Quanti sogni sono passati, in questi quarant’anni, dal portone col campanello urlante di Craven Road numero 7? Sogni che mescolano malinconia, paura, smarrimento, a volte speranza, sfida a un senso onirico che riesce a farsi particolarmente presente e visibile nelle tavole firmate dal maestro Carlo Ambrosini.
L’indagatore dell’incubo ci ha abituati, nel tempo, a legare atmosfere precise delle sua avventure ad artisti specifici, grazie anche a un lavoro empatico e creativo del sempre attento Tiziano Sclavi, che i disegnatori li ha sempre capiti alla perfezione. Se, ad esempio, Corrado Roi ha da subito attirato a sé le storie più cupe, dark e gotiche, Ambrosini è riconoscibile per aver tenuto in mano le matite che hanno segnato mondi sospesi, poetici, malinconici e immancabilmente fantastici.
Il volume Angoscia, che porta in libreria due storie presentate per la prima volta nel secondo Dylan Dog Gigante [quello che noi lettori chiamavamo familiarmente Dylandogone, ora cancellato dalle uscite in edicola], vede ai pennelli di entrambe le storie, scritte da Sclavi, proprio il compianto Carlo Ambrosini. La collana è quella delle Graphic Novel, che aveva già
proposto in formato librario anche un’altra delle storie presenti all’interno dello stesso Gigante: L’inquilino del terzo piano.
In questo caso, quelle presentate nel volume sono due storie profondamente differenti tra loro per tematiche e tipo di narrazione, che alternano un racconto splatter, violento e paradossale a un altro profondo e poetico, struggente. Il primo regala il titolo al volume in questione, Angoscia; l’altro, di sicuro divenuto assai più iconico per i dylaniati, è Margherite, che poco prima era stato ripubblicato all’interno di un’altra raccolta, Echi dall’incubo. 24 storie brevi, in una versione che, a causa di quello che era stato dichiarato come lo smarrimento della scansione delle tavole originali, perdeva gran parte del fascino grafico, presentando tavole con toni di grigio impastati e rovinati.
La buona notizia per i lettori è che il problema della resa dei disegni è stato del tutto risolto. Margherite è tornata a essere la storia di cui ci siamo innamorati, grazie anche al ritorno su fogli di grandi dimensioni [nonostante abbia già avuto precedentemente ristampe di formato più contenuto]: la storia, considerata una delle più toccati fra quelle brevi dell’old boy, è una romantica riflessione sull’amore, sulla sua inafferrabilità, su quanto il sentimento più profondo dovrebbe portare a innamorarsi dell’essenza e dell’anima di una persona, superando le barriere estetiche.
Per raccontarci il sentimento che Dylan Dog insegue fin dalla sua prima avventura a fumetti; la sua ricerca incarnata in donne differenti che probabilmente sono frammenti dell’immagine riflessa in uno specchio rotto di un’unica innamorata, Sclavi e Ambrosini raccontano la storia di un una fioraia di nome Margherita, notata per caso da Dylan nei pressi di Craven Road. La presenza della donna si farà sempre più ossessiva e inquietante, dal momento in cui l’indagatore dell’incubo si accorgerà che ogni giorno la donna si mostra a lui in modo differente: inizialmente si tratta di piccole caratteristiche, ma presto i dettagli si fanno sempre più evidenti, diventando una corporatura o un’età evidentemente diverse a quelle del giorno precedente. Dylan, affascinato e spaventato dalla donna [così come dall’amore], inizia una serie di appostamenti al limite dell’ossessione, per arrivare a capo del mistero di quella donna che non può appartenere al suo stesso livello di realtà.
Romanticismo e desiderio, certo, ma anche fragilità, paura e angoscia, la stessa che diventa titolo della storia più lunga inserita nel volume e che racconta una storia dell’orrore, sempre estremamente volatile, onirica, ambientata all’interno di un cinema, fra sala e schermo. Quello che potrebbe sembrare un cammino di citazioni che portano al Dèmoni di Lamberto Bava, in verità è qualcosa di assai più lynchiano, con addirittura un personaggio che ricorda esteticamente l’Henry Spencer di Eraserhead, qui figlio dipendente e borderline di un’enorme madre possessiva e feroce che, iconograficamente, torna [ma solo appunto come tipologia fisica] in una delle incarnazioni della fioraia dell’altra storia.
In Angoscia le vignette diventano schermi di cinema e viceversa, i media che da sempre si sono compenetrati negli albi sclaviani si mostrano ora apparentati alla luce del sole, in modo chiaro e senza metafore, si scambiano i ruoli, giocano con personaggi e lettori come se fossero due piani di spazio-temporali pronti a fondersi, che nei nodi di intersezione generano pericolose mescolanze tra ciò che sembra vero e ciò che sembra finzione, mostrando che forse entrambe le cose sono tutt’altro: dimensioni che attirano attori e fruitori verso il buco nero che è la morte, per poi ricominciare in una giostra fredda e ossessiva di ferite, tagli, sangue e buio.
“L’angoscia” è il film al centro della storia, che riesce a essere metacinema anche se il media attraverso cui ci viene presentato è un fumetto. Ma questa è una delle tante, mai del tutto accettate, qualità di Sclavi, anticipatore del post-moderno in Italia, e autore ancora oggi insuperato nel suo modo apparentemente così semplice e istintivo di essere creativamente a parte rispetto a tutto il resto.
Luca Ruocco
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DYLAN DOG – ANGOSCIA
Autori: Tiziano Sclavi, Carlo Ambrosini
Editore: Sergio Bonelli Editore [www.sergiobonelli.it]
Pagine: 114
Illustrazioni/Foto: Sì
Costo: 23,00 euro
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