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IL MALLOPPO di Volfango De Biasi

C’è qualcosa di particolarmente frustrante, ne Il malloppo di Volfango De Biasi, ed è la sensazione di trovarsi davanti a un film che avrebbe potuto essere molto più interessante di quello che è. Gli ingredienti, del resto, ci sarebbero tutti: una storia criminale, equivoci, personaggi improbabili, tensione, possibilità di azione e una squadra di interpreti che, almeno sulla carta, sembra adatta al gioco. Eppure tutto rimane curiosamente in superficie. Il film procede senza mai trovare quella convinzione necessaria a trasformare i suoi ingredienti in una forma compiuta. Ed è un peccato che Il malloppo finisca per essere anche un’occasione persa per ragionare su un problema più ampio della nostra commedia: la difficoltà, ormai piuttosto evidente, di prendere sul serio il Genere per poterlo finalmente far ridere. Perché il punto non è fare una commedia dentro un thriller, un horror o un poliziesco. Il punto è molto più interessante: fare in modo che la comicità nasca proprio dal linguaggio del Genere. La differenza sembra sottile, ma è tutto.

Prendiamo un horror: se vogliamo che funzioni anche come commedia, dobbiamo prima di tutto avere paura. Il pericolo deve essere reale, le regole del mondo devono essere rispettate, i personaggi devono crederci e gli attori devono viverlo come qualcosa di terribile. Solo allora può arrivare la risata: perché qualcuno reagisce in modo assurdo, perché una situazione drammatica precipita nel grottesco, perché l’eroe più improbabile del mondo si trova a dover affrontare qualcosa che il film tratta con assoluta serietà. La comicità, in altre parole, nasce dallo scarto tra la gravità della situazione e il modo in cui l’essere umano la attraversa. È una lezione che il cinema italiano conosceva bene. La nostra commedia, quando è stata davvero grande, non ha avuto paura di sporcarsi le mani con il Genere. Lo ha attraversato, deformato, contaminato, ma senza mai smettere di rispettarne le regole.

Oggi, invece, capita sempre più spesso il contrario. Il malloppo, così come Agata Christian per certi versi, sembra partire dalla commedia e utilizzare il Genere come semplice impalcatura narrativa. Tutto è già dichiaratamente comico: il tono, i personaggi, le situazioni, persino il modo in cui gli interpreti sembrano stare dentro la scena. A tratti si affaccia anche una comicità più scopertamente pecoreccia, che finisce per accentuare ulteriormente questa sensazione. Il problema è che, quando tutto è comico fin dall’inizio, nulla può più diventare davvero comico. La rapina rimane una rapina soltanto nella trama. Il pericolo esiste perché lo dice il copione. L’indagine c’è perché serve a portare avanti la storia. L’azione arriva col contagocce. E gli attori, invece di vivere gli eventi, sembrano spesso commentarli dall’interno, come se aspettassero semplicemente che arrivasse la battuta successiva. È qui che il film perde la partita. Perché lo spettatore può accettare quasi qualsiasi assurdità, a condizione che il film la venda con assoluta serietà. Può credere al criminale idiota, al poliziotto pasticcione, alla situazione improbabile. Può perfino credere all’impossibile. Ma deve sentire che, dall’altra parte dello schermo, qualcuno ci crede.

Ne Il malloppo questa convinzione manca troppo spesso. E quando manca, anche la costruzione narrativa appare più fragile, gli eventi più inverosimili, i personaggi più macchiettistici. Non è soltanto una questione di sceneggiatura o di ritmo. È una questione di tono. Il film non sembra mai disposto a concedere al proprio universo quella dose di serietà necessaria perché l’assurdo possa davvero diventare divertente. È il paradosso di questa operazione: non prende abbastanza sul serio il Genere da potersene prendere gioco. Ed è proprio qui, cari amici di InGenereCinema.com, che sembra di intravedere una delle occasioni più interessanti, e più puntualmente sprecate, della commedia italiana contemporanea.

Non abbiamo necessariamente bisogno di film che siano “un po’ thriller e un po’ commedia”, “un po’ horror e un po’ commedia”. Questa formula rischia di produrre soltanto film divisi in compartimenti: da una parte il Genere, dall’altra la gag. L’ibridazione vera è un’altra cosa. È un film che sia contemporaneamente commedia e Genere. Un film nel quale il thriller non venga interrotto dalla comicità, ma la produca. Nel quale l’horror non venga alleggerito da una battuta, ma diventi più inquietante e, proprio per questo, più divertente. Nel quale l’azione non sia soltanto un raccordo tra due momenti comici, ma diventi essa stessa materia di commedia. Per farlo, però, bisogna avere il coraggio di lasciare che il Genere faccia il suo mestiere. Bisogna avere paura prima di ridere. Bisogna credere al pericolo prima di poterlo sbeffeggiare. Bisogna costruire personaggi che non sappiano di essere macchiette e situazioni che non sappiano di essere gag. Perché la comicità più efficace, quasi sempre, nasce quando il film non ride insieme ai suoi personaggi, ma li lascia soli davanti all’assurdità di ciò che sta accadendo. Il malloppo, invece, sembra volerci strizzare l’occhio prima ancora di averci raccontato qualcosa. E quando un film strizza l’occhio così presto, finisce per chiederci una complicità che non ha ancora guadagnato. È questo, alla fine, ciò che ci dispiace più del film: non tanto che sia poco riuscito, quanto che non abbia avuto il coraggio di essere davvero ciò che avrebbe potuto essere. Perché forse il problema della commedia italiana non è che non sappia più far ridere. È che, troppo spesso, non osa più fare sul serio abbastanza da poterci far ridere davvero.

Paolo Gaudio

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IL MALLOPPO

Regia: Volfango De Biasi

Con: Diego Abatantuono, Max Angioni, Antonio Catania, Michele Foresta, Irene Girotti, Maria Amelia Monti, Bebo Storti

Uscita sala in Italia: giovedì 3 settembre

Sceneggiatura: Volfango De Biasi, Luca Belardi, Irene Girotti, Herbert Simone Paragnani

Produzione: Tramp Limited, Notorious Pictures

Distribuzione: Vision Distribution

Anno: 2026

Durata: 110′

InGenere Cinema

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