Home / Rubriche / Horrorscopio / HER PRIVATE HELL di Nicolas Winding Refn

HER PRIVATE HELL di Nicolas Winding Refn

C’è un momento, nella carriera di un autore, in cui la riconoscibilità può trasformarsi in una gabbia. È il momento in cui uno stile tanto personale da essere immediatamente identificabile rischia di non essere più un linguaggio attraverso cui raccontare qualcosa, ma il soggetto stesso dell’opera. Her Private Hell, il nuovo film di Nicolas Winding Refn, si colloca esattamente su questa soglia: da una parte la conferma di uno degli sguardi più eccentrici e riconoscibili del cinema contemporaneo; dall’altra la sensazione, talvolta difficile da ignorare, che quell’identità autoriale sia ormai diventata un universo chiuso, capace di riflettere quasi esclusivamente se stesso. La premessa appartiene perfettamente al Refn più visionario: una metropoli futuristica avvolta da una misteriosa nebbia, un’entità letale e sfuggente, una giovane donna alla ricerca del padre e, parallelamente, un soldato americano impegnato a ritrovare la figlia. Una struttura narrativa che sembra continuamente sul punto di trasformarsi in fantascienza apocalittica, horror, fiaba nera, melodramma familiare e incubo psicanalitico, senza concedersi davvero a nessuno di questi Generi.

È proprio qui che Her Private Hell trova la propria ragione d’essere e, contemporaneamente, il proprio limite. Refn non sembra interessato a utilizzare il Genere per costruire un racconto tradizionale. Lo utilizza piuttosto come materia plastica, come un deposito di immagini, archetipi e ossessioni da deformare fino a renderli quasi irriconoscibili. Il suo cinema non procede per spiegazioni ma per associazioni: corpi, luci al neon, superfici, violenza, erotismo, figure paterne, donne trasformate in icone, fantasmi, rituali. La narrazione viene continuamente sottoposta alla logica del sogno e dello spettacolo. È un atteggiamento coerente con un autore che, da Drive in poi, ha progressivamente spostato il proprio interesse dalla storia all’immagine, dal racconto alla percezione. Se Drive rappresentava forse il punto di equilibrio più evidente fra il piacere del Genere e la radicalità dello sguardo, opere successive come Only God Forgives e The Neon Demon hanno progressivamente ridotto quello spazio di compromesso. Her Private Hell porta questa traiettoria ancora oltre. Il problema, però, è che la trasgressione cinematografica non coincide necessariamente con la difficoltà.

Un film può rifiutare il pubblico, frustrarne le aspettative, sabotare la progressione narrativa e perfino mettere deliberatamente alla prova la sua pazienza. Una parte importante del cinema di Genere nasce proprio da questa volontà di sfidare lo spettatore. La questione non è dunque se Her Private Hell sia “troppo difficile”, troppo lento o troppo astratto. La questione è se, dietro questa ostinata resistenza alla narrazione, esista ancora qualcosa che abbia bisogno di essere espresso. Ed è qui che il nuovo Refn diventa più problematico. La sua estetica rimane potentissima. La fotografia di Magnus Nordenhof Jønck costruisce un mondo sospeso tra fantascienza retro-futurista, incubo digitale e melodramma al neon; Pino Donaggio firma una partitura che contribuisce alla dimensione ipnotica del film. Ma proprio la perfezione della superficie finisce talvolta per mettere in evidenza la fragilità di ciò che dovrebbe sostenerla. È una contraddizione particolarmente interessante per un regista come Refn: l’autore che ha sempre fatto della forma una dichiarazione di poetica rischia di trasformare la propria poetica in una forma. Her Private Hell è pieno di immagini che chiedono di essere contemplate, ma non sempre di immagini che chiedono di essere comprese. E la differenza è fondamentale. Un’immagine enigmatica può aprire uno spazio interpretativo; una successione di immagini enigmatiche può invece diventare un sistema autosufficiente, nel quale l’enigma non nasconde più qualcosa, ma diventa semplicemente il contenuto. È il punto in cui l’autorialità rischia di diventare autocelebrazione. Non perché Refn sia privo di idee, tutt’altro. Il film sembra attraversato da una quantità enorme di suggestioni: la famiglia, il desiderio, il rapporto fra genitori e figli, la manipolazione dell’immagine, il consumo dello spettacolo, il cinema come artificio e come mondo parallelo. Il problema è che queste suggestioni vengono spesso trattate come oggetti da esporre più che come elementi da sviluppare.

Eppure sarebbe ingeneroso liquidare Her Private Hell come un semplice esercizio di stile. Perché lo stile, nel cinema di Refn, non è mai un accessorio. È il racconto. Il neon non illumina semplicemente il mondo del film: lo sostituisce. I corpi non sono soltanto corpi: sono superfici, icone, fantasie. La violenza non serve esclusivamente a produrre shock: diventa un gesto rituale, quasi astratto. Il desiderio stesso sembra esistere soltanto nella misura in cui può essere trasformato in immagine. Da questo punto di vista, la distanza fra Her Private Hell e il cinema commerciale non potrebbe essere più netta. Refn non cerca di accompagnare lo spettatore dentro il proprio universo; pretende che sia lo spettatore a entrarci, accettandone le regole. E quando quelle regole funzionano, il risultato è autenticamente perturbante. Her Private Hell resta, dunque, un oggetto cinematografico difficile da ignorare proprio perché contiene, nella propria bellezza e nei propri eccessi, una domanda importante sul cinema contemporaneo: fino a che punto un autore può spingersi nella difesa della propria libertà senza trasformare quella libertà in autoreferenzialità? La risposta di Refn è radicale: fino al limite estremo dell’immagine. Il dubbio è che, questa volta, oltre quell’immagine non ci sia sempre un inferno da attraversare, ma semplicemente un altro specchio. Ed è forse questo il vero private hell del titolo: non quello in cui finiscono i personaggi, ma quello in cui può rinchiudersi un autore quando il proprio universo è diventato così riconoscibile da non riuscire più a vedere il mondo al di fuori di esso.

Paolo Gaudio

–

HER PRIVATE HELL

Regia: Nicholas Winding Refn

Con: Charles Melton, Sophie Thatcher, Dougray Scott, Diego Calva, Kristine Froseth, Havana Rose Liu, Shioli Kutsuna, Hidetoshi Nishijima

Uscita sala in Italia: giovedì 1 ottobre 2026

Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn, Esti Giordani

Produzione: Neon, byNWR

Distribuzione: MUBI

Anno: 2026

Durata: 110′

InGenere Cinema

x

Check Also

PALEOART di Zoë Lescaze

I dinosauri sono per sempre: un viaggio spettacolare nella storia della paleoarte. ...