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Dylan Dog: 40 anni di incubi – Intervista a Maria Rita Porretto

Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo creato nel 1986 da Tiziano Sclavi, compie 40 anni di intensa vita editoriale.

La nostra Gazzetta continua a festeggiare l’importante traguardo con le interviste di Luca Ruocco ad alcuni degli autori più importanti dello staff dylaniato!

La serie di interviste Dylan Dog: 40 anni di incubi è pubblicata a puntate sul canale YouTube di InGenereCinema.com, con un breve estratto testuale sulle pagine web del nostro sito.

La protagonista di questa intervista è la sceneggiatrice Maria Rita Porretto, una delle voci femminili più importanti della Storia dylaniata che, in coppia con Silvia Mericone, ha dato il via anche a due mini-saghe spietate e orrorifiche che rimbalzano da qualche anno tra le varie testate dedicate all’indagatore dell’incubo.

Dylan Dog compie 40 anni e la festa continua anche su InGenereCinema!

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[Luca Ruocco] Mi piacerebbe conoscere chi era Maria Rita Porretto prima di diventare una sceneggiatrice di fumetti di Dylan Dog…

[Maria Rita Porretto]: Ok, probabilmente risulterà abbastanza noioso, ma va bene. In realtà, io ho un grande amore per la scienza, quindi ho fatto degli studi che andavano in tutt’altra direzione. Il fumetto mi ha accompagnato comunque per tutta la vita. Io ho cominciato a leggere con un fumetto, però ho fatto degli studi molto più scientifici: ho studiato fisica all’università, ma non mi sono laureata. Avrei voluto, a un certo punto, studiare medicina e per certi versi mi pento di non averlo fatto, visto che comunque continua a essere una passione nella mia vita, anche se non so se si possa parlare di passione quando si tratta di medicina.

Però a un certo punto, mi viene da dire che c’è stata la chiamata. Sono ritornata a questa cosa che mi ha sempre accompagnato e ho provato. Ho provato, ho riprovato, ho riprovato, perché altrimenti sembra che basta poco e non è esattamente così. Ho scoperto che cosa era il mondo dietro il fumetto, ho studiato, continuo a studiare, perché secondo me una delle cose che mi spinge a continuare a fare questo lavoro è che purtroppo io sono una secchiona. Io amo studiare, amo imparare cose nuove, sono una persona abbastanza curiosa, quindi l’idea di fare un mestiere che ti porta a imparare sempre cose nuove è sempre molto stimolante. Per cui ho iniziato a capire come funzionava questo lavoro e ti dico che all’inizio lo farei a disegnatrice. Poi, però, ho detto: vabbeh, intanto cominciamo a imparare questo e poi magari più avanti si vedrà. Ma poi, come dire, mi sono fatta così tanto prendere dalla scrittura, dalle tecniche di scrittura, che poi il resto l’ho praticamente dimenticato, mi sono più concentrata sulla creazione delle storie e di fatto, sai, in realtà io dico spesso che costruire storie non è una cosa così lontana dalla mentalità scientifica. Perché, comunque, cioè, devi anche lavorare tantissimo di logica, devi essere anche molto aperto mentalmente a tutte le possibilità, non ti puoi soltanto fermare a quelle che sono le tue aspettative rispetto, per esempio, a una teoria degli esperimenti che segui. Quindi secondo me non c’è, anche se prima ho detto che per tanto tempo ho seguito un mondo completamente diverso, in realtà forse non è così tanto diverso, concettualmente. Qualche punto in contatto ce lo trovo.

[LR]: Sul sito di Sergio Bonelli Editore, nella tua biografia e in quella della tua partner in crime, Silvia Mericone, ho visto che prima di collaborare sui fumettiavete cominciato partecipando allo stesso concorso letterario per racconti, e poi lì è cominciato tutto.

[MRP]: Sì, è così, perché comunque è stato quasi per gioco che ho iniziato a scrivere questo racconto che poi ha vinto il concorso, perché non ci avrei scommesso due lire, però evidentemente è piaciuto.

Però in realtà è così che è cominciato tutto, anche perché Silvia viene dalla scrittura pura, io ho iniziato a scrivere, scrivendo appunto sceneggiature, e poi mi sono cimentata nei racconti, mentre lei invece viene proprio dalla scrittura pura e poi si è prestata alla sceneggiatura. Noi ci siamo conosciute praticamente partecipando a questi concorsini letterari; da lì abbiamo iniziato a parlare, tra l’altro io e lei, anche qui, veniamo da mondi, da background completamente diversi e questo secondo me è un valore aggiunto, perché io negli anni, come ti dicevo prima, io voglio sempre imparare, ho imparato tantissimo da lei, perché viene da un mondo diverso dal mio. Ho imparato tanto anche del suo modo proprio di concepire le storie, di creare le storie.

Scherzando, diciamo sempre che lei è quella intelligente e io sono quella simpatica. Tra noi c’è stato un confronto interessante, lei aveva questo personaggio in testa, che poi era Ioric, Dottor Morgue, e per me è stato veramente appagante, iniziare a costruire insieme a lei, tutto quello che era il suo mondo, i personaggi secondari, le storie intorno a questo personaggio, che dovevano essere costruite in maniera che venissero fuori tutti gli aspetti di questo personaggio, a cui per ovvi motivi siamo affezionate ancora oggi, dopo, anche se sono passati un po’ di anni.

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[LR]: Era il 2011, se non sbaglio, con la Star Comics. Mi hai parlato dei tuoi interessi scientifici, della fascinazione per la medicina, ma il tuo rapporto con l’horror, visto che tra Dottor Morgue e Dylan Dog ci lavori da tanto, qual era prima di arrivare a sceneggiare?

[MRP]: Io sono la più piccola di quattro fratelli, prima di me ci sono due sorelle e un fratello, e quando io ero piccola, c’erano i film tipo Non aprite quella porta, o tutti quei film degli anni ‘80 molto splatter, che loro guardavano perché erano adolescenti. Io li guardavo con loro, ai nostri tempi non c’era il parental control. Quindi io sono cresciuta, vuoi o non vuoi con l’horror. In questo caso, tra virgolette, lo subivo, nel senso che magari non lo capivano anche bene, ma lo trovavo anche per certi versi um po’ raffazzonato per via gli effetti. La consapevolezza, quindi la ricerca dell’horror come curiosità da parte mia, è avvenuta più o meno tra i 12 e i 13 anni. Quindi ho iniziato le mie letture, Poe, Lovecraft, eccetera eccetera. Ai miei tempi – nel giurassico – c’erano quei libri “Mille Pagine Mille Lire” e quindi ho iniziato a comprare tutti questi libretti qui, e poi ho iniziato anche a leggere King, però un po’ più tardi, prima mi sono appassionata ai classici, e poi King. Ti dirò, It io l’ho letto tardissimo, avrò avuto tipo 26 anni, però tuttora rimane uno dei miei libri preferiti. Secondo me è il libro più bello di King, senza non la togliere a L’ombra dello scorpione, perché so che c’è sempre questa specie di gara tra i due tomi, però secondo me è il più bello, tra l’altro in edizioni con le scritte piccolissime, con quelle pagine che sembravano carta a velina. Dylan Dog l’ho conosciuto prima come cartoleria, nel senso che io avevo il diario di Dylan Dog e i quaderni, perché mi ricordo questa pubblicità dove c’era Dylan in mezzo ai zombie, che poi era la copertina del numero uno. Ho comprato e d’istinto i quaderni e il diario, poi un mio compagno di classe mi prestò il mio primo Dylan Dog, che è La casa infestata, che è uno dei Dylan Dog credo più belli, perché per me fino a quel momento il fumetto era Topolino. Quindi ho scoperto completamente un mondo, perché all’interno di Dylan Dog c’erano un sacco di citazioni musicali, letterarie, e quindi da lì io mi andavo a cercare tutta una serie di cose.

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[LR]: E poi c’era tanto cinema che magari non arrivava così facilmente come oggi e si riuscivano a conoscerlo tramite le pagine di Sclavi.

[MRP]: Esatto, assolutamente sì. Io mi ricordo che tutti i film dell’orrore li trasmettevano sulle reti private regionali, ma erano copie pirata, quindi si vedevano malissimo, si staccavano a metà, proprio una cosa terribile. Quindi sì, tantissimo cinema, non soltanto nelle citazioni, ma anche nella sceneggiatura. Mi ricordo, per esempio, proprio nel primo, ne L’alba dei morti viventi, ci sono letteralmente delle scene prese dal film dell’orrore, quindi erano proprio delle trasposizioni fedelissime. Questo era veramente straordinario! Da lì sono rimasta folgorata e ho iniziato a leggere Dylan Dog.

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[LR]: Nel 2011 arriva, all’interno del Color Fest numero 6, la vostra prima storia, sceneggiata sempre in coppia con Silvia, disegni Simona Denna: La camera chiusa. Qualche anno dopo la prima storia lunga invece sul Dylan Dog Maxi 26 che è Il lago nero. Come siete arrivate a sceneggiare Dylan? [MRP]: Hai presente quando sei piccola e dici io da grande voglio fare l’astronauta? Quelle cose un po’ campate in aria. Io ho sempre detto, anche quando ero all’università lo dicevo ai miei amici, un giorno mi piacerebbe lavorare per Dylan Dog. Ti dicevo, all’inizio pensavo di fare la disegnatrice, poi a un certo punto io semplicemente già conoscevo Silvia, ho mandato in redazione, proprio cartacei, tre soggetti scritti malissimo, lunghissimi, pagine e pagine, perché ai tempi non sapevo bene come scrivere un soggetto… Erano veramente lunghissimi, almeno due pagine per soggetto, e ai tempi il curatore era Marcheselli, che mi rispose con una lettera in cui mi spiegava punto per punto dove avevo sbagliato, dove avevo magari quel tema che non interessava particolarmente… Insomma, è stato abbastanza specifico, e poi alla fine ha concluso con quelle che erano le cose positive, e quindi mi invitava a riprovare. Io l’ho preso in parola, nel senso che ho continuato ogni mese, più o meno, a spedire di soggetti.

[LR]: Erano soggetti solo tuoi, in quel caso?

[MRP]: La prima volta sì, e infatti ho coinvolto trascinato Silvia in questa cosa, perché ci tenevo tanto, e quindi abbiamo iniziato a elaborare le storie insieme. Io mandavo sei soggetti al mese, tre magari erano scritti da me e tre da Silvia, oppure magari quattro da una e due dall’altra, però sceglievamo quelle che secondo entrambe potevano essere interessanti e le mandavamo, e questo è durato più o meno due anni, considera che ogni volta comunque ricevevamo una risposta, e mi ricordo che poi iniziò a chiamarmi Giovanni Gualdoni, che ai tempi poi diventò il curatore, e c’erano le conversazioni tra me e lui sul perché magari quel soggetto in particolare non sarebbe passato, e mi ricordo anche delle conversazioni molto da nerd, nel senso che mi diceva cose come “questo non va bene perché nell’episodio 13, tavola 24, Dylan dice questa cosa, quindi sconfessa questo principio che tu vuoi, magari, fare venire poi in questa storia qua”, allora io ribattevo “sì, però Dylan è il numero 67, pagina 13…”, perché comunque credo che una delle cose fondamentali sia comunque dimostrare che tu conosci la serie. Non soltanto il carattere del personaggio, perché quello comunque lo puoi anche, se sei abbastanza bravo, tirare fuori leggendo pochi albi. Ma devi dimostrare di conoscere la storia, perché comunque è un personaggio che ha fatto la storia, in Italia soprattutto. Quindi per due anni è andata avanti così, poi mi ricordo che Giovanni mi chiamò e mi disse: «Stiamo facendo questo Color Fest con tutte autrici donne, vorremmo anche una vostra storia.» A parte, credimi, l’emozione la prima volta, davanti al foglio di Word, di scrivere la prima battuta di Dylan. Dylan due punti, io stavo tipo lì, mi ricordo che ero una scheggia impazzita, nel senso ero ansiosissima per timore magari di sbagliare, però è andata abbastanza bene, la prima. Con questo intendo dire che non ci arrivarono particolari correzioni pesanti, e poi da lì ci siamo fermate un attimo e abbiamo poi ricominciato a mandare storie per la serie regolare, finché poi c’è stato comunque il cambio tra Giovanni e Roberto Recchioni. Mi ricordo anche che Roberto mi chiamò e parlammo un di questo soggetto che era Il lago nero, che in realtà aveva un titolo diverso – ma ti dico, noi ogni volta proponiamo dei titoli per la nostra storia che puntualmente ci vengono cassati. Ogni volta stiamo lì pensando di avere il titolo perfetto, perché c’è magari questo riferimento all’interno dell’albo e invece niente. Quindi anche lì avevamo messo un titolo diverso e mi ricordo che comunque Roberto accettò la storia e da lì abbiamo iniziato a sviluppare e non ci siamo fermate. Ovviamente ci sono stati degli anni in cui abbiamo scritto di più, degli anni in cui abbiamo scritto di meno, ma ci stav.

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[LR]: Mi dicevi dei primi tentativi in cui selezionavate dei soggetti tuoi, alcuni di Silvia in percentuale diversa, ma qual è il vostro modus operandi per scrivere una storia a quattro mani?

[MRP]: Inizialmente nella fase di soggetto facevamo un lavoro molto più individuale, nel senso che io avevo un’idea, lei un’altra… Per me funziona questa, per lei magari funziona un’altra e presentavano due soggetti e vedevamo in base a quello che passava. A volte è capitato che passassero entrambi, in quel caso abbiamo dato magari la precedenza a una piuttosto che un’altra perché, magari, avevamo già in mente l’inizio della storia. Quindi la regola che ci siamo sempre date è che chi ha scritto il soggetto poi deve dare come dire la linea per l’albo, per la sceneggiatura.

Però per esempio negli ultimi anni è capitato che abbiamo scritto anche il soggetto a quattro mani. Mi ricordo, però, quando Barbara Baraldi mi ha chiamata dicendo che avrebbe preso lei le redini di Dylan Dog, in quel caso lei aveva già un’idea di una storia, quella di Hazel, che era già abbastanza strutturata comunque come idea… In questo dico sempre che è stata molto generosa, perché non tutti secondo me l’avrebbero fatto e ha detto: «Guardate, io ho scritto questo, voi fate quello che volete. Ci sono dei punti fermi, però fate completamente come volete.» Noi abbiamo mandato due storie, una scritta da me e una da Silvia, due soggetti scusami, uno scritto da me e uno scritto da Silvia ed è passato quello che aveva scritto Silvia. Le erano piaciute entrambe, però c’era qualcosa in quello di Silvia che l’ha colpita di più e quindi abbiamo sviluppato quella. Ormai capita spesso che già in fase di soggetto scriviamo già insieme.

La video-intervista integrale di Luca Ruoco a Maria Rita Porretto per i 40 anni di Dylan Dog continua sul Canale YouTube di InGenereCinema.com!

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Dylan Dog: 40 anni di incubi – Intervista a Maria Rita Porretto:

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