In sala

JOJO RABBIT di Taika Waititi

Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. Si deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano…”

Si conclude così, con questa splendida citazione del poeta austriaco Rainer Maria Rilke, il nuovo film di Taika Waititi, Jojo Rabbit. Già trionfatore al Toronto Film Festival e vera rivelazione agli Oscar 2020, è una luce abbagliante che scalda il cuore. Recupera la lezione di Lubitsch e Chaplin e ride del terrore più profondo che l’essere umano è stato capace di realizzare. Con l’ironia, la fantasia e il coraggio vince sull’odio, la paura e la morte. Diverte lo spettatore con battute geniali e situazioni surreali e assurde degne del miglior Mel Brooks, per poi commuoverlo fino alle lacrime sulle note della versione tedesca di Heros di David Bowie. Jojo Rabbit esorcizza fantasmi apparentemente sopiti, ma molto presenti nell’attualità e dona la speranza che solo un amico vero riesce a donare. Perché questo film è così: un amico da frequentare ogni volta si ha bisogno di ridere e celebrare la vita. Ogni volta che ci sentiamo perduti e che un peso insopportabile ci soffoca il cuore. Possiamo rivolgerci a questo film e tutto andrà bene.

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JOJO RABBIT – La Video-Recensione

Jojo, un bambino cresciuto dalla sola madre, ha come unico alleato il suo amico immaginario Adolf Hitler. Il suo ingenuo patriottismo viene però messo alla prova quando incontra una ragazzina che stravolge le sue convinzioni sul mondo, costringendolo ad affrontare le sue paure più grandi.

Arriva oggi nelle sale il tanto atteso Jojo Rabbit, scritto e diretto da Taika Waititi, un saggio di bravura che mescola elegantemente dramma e commedia e che probabilmente riuscirà a soddisfare perfino i suoi detrattori più ostinati.

Dopo il salto la Video-Recensione di Claudia Anania.

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RICHARD JEWELL di Clint Eastwood

Durante le Olimpiadi estive di Atlanta del 1996, Richard Jewell, una guardia di sicurezza, trova casualmente uno zaino contenente un ordigno. Il suo intervento tempestivo salva numerose vite, rendendolo un eroe. Ma in pochi giorni, l’uomo diventerà il sospettato numero uno dell’FBI, vilipeso di fronte all’opinione pubblica, circondato dai sospetti, con l’immagine infangata e costretto a combattere contro il governo con pochi alleati alle spalle.

Il film si inserisce perfettamente nell’ultima parte della filmografia di Clint Eatwood, che parte dal 2016 con Sully, comprende Ore 15:17 – Attacco al treno e The Mule, e che va a prendere storie vere per raccontare e riflettere sulla contemporaneità.

Se gli ultimi due erano stati dei film zoppicanti e più deboli [soprattutto 15:17], Richard Jewell è quello che per qualità e per vicinanza umana tende di più a Sully, il film con Tom Hanks che ha iniziato questo ciclo e che per ora ne rimane il capitolo migliore.

Lì il capitano Chesley Sullenberger effettuava un atterraggio di emergenza col suo aereo nelle acque del fiume Hudson, salvando la vita ai suoi 155 passeggeri. Nonostante gli elogi dell’opinione pubblica e dei media, le autorità avviarono delle indagini che minacciarono di distruggere la sua reputazione e la sua carriera.

La somiglianza tra le due storie è subito evidente: la facilità con cui un uomo possa passare da essere considerato un eroe all’accusa di essere un soggetto pericoloso e un nemico della patria. In questo senso, l’accusa del film non si rivolge al singolo, alla comunità, al buonsenso e al giudizio della gente comune [che assiste sostanzialmente inerme alla vicenda] ma si scaglia totalmente sugli organi di potere in gioco: l’FBI e la stampa.

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HAMMAMET di Gianni Amelio

Il film comincia nel cortile di una scuola, con un giovane dallo sguardo furbo ma soprattutto consapevole di ciò che sta per fare: tenendo saldo il manico della fionda con la mano sinistra, tende l’elastico con la destra e lascia partire una pietra contro una delle finestre dell’edificio. Attraverso quella finestra rotta, che ormai funge da cornice e varco spazio temporale per il passato/futuro, passa la macchina da presa per mostrarci un uomo minuto, con lo sguardo fisso davanti a sé e le mani che si sfregano una con l’altra, tradendo preoccupazione e tensione, mentre intorno riecheggia la voce del Presidente Bettino Craxi durante un’assemblea di partito.

Quest’inizio proietta con decisione lo spettatore in una dimensione che ha a che fare con un racconto e una narrazione poco realistiche o biografiche, ma più romanzate e libere, nonostante la pesantezza e la concretezza del soggetto raccontato.

La volontà di Amelio e del suo cosceneggiatore Alberto Taraglio è dichiaratamente di voler concentrarsi sulla vicenda umana, sui drammi e i conflitti personali, sul percorso inesorabile verso il decadimento.

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SORRY WE MISSED YOU di Ken Loach

Cosa rende un film attuale? Oppure, ancora più difficile da definire: cosa rende un film necessario? La risposta è il più gigantesco, deludente e sincero ‘non lo so’. Tuttavia, ogni volta che il vostro devoto e umilissimo redattore assiste alla proiezione di un film di Ken Loach, la tentazione di rispondere a questi quesiti elencando la sua filmografia è fortissima.

Perché vedete, l’eccezionalità di questo regista sta nell’essere connesso autenticamente alla società che c’è fuori dalla finestra. Un legame talmente indissolubile da poterne raccontare davvero i limiti e le storture. La dolcezza e le paure. I sogni e gli incubi. Ken Loach sembra essere l’unico a osservare ciò che sta accadendo per la strada e a riconoscerlo per quello che davvero è: un miserabile sovvertimento della scala dei valori. Questo cineasta sembra indossare gli occhiali da sole di Essi vivono e di guardare ogni giorno per diciotto ore la realtà così com’è! Urla a tutti ciò che vede da decenni, ma incredibilmente, nessuno lo ascolta. Ciononostante, non demorde e film dopo film, mostra quella terribile verità che somiglia drammaticamente alla nostra vita. Ken Loach è di nuovo in sala con Sorry We Missed You, una pellicola attuale e necessaria. Ecco, l’ho detto!

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TOLO TOLO di Luca Medici

Tolo Tolo, quinto film del noto comico Checco Zalone prodotto da Pietro Valsecchi, si preannuncia sin dall’inizio come una sfida. Dopo quattro anni di assenza dalle sale l’attore pugliese [che per la prima volta veste anche i panni di regista] ha l’obbligo di bissare il campione d’incassi 2016 Quo Vado. Cerca di farlo questa volta con una commedia ricca di spunti di attualità, dai toni tenui, che a volte strappa più il sorriso che il riso.

Checco, neoimprenditore grondante di sogni per la sua Spinazzola, investe tutti i suoi risparmi [o meglio quelli dei malcapitati parenti] in un sushi bar che avrà vita breve, come gli aveva suggerito la lungimirante mamma, interpretata da una forzatamente invecchiata Antonella Attili [già nota per Nuovo Cinema Paradiso e tanto teatro]. Costretto a scappare dall’Alta Murgia per i debiti abissali contratti con le ex mogli, il commercialista e quasi tutto il paese, ma sempre preda dei suoi sogni al limite della fantascienza, scappa in Kenia a fare il cameriere in un resort che ha tutta l’aria di somigliare al Billionaire di Briatore.

E’ qui che fa la sua prima conoscenza africana che avrà un ruolo importante durante il suo viaggio: Oumar [interpretato da Sylla Souleymane, attore senegalese con molteplici esperienze da regista], suo collega di lavoro appassionato di cinema neorealista italiano.

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NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS: I film italiani in sala a Natale 2019 [Parte 2]

L’attesa è terminata, Amici di InGenereCinema.com, finalmente possiamo continuare con il nostro focus sui film natalizi made in Italy. Archiviamo il Crime da universo espanso e la commedia populista e dedichiamoci al mondo fiabesco di Carlo Collodi e ai drammi commoventi e sovraccarichi di una coppia giunta all’autunno della propria relazione.

Non perdiamo altro tempo, dunque, e immergiamoci nella seconda e ultima parte del nostro annuale, amato, criticato e discusso: Nightmare Before Christmas.

Sigla!

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NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS: I film italiani in sala a Natale 2019 [Parte 1]

Amici di InGenereCinema.com, anche quest’anno si rinnova la nostra tradizione consona al periodo della Feste. Ebbene sì, come è nostra abitudine, abbiamo visto e recensito per voi tutte le pellicole nostrane che si stanno contendendo il botteghino natalizio. Bisogna ammettere, tuttavia, che questo 2019 verrà ricordato come il primo anno in cui gli alfieri del Cinepanettone hanno preferito restare in panchina. Come certamente saprete, nessuno di coloro che ha contribuito a creare questo fenomeno è in sala con un film. Niente Boldi e De Sica, niente Vanzina, né Pieraccioni o Aldo, Giovanni e Giacomo. Zalone uscirà solo dopo Capodanno, quindi il vessillo della comicità tricolore è stato affidato ai pretenziosissimi Ficarra e Picone. Per il resto, la proposta italiana per questo Natale cinematografico è decisamente variegata. Storie criminali che si propongono di allargare universi televisivi, favole eterne e magnifiche e drammi famigliari complessi e molto attuali.

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I DUE PAPI di Fernando Meirelles

C’è una sorta di ironia alla base della realizzazione de I due papi. Fin dal 13 marzo 2013, data della proclamazione di Jorge Mario Bergoglio come nuovo papa, il popolo di internet si è accorto di una particolarità innegabile: la somiglianza fra il pontefice e l’attore britannico Jonathan Pryce, famoso per film come Pirati dei Caraibi e, in particolar modo, per Brazil di Terry Gilliam.

Mettiamoci anche che, con il passare degli anni, perfino Sir Anthony Hopkins ha cominciato ad assomigliare di più a Joseph Ratzinger, ossia il Papa emerito Benedetto XVI, e il gioco è fatto: abbiamo a disposizione gli attori perfetti. Inutile dire che la somiglianza estetica sembra passare in secondo piano quando si hanno a disposizione questi due mostri sacri della cinematografia.

Il film, diretto da Fernando Meirelles [City of God, The Constant Gardener – La cospirazione] e sceneggiato da Anthony McCarten [dalla sua opera teatrale The Pope] ripercorre il rapporto fra i due papi: le ideologie di Bergoglio, di ampie vedute e più a contatto con l’uomo comune, sono da sempre in contrasto con quelle di Ratzinger, tradizionalista e dal carattere inflessibile.

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STAR WARS – L’ASCESA DI SKYWALKER di J.J. Abrams

Tanto tempo fa, e quarant’anni sono davvero un tempo lunghissimo, in una galassia lontana lontana, ma che ormai in qualche modo sentiamo vicinissima, quasi come fosse una seconda casa, avevamo un sogno: quello dell’epica fantasiosa di mondi lontani, di creature aliene e sorprendenti tecnologie, di nobili ideali di ribellione e di oscuri presagi mistici. Per quarant’anni il sogno di un uomo, quel cineasta visionario che è George Lucas, ci ha fatto emozionare e vivere in quello spazio sconfinato e onirico. Poi è arrivata la Disney, monolitica e maestosa come una nuova Morte Nera. Ma questa è storia vecchia, una storia fatta di orde di nuovi pupazzi già percepita chiaramente dai fans duri e puri fin dal 2015 [anno di uscita di Il risveglio della Forza, il VII episodio della saga], quando un altro uomo visionario e poliedrico ha impresso la propria idea creativa ad uno dei franchise più noti della nostra cultura pop: J.J. Abrams.

Molti fans sono rimasti scottati da quel primo approccio, che inequivocabilmente tracciava una nuova rotta [non di Kessel, questa volta], percependo da subito un tremito, fatto di personaggi buffi e situazioni divertenti, piccole gag quasi infantili e, in generale, una complessiva riduzione verso il basso del livello comunicativo, rispetto all’approccio pulp e rocambolesco cui la vecchia generazione è stata, da sempre, abituata.

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