MOBY DICK o IL TEATRO DEI VENTI – Intervista a Stefano Tè

A che serve un Festival? Ve lo siete mai chiesto? Naturalmente, non c’è una sola e unica risposta a questa domanda, ma quella che ritengo più adatta per questa occasione è la seguente: serve a uscire dallo stato di atrofia celebrale e culturale al quale questa società ci ha relegato. Proprio così. Serve a farci riflettere, a farci muovere, abbandonando l’ignoranza in cui riversiamo e che tanto ci consola.

Si è appena conclusa la diciottesima edizione del RIFF – Roma Independent Film Festival, e anche quest’anno ci ha spinto a cercare ciò che ignoravamo, lasciandoci scoprire storie e meraviglie che non avremmo mai immaginato potessero esistere.

Su tutte, il folgorante incontro con Stefano Té e la compagnia del Teatro dei Venti di Modena. Mi sono stati introdotti dalla visione del documentario Moby Dick o Il Teatro dei Venti di Raffaele Manco, in concorso nella sezione dedicata ai doc nostrani. Avevo sentito parlare dello spettacolo – Moby Dick, appunto – da alcuni amici che si occupano di teatro di strada, ma mai mi sarei aspettato la storia che si nascondeva dietro di esso. Partecipo alla proiezione con curiosità relativa, ma ai titoli di coda mi sciolgo in lacrime con il cuore colmo di gioia. Ciò che Stefano e il Teatro dei Venti fanno è più che semplice teatro: è politica. Nel senso più alto e significativo del termine. Attraverso l’arte consentono alla speranza di germogliare nell’animo di tutti coloro che si accostano al loro lavoro. Poco importa se siano essi spettatori, attori, operai, bambini, detenuti o richiedenti asilo. Queste categorie cessano di esistere come qualsiasi altra distinzione di sorta.

Il Teatro dei Venti richiama a sé chiunque abbia qualcosa da dire, dare o ricevere dall’arte. Accoglie chi vuole condividere e vivere tutti i giorni un’ideologia di lavoro e cooperazione che richiede a ognuno di avere cura di ciò che fa l’altro. Un’unità di intenti e di passione che va oltre il teatro e che permette a una comunità di formarsi.

Se pensate che stia esagerando, leggete cosa mi ha detto Stefano Té pochi giorni fa. Alla fine sarete tutti d’accordo come me. Ne sono certo.

[Paolo Gaudio]: Osservando il documentario è impossibile non pensare al Teatro dei Venti come a un’utopia applicata al teatro. Quello che vi spinge a fare ciò che fate non è il mero desiderio di realizzare uno spettacolo, ma c’è dell’altro che vi anima. Sbaglio?

[Stefano Té]: Non sbagli. Il teatro è solo un pretesto per creare qualcosa di molto più grande, ovvero, delle relazioni. Ciò che ci interessa davvero è riuscire a unire le persone. Per questo motivo andiamo nelle piazze e non nei teatri. La strada è il luogo più idoneo a coinvolgere gli abitanti del territorio e renderli parte della nostra messa in scena. Siano essi anziani, bambini o detenuti non fa differenza. È necessario che abbiano una relazione con il luogo in cui arriviamo e che lo spettacolo possa godere di questo rapporto.

In un’epoca plastificata come questa, portare una compagnia di trenta elementi formata anche da persone che hanno relazioni con quel luogo, è il nostro vero obiettivo. Poi arriva lo spettacolo: nell’attesa di esso c’è altro da raccontare. Prima di andare in scena c’è un altro tempo da narrare. Spero che questo venga percepito da chi viene a vederci. Anzi, ammetto che lo spettatore che desidero coinvolgere di più è quello che non ci ha scelto affatto, ma che passa lì per caso e non riesce più andar via.

[PG]: È impossibile non restare affascinati dal modo in cui la vostra compagnia intende il ruolo dell’attore: non si tratta mai di interpretare un ruolo e basta, ma c’è bisogno di più.

[ST]: In effetti, quando cerchiamo un attore andiamo alla ricerca di un soggetto politico, non di un interprete. Cerco qualcuno del territorio che mi posa consentire di creare delle relazioni con la comunità che andiamo a “invadere”. Ho bisogno di persone riconoscibili da coloro che verranno a vederci, che recita dopo aver scaricato il furgone o sistemato la scena. Ho bisogno di un attore che non si limiti a recitare una parte, ma che bensì prenda parte a tutto questo.

[PG]: Nel documentario dichiari di essere più simile alla Balena Bianca che al Capitano Achab, mi spieghi meglio cosa intendi?

[ST]: In realtà, dipende dai momenti. Per certi aspetti, mi riconosco molto nel Capitano. L’ossessione che mi spinge a fare quello che faccio me lo rende molto vicino, senz’altro. Tale ossessione, è davvero necessaria per noi che siamo ritenuti marginali per il lavoro che abbiamo scelto di fare per strada e con gli ultimi. Tuttavia, il furore di Achab conduce tutti a morte certa. Allora, mi allontano dalla sua sorte e divento Moby Dick, perché voglio proteggere me e, soprattutto, chi sta con me. Così mi inabisso, come farebbe la Balena Bianca.

[PG]: C’è Ishmael che rappresenta una via di mezzo…

[ST]: Sì, forse, ma è troppo ingenuo per me. [ride]

[PG]: Qual è il tuo rapporto con il cinema? Che tipo di spettatore sei e hai mai pensato di poterlo fare?

[ST]: Ho avuto poche esperienze nel cinema, perché la strada e la condivisione del “qui e ora” mi affascinano molto di più. Tuttavia, amo molto il cinema. La potenza estetica e di costruzione che ha la settima arte è un assoluto. Anche la tecnica mi appassiona, soprattutto, la fase di post-produzione. Il lavoro che avviene in seguito, che spesso migliora e rende possibile la bellezza che cercavi. Anche l’idea di reiterare finché non si è soddisfatti mi piace molto. Questo a teatro proprio non è possibile. Mentre, come spettatore devo ammettere di essere molto influenzabile da ciò che vado a vedere. Infatti, quando lavoro a un testo cerco di evitare la visione di film sullo stesso argomento. Non ho visto nulla su Moby Dick, a esempio. Non solo per evitare qualsiasi influenza esterna, ma soprattutto per non frustrarmi qualora non fossi riuscito a raggiungere il medesimo risultato.

[PG]: Dove si potrà vedere il documentario e dove il vostro spettacolo?

[ST]: La prossimo tappa è Bogotà, faremo sia il documentario che lo spettacolo. Intendiamo il doc come una parte integrante dell’esperienza del nostro Moby Dick. La completa e consente una maggiore immersione da parte dello spettatore in quella che è la nostra visione. Inoltre, Raffaele, si sta muovendo per farlo circolare nei Festival con la speranza di una distribuzione il più capillare possibile.

[PG]: Credi che possa essere replicabile da qualcun altro la vostra idea di teatro?

[ST]: Mi piacerebbe molto che fosse possibile, e credo di averci sperato a lungo che questo nostro modus potesse andare aldilà di noi. Ma temo di aver riposto speranza in una bugia che amavo raccontarmi. Una bugia necessaria che poneva al centro il progetto e non le persone chiamate a realizzarlo. Anche perché era indispensabile farlo visto il rapporto che c’era tra i coloro coinvolti. Tutti hanno un rapporto di unione sentimentale, d’amicizia o d’amore perfino. Quindi, è davvero importante raffreddare la temperatura, altrimenti si rischia di farsi male.  Inoltre, non devi trascurare la scelta di essere marginali, di non esibirsi in teatro ma per strada. È una scelta forte e dolorosa che va abbracciata con tutto quello che ne consegue. A me interessa la piazza, la relazione, ma temo di essere solo.

Abbiamo addirittura provato a formare nuove compagnie ma è stata una tremenda delusione.

Oggi i ventenni vogliono tutto e lo vogliono subito. Mentre noi quarantenni abbiamo compresso la bellezza dell’attesa. Lavorare, seminare e attendere in tensione. Il segreto è lavorare sul lungo termine, sapendo attendere il momento giusto per la raccolta.

[PG]: Infine, hai dichiarato che lo spirito con cui ti sei approcciato a Moby Dick è quello di chi sta facendo il suo ultimo spettacolo, sei ancora di questo avviso? Ci sarà altro teatro di Stefano Té dopo Moby Dick?

[ST]: Purtroppo, Moby Dick non mi ha cambiato molto. Pensavo che ne sarei uscito compromesso, e invece sono ancora integro [ride]. In realtà, avevo bisogno di una spinta forte per fare questo spettacolo e dunque, l’idea che sarebbe stato l’ultimo ha garantito l’energia e la concentrazione che non avrei avuto altrimenti. Ha funzionato e ora siamo a lavoro su ben tre progetti! Il primo è un adattamento dell’Odissea da fare nel carcere di Modena. Il secondo è una iniziativa di residenza che darà a moltissimi artisti l’asilo per poter lavorare in un ambiente creativo, stimolante e confortevole. Mentre, il terzo è il nostro prossimo progetto da portare in piazza: ti anticipo solo che tutto parte dalla costruzione di un uomo gigantesco alto quindici metri che nel suo incedere perdere i pezzi generando un nuovo villaggio.

Paolo Gaudio

Roma, novembre 2019


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