Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo creato nel 1986 da Tiziano Sclavi, compie 40 anni di intensa vita editoriale.
La nostra Gazzetta continua a festeggiare l’importante traguardo con le interviste di Luca Ruocco ad alcuni degli autori più importanti dello staff dylaniato!
La serie di interviste Dylan Dog: 40 anni di incubi è pubblicata a puntate sul canale YouTube di InGenereCinema.com, con un breve estratto testuale sulle pagine web del nostro sito.
Il protagonista di questa intervista è lo sceneggiatore Andrea Cavaletto, da anni firma dylaniata, ma con un’anima orrorifica che, in campo cinematografico, lo ha portato più di una volta a camminare sui terreni dell’extreme horror!
Dylan Dog compie 40 anni e la festa continua anche su InGenereCinema!
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[Luca Ruocco]: Andrea, come si suol fare, comincerei proprio dai tuoi inizi. Prima di diventare autore di fumetti chi era Andrea Cavaletto? Che progetti aveva?
[Andrea Cavaletto]: Guarda, fin da ragazzino, da bambino, il mio sogno era quello di fare fumetti. Fare fumetti e fare cinema. Per dire, quando ai miei tempi ancora non si giocava così tanto ai videogiochi, non c’erano neanche ancora, si giocava in cortile a guardie ladri, cowboy indiani, eccetera. E io non ero né un cowboy, né un indiano. Ero il regista: praticamente io mi mettevo lì, sceglievo le inquadrature facevo giocare i miei amici e dicevo a loro come posizionarsi, dove mettersi, perché io volevo raccontare la storia che loro vivevano, quindi mi tenevo dietro le quinte, perché mi divertivo così. Si vede che sarà un segno del destino, sarà un’impronta nel DNA che poi mi ha portato a scrivere storie di tutti i tipi e ho anche avuto la fortuna di poter fare quello che poi alla fine era il mio desiderio, cioè raccontare avventure orrorifiche sia nel fumetto che nel cinema e recentemente anche nei racconti e nei romanzi. Quindi raccontare storie in tutti i modi; storie horror di tutti i tipi che vanno dallo splatter allo psicologico, al comico, al drammatico, in diversi media che sono quelli che mi interessano principalmente. Per cui una buona dose di fortuna, tanta testa dura… non ho mai mollato anche perché, come dico spesso, non ho grandi capacità al di fuori della scrittura e del disegno e quindi, per dire, fatico ad avvitare una lampadina, per cui se non ce la facevo così non so che fine avrei fatto, probabilmente sarei sotto un ponte da qualche parte e ringrazio la buona sorte il destino e anche la mia caparbietà, perché non è stato facile, soprattutto non sono mai stato un raccomandato, non sono mai stato uno di quelli che, per arrivare da qualcuno o a qualcosa, sottostava a determinate regole, anzi, nonostante non sembri, sono abbastanza un ribelle.
Quindi ho sempre fatto molto di testa mia, ho preso sempre le mie decisioni, tante volte ho anche rinunciato a dei progetti parecchio grossi che magari mi avrebbero portato però da un’altra parte, magari mi avrebbero fatto fare più soldi ma non mi avrebbero dato le soddisfazioni che mi sto prendendo in questi anni e quindi sono contento così.
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[LR]: Mi dicevi prima che sei riuscito con caparbietà, con impegno e con un po’ di fortuna a raccontare le tue storie horror in diversi settori – cinema, fumetto, letteratura – ma anche da fruitore, da ragazzo e ora, l’horror è il tuo Genere di riferimento?
[AC]: Assolutamente, sempre fidelis! Poi ovviamente, per lavoro, leggo, ascolto e guardo di tutto. Magari mi viene un’idea horror partendo da una barzelletta, oppure che ne so, guardo un film comico, una commedia e il mio cervello baccato declina tutto in una versione più oscura. Per dirti, proprio adesso sto lavorando su un nuovo soggetto per Dylan Dog, visto che siamo qua a parlare di Dylan, che non so ancora neanche se passerà le forche caudine delle approvazioni di Baraldi, Sclavi e compagnia bella, Lanzoni, però mi è venuta questa idea guardando Il diavolo veste Prada 2, il sequel della famosa commedia. Mentre ero lì ho detto: «Cavolo, però c’è una tematica di fondo che mi piacerebbe sviluppare in un contesto completamente diverso da questo e ovviamente molto più orrorifico, molto più da paura», e ho tirato fuori un soggetto che sto finendo in questi giorni e che dopo l’estate proporrò alla redazione. Però questo è solo un esempio, tantissime volte mi capita, magari, qualcosa di anche divertente e buffo nella mia vita, perché la mia vita fortunatamente il più delle volte è l’opposto di quello che scrivo – meno male altrimenti sarebbe un problema – mi succedono delle cose assurde, divertenti, stupide e io poi però ci ragiono su, le rielaboro e mi partono queste storie.
E poi un’altra mia fortuna, se vogliamo chiamarla così, è che essendo io molto paranoico vivo di paure, ne ho tantissime, sempre di nuove. Magari me ne passa una e me ne arriva un’altra ed è una fucina infinita per quello che voglio raccontare.
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[LR]: Nel 2010 arrivi in edicola con la tua prima storia per Dylan Dog, era una Dylan Dog Maxi, il numero 13. La tua storia era L’armata di pietra. Poi l’anno successivo, Piovono rane sulla collana sulla regolare. Come sei arrivato a Dylan?
[AC]: Come ci sono arrivato? Tu dici 2010, hai ragionissima, ma il percorso arriva molto prima. Era un giovane Cavalettino di belle speranze che vagava un po’ smarrito nei corridoi di Torino Comics con la sua cartellina di lavori, in cerca di qualche editore, o sceneggiatore, o qualcuno di già affermato che avesse il buon cuore di dare un’occhiata a quelle cose che facevo, ovviamente senza grossissimi risultati. Però proprio durante questo Torino Comics 2003, ti incontro Luigi Piccato. Abbiamo chiacchierato proprio del più e del meno. Una cosa molto amichevole, anzi mi sono stupito.
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[LR]: Piccatto che poi ha disegnato la tua prima storia nella serie regolare…
[AC]: Sì, sì, e infatti la storia continua lì, perché non so cosa ci ha visto lui in me, cioè veramente è stata una chiacchierata di dieci minuti, io ero super fan, sono andato lì, avevo fatto la coda per prendermi la stampa, sai che facevano sempre le stampe della Bonelli alle fiere e c’era lui come ospite, quindi aveva fatto questa stampa e mi ero messo in coda.
Dopo la coda c’eravamo scambiati due parole, era saltato fuori che io ero un aspirante sceneggiatore. Non so come mai mi ha prestato così tanta attenzione, perché ha iniziato a chiedermi che storie scrivevo, mi ha iniziato a dire, «Vabbeh, ma dimmi due o tre soggetti che stai preparando. », e io gli ho raccontato quello che poi era nel mio portfolio.
Prima di andare via, mi fa: «Avresti mica da lasciarmi una copia di queste cose che stai portando in fiera?» Ovvio che sì, avevo tutte le fotocopie, gli ho lasciato un plico e ci siamo separati, ma mai più avrei pensato che la cosa si sarebbe sviluppata in qualche modo, tant’è che due mesetti dopo – due o tre mesi dopo – cosa è successo? Ricevo una telefonata sul cellulare, un numero sconosciuto. Rispondo, anche perché allora non c’erano tutte queste rotture di palle dei numeri sconosciuti. Rispondo e la voce dell’altro capo mi fa: «Andrea Cavaletto?», «Sì.», «Sono Marcheselli.»
Marcheselli, ricordiamolo, era l’editor di Dylan Dog, a quei tempi. Quindi, siccome ha la stessa identica voce di un mio carissimo amico, che mi prende in giro, ogni tanto mi fa gli scherzi, Simone, io proprio bellamente l’ho mandato a quel paese, cioè ho proprio detto: «Sì, vaffanculo, io sono Babbo Natale.»
C’è stato un momento di silenzio totale, imbarazzato, dopodiché dopo un attimo lui mi rifà: «No, guarda che sono davvero Marcheselli, mi ha dato il tuo contatto Luigi Piccato e mi ha fatto leggere un po’ delle cose che scrivi…», ed era interessato a un trattamento che avevo che avevo fatto per un film in realtà, era un trattamento cinematografico. Avevo vinto anche un premio con quel trattamento a un concorso nazionale di sceneggiatura. Poi non se n’era più fatto nulla, perché i costi produttivi sarebbero stati immensi. Mi aveva proposto di trasformare quella storia in una storia di Dylan Dog e lavorarci assieme.
Ora, io non ero convintissimo, perché era una storia ambientata nel Nord Europa e avrei dovuto per forza di cose spostarla su Londra ed era molto incentrata su quelle terre, in più ti dico pure che non mi sentivo così sicuro di poter lavorare su Dylan Dog, perché ero veramente agli inizi. Mi sembra che avevo pubblicato forse un paio di storielle sulle riviste di Nicola Pesce Editore, allora si chiamava Nicola Pesce, adesso è diventato NPE, e un altro paio di cose che avevo fatto per qualche associazione culturale o casa editrice culturale indipendente molto molto piccola, quindi capisci anche tu che da lì a passare a scrivere un 94 pagine di un Dylan Dog, mi era presa un attimino male. E quindi gli ho detto: «Guardi Marcheselli, la ringrazio tantissimo per questa offerta, sono lusingato, ma non sono così sicuro. Stia tranquillo, che quando mi sentirò pronto, mi farò vivo».
[LR]: Quindi la prima volta hai rifiutato?
[AC]: Ho rifiutato e sono andato da un’altra parte, verso altri lidi. Tra l’altro era il periodo dove cercavano effettivamente autori ed è il periodo in cui poi è entrata Paola Barbato. Quindi hanno cresciuto lei, ma l’idea era proprio quella di prendere qualche autore nuovo, in quel periodo, da mettere dentro la serie. Sono passati veramente sette anni, in cui ho fatto parecchie esperienze, ho pubblicato un po’ di racconti brevi, la mia prima graphic novel in America per una casa editrice piccolissima, però legata Image Comics diretta da Scott Brown. Mi sono fatto un po’ le ossa, perché già lì l’intraprendenza di andare a proporre un proprio progetto in America non è che ce l’avessero tutti. Me la sono scritta io in inglese quando, ricordo, non c’era Chat GPT, non c’erano i traduttori simultanei, mi sono fatto un discreto culo. Poi ovviamente Brown ha riscritto tutti i testi per dargli uno slang che andasse bene per gli americani. Ma immagino che ci abbia visto qualcosa, perché se no non avrebbe preso il progetto.
La video-intervista integrale di Luca Ruocco ad Andrea Cavaletto per i 40 anni di Dylan Dog continua sul Canale YouTube di InGenereCinema.com!
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Dylan Dog: 40 anni di incubi – Intervista ad Andrea Cavaletto
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