoli è Martin Eden, anche se appare subito strano che un giovane napoletano porti questo nome e cognome.

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IT – CAPITOLO DUE di Andrés Muschietti

Sono passati ventisette anni dagli eventi raccontati nel primo film di Andrés Muschietti dedicato a It di Stephen King. Il letargo della creatura che infesta da sempre la piccola cittadina di Derry, nel Maine, è finito e le persone ricominciano a scomparire, a morire in modo macabro e innaturale o, al minimo, a comportarsi in modo strano.

Poco prima di sprofondare nel suo lungo sonno ristoratore, It, nei suoi abiti prediletti del clown Pennywise, ha vissuto un brusco scontro con un gruppo di bambini, i Perdenti, che lo ha messo alle strette e obbligato alla ritirata.

Quando il Divoratore di Mondi si risveglia solo uno di quei ragazzini è rimasto a vivere a Derry: si tratta di Mike [Isaiah Mustafa], che ora è il nuovo bibliotecario della cittadina, oltre ad essere l’unico osservatore vigile delle stranezze di Derry. Dopo i primi omicidi, certo del ritorno della malvagia entità, Mike richiama tutti i suoi amici, per ricordare loro la promessa fatta nel loro drammatico ultimo giorno d’infanzia: sarebbero tornati per combattere se il clown si fosse fatto nuovamente vivo nella loro città natale.

Il secondo capitolo del dittico filmico di Muschietti, così come era stato per l’adattamento televisivo del romanzo del 1990, si focalizza già in fase di progettazione sull’età adulta dei Perdenti. Questa, nonostante l’andamento zigzagante del romanzo di King che alterna i due momenti temporali della storia, è una scelta più che comprensibile, utile per agevolare l’organizzazione e la fruizione narrativa, in cerca di un ordine capace di attirare l’attenzione di un bacino di pubblico più ampio possibile.

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IL SIGNOR DIAVOLO di Pupi Avati

Nella Roma del 1952, Furio Momentè, giovane funzionario del Ministero, viene mandato dai suoi superiori fino a Venezia per cercare di mediare una situazione di stampo politico delicatissima: dopo che un ragazzino ha ucciso un suo coetaneo convinto che fosse posseduto dal Demonio, la madre della vittima ha preso posizione contro la Chiesa e, di conseguenza, contro la Democrazia Cristiana.

Il giovane funzionario dovrà evitare che nel processo in corso venga in qualche modo coinvolto qualsiasi esponente della Chiesa, ma mentre attraversa l’Italia in treno per arrivare nella laguna veneta, scoprirà dai verbali degli interrogatori del giudice istruttore che le sinistre vicende nascondono ben altro: lo attenderanno, prima a Venezia e poi nel Polesine, in quell’entroterra al confine tra l’Emilia e il Veneto, una serie di eventi, incontri e situazioni che sfoceranno in un autentico incubo ad occhi aperti.

Pupi Avati ritorna al suo amato gotico con un film molto atteso, tratto dal suo omonimo romanzo, che non delude le aspettative ma anzi, le soddisfa appieno se non di più: Il Signor Diavolo è innanzitutto un gioiello di film, a partire dalla realizzazione tecnica, di alta eccellenza, fino al sublime cast artistico che impersona i personaggi che via via scorrono sullo schermo.

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L’OSPITE di Duccio Chiarini

Guido ha una vita tutto sommato tranquilla, fino a quando un imprevisto sotto le lenzuola non arriva a turbare la sua relazione con la fidanzata Chiara. Diretti in farmacia per comprare la pillola del giorno dopo, Guido le propone di non prenderla e Chiara si trova costretta a confessare i suoi recenti dubbi sul loro rapporto. È l’inizio della crisi e Guido è presto costretto a fare le valigie e ad andarsene di casa, ma per andare dove? Incapace di stare da solo, chiede ospitalità nelle case dei genitori e degli amici più cari, trovandosi a naufragare da un divano all’altro nell’insolito ruolo di testimone delle loro vite e dei loro grovigli amorosi.

È molto facile imbattersi in film che tentano di raccontare la contemporaneità ma che, per limiti di forma, di contenuto o di approccio, si fermano allo strato più esterno della superficie, finendo per compiere un girotondo sterile intorno a un guscio vuoto.

Non è il caso de L’Ospite di Duccio Chiarini.

Fin dalla prima scena si comprende la volontà di addentrarsi nella carne viva della storia, senza giri di parole e con l’intenzione di cercare un contatto diretto e intimo con i protagonisti.

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