C’è stato un tempo in cui il Natale cinematografico italiano era una certezza: bastava guardare il calendario delle uscite per sapere chi avremmo trovato in sala e sotto l’albero. Oggi, invece, il periodo più strategico dell’anno assomiglia a una zona evacuata. I grandi “campioni” del nostro cinema natalizio — da De Sica a Pieraccioni — sembrano aver prudentemente levato le tende, come se l’atmosfera fosse diventata improvvisamente irrespirabile. Il motivo è noto e ha un nome e cognome: Checco Zalone. Un uragano annunciato, capace di catalizzare l’attenzione mediatica e il pubblico di massa, al punto da scoraggiare qualsiasi confronto diretto.
Ma proprio perché l’evento-Zalone arriva dopo Natale [o più precisamente il giorno stesso], il vero panorama da osservare è come sempre per noi, cari amici di InGenereCinema.com, quello che lo precede: i film che escono prima delle Feste, in una terra di mezzo fatta di uscite prudenti, commedie che cercano il calore familiare e opere che, quasi di nascosto, provano a smarcarsi dai codici del cinepanettone tradizionale. È qui che si dipana il nostro Nightmare Before Christmas: non l’incubo del botteghino, ma quello di un cinema italiano che, davanti al Natale, sembra muoversi con cautela, se non con un certo timore reverenziale.
Sigla!
NATALE SENZA BABBO di Stefano Cipani
Il titolo è già una dichiarazione di intenti e suggerisce immediatamente la direzione del film: Natale senza Babbo parte da un’assenza simbolica per raccontare una crisi più ampia, non solo del mito natalizio, ma dell’idea stessa di famiglia come spazio rassicurante e coeso. Babbo Natale, figura archetipica e ormai quasi istituzionale, qui viene spogliato della sua funzione magica per diventare un personaggio fragile, stanco, attraversato da dubbi molto più umani che fiabeschi.
La regia di Stefano Cipani sceglie un tono misurato, evitando sia la parodia sfacciata sia la deriva apertamente malinconica. Il film si muove così in un territorio intermedio: quello della commedia familiare contemporanea, che osserva con una certa lucidità le dinamiche affettive senza mai spingersi davvero verso il conflitto. I personaggi funzionano più come tipologie che come individui complessi, e il racconto procede per riconoscibilità, affidandosi a situazioni già viste ma orchestrate con un certo mestiere.
Natale Senza Babbo non cerca di reinventare il cinema natalizio italiano, né di criticarlo apertamente: preferisce accarezzarlo, prenderne atto e accompagnarlo con gentilezza verso una versione più stanca, forse più onesta, delle Feste. Un film che non disturba e non sorprende, ma che conosce bene il pubblico a cui si rivolge.
–
AMMAZZARE STANCA di Daniele Vicari
Inserire Ammazzare stanca nel panorama delle uscite pre-natalizie significa accettare una frattura evidente con qualsiasi idea di intrattenimento festivo. Il film di Daniele Vicari è un’opera dura, scarna, che rifiuta consapevolmente ogni forma di consolazione, ponendosi come corpo estraneo in un periodo dominato da luci, retorica e buoni sentimenti. È un cinema che non si adegua al calendario, ma lo attraversa con indifferenza.
Vicari costruisce un racconto asciutto, quasi ostinato nella sua volontà di non spettacolarizzare la violenza, ma di mostrarne il peso, la ripetizione, la stanchezza morale. Il titolo non è solo una provocazione: è una sintesi del senso di logoramento che attraversa il film, dove l’atto estremo perde qualsiasi aura tragica per diventare gesto vuoto, conseguenza inevitabile di un sistema sociale e umano ormai esausto.
La messa in scena è rigorosa, priva di abbellimenti, e lavora per sottrazione, lasciando spesso allo spettatore il compito di colmare i vuoti emotivi. Ammazzare stanca non chiede empatia immediata, ma attenzione e resistenza. Uscire prima di Natale diventa così una scelta quasi politica: un rifiuto netto dell’idea che il cinema debba necessariamente adeguarsi al clima delle Feste per esistere.
–
BRUNELLO, IL VISIONARIO GARBATO di Giuseppe Tornatore
Con Brunello, il visionario garbato, Giuseppe Tornatore firma un film che si colloca consapevolmente ai margini del rumore natalizio, scegliendo una forma classica, limpida, quasi museale. Il ritratto di Brunello Cucinelli non è tanto quello di un imprenditore di successo quanto di una figura-simbolo: un’idea di umanesimo applicato all’impresa, raccontata attraverso lo sguardo solenne e partecipe di un autore che da sempre lavora sul tempo, sulla memoria e sul valore delle immagini come testimonianza.
Tornatore evita il conflitto e abbraccia apertamente l’ammirazione, costruendo un racconto che procede per quadri, parole misurate e immagini levigate. Il film non problematizza davvero il modello che racconta, ma lo osserva come si osserva un’eccezione, una possibile armonia tra etica, lavoro e bellezza. È un cinema che non cerca la dialettica, ma la contemplazione, coerente con una poetica che privilegia l’enfasi emotiva e la chiarezza del messaggio.
Il Natale, più che uno sfondo narrativo, diventa qui una cornice ideale: il momento dell’anno in cui certi valori — gentilezza, responsabilità, misura — possono essere raccontati senza sembrare ingenui. Brunello, il visionario garbato è un film che non ambisce allo scontro né al consenso di massa, ma a una forma di eleganza discorsiva che parla a un pubblico preciso, disposto ad ascoltare un racconto rassicurante, levigato, profondamente tornatoriano.
Paolo Gaudio
InGenereCinema.com Gazzetta del Cinema e della Cultura Horror, del Fantastico, del Bizzarro e dello Straordinario


