In sala

LAST CHRISTMAS di Paul Feig

Sedendoci in poltrona ci potremmo aspettare l’ennesima commedia zuccherosa che fa tanto buoni sentimenti e valori riscoperti due volte all’anno. Qualcosa c’è, ma in questa storia magistralmente sceneggiata da Emma Thompson [che di saghe natalizie se ne intende], emerge qualcosa di più originale e studiato. Si narra di Kate ,interpretata da Emilia Clarke [meglio conosciuta come la principessa in esilio del trono di spade] figlia di emigrati della Ex Jugoslavia benestanti. Il padre è un affermato avvocato che si è reinventato autista per sfuggire alla pesante vita coniugale con una moglie depressa [Emma Thompson], la sorella rappresenta l’avvocato perfetto più per il padre che per lei, e ha una compagna che nasconde alla famiglia. Kate,o meglio Katarina, come vorrebbe chiamarla la mamma, ha aspirazioni di cantante e salta da un provino all’altro; il suo sogno è interpretare Frozen [dato anche il periodo] e per sbarcare il lunario lavora in un meraviglioso negozio di giocattoli London style gestito dall’istrionica Michelle Yeoh, già vista in molti film d’ azione come La tigre e il dragone.

Vestendosi da elfo un po’ imbranata, a tratti buffa, ci ricorda molto una Bridget Jones dei tempi moderni. Last Christmas il titolo, che ci dice molto della trama mentre lo si segue. “L’anno scorso ti ho dato il mio cuore”, dice la canzone del compianto George Michael. Il cuore in questione è quello dell’ attraente e talentuoso Henry Golding, attore di origini malesiane già conosciuto per la serie Crazy and Rich. Katarina resta incantata da questo ragazzo che appare e scompare e il suo cuore, già provato da una dura operazione, se ne innamora perdutamente… il resto è da scoprire in sala.

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CENA CON DELITTO di Rian Johnson

Rian Johnson, dopo aver acceso le più disparate polemiche con Star Wars VIII, torna sul grande schermo con una storia radicalmente diversa, un omaggio alla regina del crimine Agatha Christie.

Cena con Delitto è infatti un mistery movie dal sapore tanto classico quanto attuale, capace di magnetizzare l’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine. Come ogni giallo che si rispetti, si parte da una premessa piuttosto semplice: la disfunzionale e variopinta famiglia Thrombey nasconde moltissimi segreti e il più grande di tutti riguarda proprio la morte del loro capofamiglia, il machiavellico romanziere Harlan. L’uomo viene trovato morto, in circostanze misteriose, la mattina dopo la festa per il suo compleanno. Mentre la polizia archivia l’accaduto come suicidio, il celebre detective Benoit Blanc [Daniel Craig], parlando proprio con la famiglia, si convince sempre più che si tratti di omicidio. Quando i Thrombey si riuniranno per la lettura del testamento e farà la sua apparizione anche Marta, la giovane e gentile infermiera del romanziere, appare chiaro che nessuno dei loro pesanti segreti potrà rimanere al sicuro a lungo.

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L’UFFICIALE E LA SPIA di Roman Polanski

Il 5 gennaio 1895, il Capitano Alfred Deyfus, promettente ufficiale, viene degradato e condannato all’ergastolo all’Isola del Diavolo con l’accusa di spionaggio per conto della Germania. Fra i testimoni di questa umiliazione c’è Georges Piquart, che viene promosso a capo della Sezione di statistica, la stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus. Ed è allora che si accorge che il passaggio di informazioni al nemico non si è ancora arrestato. E se Dreyfus fosse stato condannato ingiustamente? E se fosse la vittima di un piano ordito proprio da alcuni militari del controspionaggio? Questi interrogativi affollano la mente di Piquart, ormai determinato a scoprire la verità anche a costo di diventare un bersaglio o una figura scomoda per i suoi stessi superiori.

Approcciarsi ad un film come L’ufficiale e la spia di Roman Polanski non è cosa facile. Lasciando da parte le ricorrenti e gravi vicende personali e concentrandoci soltanto sulla materia cinematografica, i film come questo sembrano imporsi ai nostri occhi in maniera granitica e autoritaria, come dei monumenti storici che emanano potenza e generano uno spontaneo rispetto.

È la stessa sensazione che si ha, facendo un esempio vicino nel tempo, nel vedere The Post di Steven Spielberg. Le similitudini tra i due film sono molte.

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COUNTDOWN di Justin Dec

Il film di Justin Dec parte da uno spunto semplice ma efficace: cosa accadrebbe se un’app potesse dirti quanto tempo ti rimane prima di morire?

Un gruppo di ragazzi, per gioco, scarica sul cellulare una nuova applicazione che permette di prevedere esattamente la data della propria morte. A turno i ragazzi scoprono che l’app Countdown non lascia scampo ed è impossibile da disinstallare. Con il passare delle ore e la fine che si avvicina, ognuno di loro dovrà trovare un modo per salvarsi prima che scada il tempo.

L’idea originale c’è, il meccanismo a orologeria generatore di tensione anche, hai una protagonista affascinante e carismatica. Cosa manca? Più o meno tutto il resto.

La regia di Justin Dec, non uno sprovveduto ma anzi, uno che sembra sapersi muovere nel settore [laurea in cinema; Rolling, primo cortometraggio, vincitore al New York Television Festival che ha portato a Lazy Me, web serie da 7 milioni di visualizzazioni], è totalmente anonima, priva di guizzi o spunti, totalmente appiattita su dinamiche e sequenze standard che si possono trovare nella maggior parte degli horror contemporanei, oltre che in un diffuso, ridondante e fastidioso uso di jumpscare a ripetizione.

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CETTO C’È, SENZADUBBIAMENTE di Giulio Manfredonia

A dieci anni dalla sua elezione a sindaco di Marina di Sopra di Cetto La Qualunque si erano perse le tracce.

Scopriamo che vive in Germania e, messa da parte mia ambizione politica, Cetto La Qualunque oggi per i tedeschi è soltanto un irresistibile imprenditore di successo, che considera la Germania una terra di conquiste e la mafia un marchio di qualità. I suoi ristoranti sono infatti popolari; ha una bella compagna tedesca e due suoceri che gli riservano il tipico trattamento riservato ai migranti. Il richiamo della sua terra tuttavia resta forte e la notizia dell’aggravarsi delle condizioni dell’amata zia che lo ha cresciuto, lo induce a tornare in Calabria. In Italia scoprirà nuovi dettagli sul tuo passato che cambieranno per sempre il corso della sua vita.

Giulio Manfredonia torna dietro la macchina da presa per dirigere la nuova fatica firmata dallo stesso Antonio Albanese, Cetto C’è, Senzadubbiamente, in cui torna a vestire i panni del volgare e grottesco sindaco Cetto La Qualunque dopo Qualunquemente [2011] e Tutto Tutto, Niente Niente [2012].

Il fortunato personaggio ideato da Albanese nasce all’interno di Non c’è problema [programma Rai del 2003] – nonostante il successo arrivi una volta approdato nei programmi Mai dire Domenica e Mai dire Lunedì – e si presenta come una maschera che ironizza tanto sulla situazione politica del tempo quando su quella socioculturale del nostro paese.

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UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK di Woody Allen

Un’idea per un’installazione artistica [se buona o meno non lo so] consisterebbe nel proiettare tutti i film di Woody Allen sullo stesso gigantesco schermo cinematografico, ognuno nella sua porzione di spazio, come si diceva in una canzone “per vedere tutti quanti l’effetto che fa”.

Che cosa ci ritroveremmo a guardare? Per la maggior parte del tempo di fronte ai nostri occhi ci sarebbero uomini e donne che parlano; uomini nevrotici, gesticolanti e insicuri, donne spesso bellissime, pacate e con l’aria di chi la sa lunga sulle cose del mondo.

E, salvo casi specifici, ci metteremmo un po’ di tempo a distinguere un film dall’altro. Perché Woody Allen, dall’inizio della sua carriera, sembra che stia costruendo un unico grande film in cui ritornano passioni, ossessioni, paure e quel tipo di comicità che è diventata uno stile a sé, una comicità esilarante, colta e inimitabile.

Quante volte abbiamo sentito, con un’accezione negativa, le frasi “si vedono sempre le solite cose”, “ha fatto di nuovo lo stesso film”. Certo che sì. E meno male!

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ZOMBIELAND – DOPPIO COLPO di Ruben Fleischer

Dieci anni dopo il fortunato Benvenuti a Zombieland, Ruben Fleischer – all’epoca anche sceneggiatore del film – torna dietro la macchina da presa per dirigerne il sequel, Zombieland 2 – Doppio colpo. Nonostante gli attori siano decisamente più maturi, la pellicola prosegue più o meno dove avevamo lasciato i nostri eroi: la banda – composta da Columbus, Tallahassee, Wichita e Little Rock – si è trasferita all’interno della Casa Bianca, dove conduce una routine quotidiana in modo pressoché normale. In seguito a un litigio, Wichita e Little Rock abbandonano il rifugio; ma mentre la prima torna ben presto sui suoi passi, l’altra fugge con un ragazzo conosciuto da poco, Berkeley. A Columbus, Tallahassee e Wichita non resta altro da fare che mettersi ricerca della ragazza in un’America dove gli zombie si sono evoluti rispetto al primo lungometraggio al punto da mettere seriamente in pericolo quel che resta dell’umanità.

Benché le premesse fossero vincenti per un sequel riuscito, Zombieland 2 presenta evidenti problemi strutturali che si estendono ad ogni reparto dell’operazione. La trama scorre senza troppe sorprese e ripetendo lo schema, già di poche pretese, nel suo predecessore; la storia si snoda attraverso una macrotrama, quella della sinossi, costellata di microeventi non solo a volte autoconclusivi, ma anche poco efficaci. Vi basti sapere, infatti, che anche il tessuto comico è talmente fiacco da far ridere per i motivi sbagliati; stereotipi fastidiosi e surreali anche per un prodotto come Zombieland, battute che si ripetono, rendendosi via via meno efficaci – la regola della ripetizione non salva nessuno purtroppo – e situazioni sì grottesche ma prive di qualunque presa sul pubblico.

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PARASITE di Bong Joon Ho

“…Parasite non è un film che dipende solo da un unico grande colpo di scena finale…”

Queste parole sono parte di un’introduzione scritta dallo stesso Bong Joon Ho, autore della pellicola, in cui si chiede di evitare la diffusione di spoiler. Un’impresa ardua quando si tenta di parlare di un film così stratificato e complesso come Parasite, ma a fornirci una base dal quale partire sono proprio le parole del regista.

La fortuna della sua ultima fatica è infatti tutta nella sua capacità di presentare un film doppio, un lavoro che inizia in un modo per poi virare bruscamente e trasformarsi in qualcosa di completamente diverso. La premessa è, difatti, alquanto semplice, pur nella sua lucidissima e cristallina analisi sociologica: l’autore ci presenta il ritratto di una famiglia piuttosto unita ma anche molto povera e dal futuro incerto. La fortuna, però, busserà alla loro porta, sotto le sembianze di un giovane studente universitario che propone al figlio, Ki-woo, un lavoro ben pagato come insegnante privato. Il ragazzo, raccomandato dal suo amico, sarà tuttavia costretto ad imbrogliare sulla sua preparazione scolastica pur di ottenere il lavoro. Dopo il primo e fortunato incontro con la ricca famiglia Park, Ki-woo sarà trascinato in un vortice di bugie che, a loro volta, innescheranno una reazione a catena di disavventure ed incidenti.

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GLI UOMINI D’ORO di Vincenzo Alfieri

Torino, 1996. Luigi, impiegato postale con la passione per il lusso e le belle donne, ha sempre sognato la baby pensione e una vita in vacanza in Costa Rica. Quando il sogno si dissolve scopre di essere disposto a tutto, persino a rapinare il furgone portavalori che guida tutti i giorni. Un colpo grosso, un piano perfetto. Niente armi, niente sangue. Un disegno criminale per cui avrà bisogno del suo migliore amico Luciano, ex postino quarantenne insoddisfatto, e soprattutto dell’ambiguo collega Alvise, tutto casa e famiglia e con una vita apparentemente senza scosse. Nella banda anche un ex pugile, il Lupo, legato a Gina, una donna forse troppo bella e forte per lui, e a Boutique, un couturier d’alta moda con un’insospettabile doppia vita.

Si avverte da qualche anno un fermento nel cinema italiano, soprattutto da parte di giovani autori [Mainetti, Sibilia, i fratelli D’Innocenzo, Stasi e Fontana], che tende a smuovere le acque dei Generi, recuperando e arricchendo una tradizione o inserendone alcuni poco canonici per il nostro cinema.

Se pochi anni fa con Veloce come il vento Matteo Rovere aveva voluto vestire un dramma in piena regola da film sportivo all’americana, farcito con tutte le caratteristiche necessarie a quel Genere [il tema della seconda occasione, una sceneggiatura classica con tutti gli elementi al loro posto, una grande interpretazione molto fisica], quest’anno Vincenzo Alfieri, già regista de I peggiori, decide di tentare con l’heist movie, il film di rapina.

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DOCTOR SLEEP di Mike Flanagan

Quella degli adattamenti cinematografici e televisivi di opere letterarie di Stephen King è una storia complessa, spesso frustrante, molte volte non riuscita, a tratti catastrofica, ma anche con molte eccezioni felici. Shining, Carrie, La zona morta e Le ali della libertà sono solo alcune storie nate dalla penna di King che hanno avuto la possibilità di vivere una seconda vita felice sullo schermo. Leggendo questi titoli pensiamo subito ai nomi dei registi: Kubrick, De Palma, Cronenberg, Darabont. Purtroppo non sempre il materiale letterario è finito in mani affidabili o esperte, dando vita a film mediocri e horror di terza categoria. Fortunatamente la corazza dello scrittore del Maine, fatta di strati e strati di pagine e parole non è mai stata davvero scalfita da figli illegittimi e parenti lontani. In compenso c’è ancora chi non smette di sminuire le sue opere, o a considerarle come una forma di letteratura minore; sarà una casualità, ma nel 90% dei casi si tratta di pareri provenienti da coloro che non hanno mai letto una pagina di King, e non possiamo che provare dispiacere per loro.

Chi ha certamente letto, amato e capito le storie del Re è un uomo che ha superato da poco i quaranta, originario di Salem, regista e sceneggiatore: si chiama Mike Flanagan e ha fatto uno dei migliori adattamenti di King di sempre.

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