Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo creato nel 1986 da Tiziano Sclavi, compie 40 anni di intensa vita editoriale.
La nostra Gazzetta continua a festeggiare l’importante traguardo con le interviste di Luca Ruocco ad alcuni degli autori più importanti dello staff dylaniato!
La serie di interviste Dylan Dog: 40 anni di incubi è pubblicata a puntate sul canale YouTube di InGenereCinema.com, con un breve estratto testuale sulle pagine web del nostro sito.
Il protagonista di questa intervista è lo sceneggiatore Giancarlo Marzano, autore con cinema nel sangue, che ormai condivide con l’indagatore dell’incubo ben 22 anni della sua vita creativa. Più della metà di quelli che festeggiamo per questo anniversario!
Dylan Dog compie 40 anni e la festa continua anche su InGenereCinema!
[Luca Ruocco]: Di solito cominciamo queste interviste raccontando l’inizio della carriera dei vari autori dylaniati. Questa volta, però, vorrei iniziare dall’attualità, perché proprio da pochissimo due tue storie sono apparse nella testata regolare dell’indagatore dell’incubo, nell’albo BIS con “Le radici dell’odio”, e anche nel numero 9 della nuova serie dell’Old Boy, con “La figlia del silenzio”.
[Giancarlo Marzano]: Sì, sono scelte quasi in contemporanea, a distanza di un mese circa, tra l’uno e l’altro.
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[LR]: Esatto, ed entrambe rinnovano questo connubio che c’è stato sin dal primo numero tra Dylan Dog e i rimandi cinematografici.
[GM]: Sì, questa tra l’altro, quando ero lettore di Dylan Dogg, è stata proprio una delle cose, tra le varie, che mi ha fatto innamorare del personaggio, proprio quella delle citazioni cinematografiche, o anche dei remake dylaniati di alcune opere cinematografiche. E in parte queste due storie, appunto, replicano questa mia passione per il cinema, in maniera però differente appunto, mentre ne Le radici dell’odio abbiamo una storia originale con una serie di citazioni cinematografiche, a cominciare dal primo Frankenstein dell’epoca del muto, appunto nel 1910; nell’Old Boy abbiamo quel secondo tipo diciamo di citazione dylandogghiana, cioè quella di cosa farebbe Dylan Dog se si trovasse nella situazione di un film o di un libro. Quindi sono due tipi diciamo di sviluppo, anche narrativo, che però si rifanno appunto alla tradizione classica di Dylan Dog.
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[LR]: La cosa interessante di leggerli a così breve distanza è stata anche la possibilità, da lettore e da spettatore di film fantastici, di fare un viaggio così lungo tra l’immaginario che sta dietro al primo albo che si rifà a Elephant Man, e poi invece questo Old Boy che rielabora e rilavora una storia cinematografica molto più attuale.
[GM]: Sì, l’esempio di Frankenstein era non nel senso che la storia si rifà al Frankenstein, ma solo nel senso che, essendo la storia disseminata in citazioni cinematografiche, allora ho iniziato con uno dei primi film di cui Dylan Dog poteva essere spettatore nel 1910, e quindi il primo Frankenstein. Ma quello è un giochino, ovviamente è una sorta di sequel, what if, di Elephant Man. Mi sono immaginato un Elephant Man che invece di morire per la sua malattia, ha continuato a vivere e a studiare, a diventare qualcosa di più che un semplice fenomeno da baraccone. Però la storia si articola, è molto avventurosa, si articola in diversi capitoli, diverse ambientazioni, abbiamo tanti personaggi, al contrario invece dell’avventura dell’Old Boy, La figlia del silenzio, dove invece la situazione è unica.
Anche se lì, ci sono anche lì, ci sono delle citazioni magari di altri film, tipo l’inizio con Funny Games, con questi ragazzi che sembrano per bene, poi si dimostrano dei criminali, ma comunque il nucleo del del fumetto è il film Lamb, in cui appunto abbiamo questa rivisitazione dylandoghiana, come si faceva ai bei tempi.
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[LR]: Una curiosità proprio da lettore, da appassionato, Dylan Dog, curatela di Barbara Baraldi, Old Boy, Franco Busatta: differenze tra le due lavorazioni?
[GM]: Allora, con Barbara diciamo che si lavora più in tempo reale, nel senso che scrivo, mando, lei risponde, discutiamo se le scene, se farle più lunghe o più corte, il ritmo, oppure cambiare qualcosa eventualmente. Invece con Franco, lui è, da una parte propositivo, perché spesso è lui che suggerisce il tema, in questo caso è anche stato così, mi aveva suggerito, guarda questo film, è molto bello, si potrebbe trarre una storia di Dylan, e da lì è nato in effetti poi il fumetto.
Con lui invece è diverso, nel senso che uno si scrive una sceneggiatura per intero e poi dopo si lavora successivamente, anche durante la fase del disegno, se ci sono appunto da portare delle eventuali modifiche. Quindi sono due modi di lavorare simili, ma comunque con delle differenze. Uno è un lavoro seguito nel momento che si fa e l’altro invece che si corregge dopo.
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[LR]: Sono andato a ripescare alcuni degli albi che hai firmato, e ho riletto nel tuo primo numero della serie regolare, che è “Il custode”, la presentazione che ti facevano all’interno dell’Horror Club, dove appunto citavano alcuni tuoi cortometraggi, che avevi realizzato insieme al tuo fratello, che erano passati per esempio al Torino Film Festival. Quindi il rapporto di Dylan con il cinema rispecchia un po’ anche il tuo rapporto personale?
[GM]: Sì, sì, certo. Io e Dylan avevamo la stessa passione. Il cinema, in particolare il cinema di genere, in particolare il cinema horror. Quindi questo rapporto diretto, diciamo, con Dylan era come un amico con cui potevi parlare. Leggere Dylan Dog era come avere a che fare con un amico con cui parli delle tue passioni, no? E quindi è stata anche quella una delle cose che mi ha fatto prima diventare un lettore assiduo, dopodiché cercare anche di diventare uno dei suoi autori. Perché mi sentivo veramente in sintonia con il personaggio, con le sue idee, le sue passioni. Cinema e fumetti, quando ancora non andava di moda a dichiararsi nerd, negli anni ‘90, erano anche le mie passioni. Quindi appunto non si poteva non amare Dylan Dog.
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[LR]: Nei cortometraggi, lavoravi in autoproduzione, immagino, e invece per quanto riguarda il fumetto, come hai esordito?
[GM]: Allora, con il mondo del fumetto, inizialmente con le fanzine underground. In quel periodo lì, appunto, era un momento molto fervido, di creatività, sia per quanto riguarda il cinema, sia per quanto riguarda il fumetto.
Nascevano riviste, poi magari duravano pochissimo, non mi importa, però comunque ci si ritrovava tra appassionati e si cercava di pubblicare in qualche maniera i nostri lavori. Tra l’altro il mio vero esordio dylandoghiano è stato con una parodia fumettistica che uscì nel ‘92, se non sbaglio, in una fanzine che si chiamava Bugs, una fanzina di fumetti, in cui c’era una mia parodia scritta e disegnata: Dylan Dog contro Mazinga Z, in cui venivano allegramente presi in giro entrambi i personaggi. Due personaggi da me amati, ma allo stesso tempo amichevolmente presi in giro. E per assurdo è stato il mio esordio, diciamo così, dylaniato.
[LR]: Andando un po’ indietro nel tempo, la tua prima storia ufficiale per Dylan Dog dovrebbe essere del 2004, che è nell’Almanacco della Paura di quell’anno, quindi sono già 22 anni su 40 che scrivi per l’indagatore dell’incubo. Come sei arrivato a Dylan Dog?
[GM]: Nel modo più semplice possibile, nel senso che mandai tre soggetti alla redazione, all’epoca il curatore era Mauro Marcheselli, anche se io ero convinto che fosse Tiziano Sclavi e scrissi sulla busta, perché poi all’epoca appunto non c’erano email, nei primi anni 2000, quindi si spediva ancora tutto via posta, e quindi scrssi sulla busta con i miei soggetti “Alla cortesia attenzione Tiziano Sclavi, con la speranza di…”.
La risposta non fu immediata, passò tipo, forse un paio di mesi. È arrivata poco prima di Natale, mi ricordo, squillò il telefono – il telefono fisso, mi sembra prima di parlare di un’altra epoca, con cose spedite, cartacei, telefoni fissi – e appunto dall’altra parte c’era Mauro Marcheselli, che mi disse: «Sono il curatore di Dylan Dog e ho letto i tuoi soggetti. Uno che mi pare particolarmente interessante, ne vogliamo parlare?». E da lì poi è nata la cosa. Mi suggerì alcune correzioni da fare, poi mi disse di risentirci poi dopo le feste, feste che ovviamente passai a scrivere, in esaltazione e eccitazione allo stesso tempo. Quindi poi rispedii di nuovo il soggetto, corretto. Dopodiché mi arrivò la telefonata: «L’ho fatto leggere anche a Decio Canzio (che era il caporedattore a Sergio Bonelli) e hanno detto che il soggetto va bene, quindi decidi tu se vuoi provare a cimentarti con la sceneggiatura, oppure semplicemente vendere il soggetto e poi farlo sceneggiare da uno sceneggiatore già in attività». E io ovviamente ho detto vabbeh, colgo l’occasione e provo a sceneggiarlo io.
Mi inviarono un plico contenente alcune sceneggiature originali di Tiziano Sclavi, per farmi vedere come era scritta una sceneggiatura di Dylan Dog, le lessi e cercai di imparare il più possibile. Poi iniziai a scrivere la mia storia, che poi scrivevo di notte, ma non per romanticismo, semplicemente perché facevo un altro lavoro e di conseguenza tornavo a casa la sera. Mi ricordo, tra l’altro, che c’era anche Sanremo in quel periodo, era tipo febbraio, quindi sentivo la radio, canzoni di Sanremo, e io che scrivevo lì, poi dalla stanchezza, la confusione, l’euforia e poi mandavo un po’ di pagine alla volta che mi tornavano corrette, finché poi la sceneggiatura è stata approvata definitivamente, Poi fu passata a Corrado Roi e anche lì, quando mi fu comunicato che la storia sarebbe stata disegnata da Roi, un triplo salto di gioia carpiata all’indietro, perché ancora non mi consideravo un autore, ma ancora semplicemente un fan.
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[LR]: Ma mentre la lavoravi, come vivevi questa scrittura per un personaggio che immagino seguissi da tanto tempo?
[GM]: Sì, sì, era un mix di entusiasmo e di terrore allo stesso tempo, perché c’era la paura di fallire l’occasione ovviamente, ma anche un entusiasmo pazzesco. Quindi queste due cose comunque mi tenevano ovviamente… Ha prevalso l’entusiasmo, per fortuna, e da lì poi è cominciata la mia carriera di autore.
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[LR]: Ti ricordi qual è il primo numero di Dylan Dog che invece hai letto come fruitore?
[GM]: Sì, sì, me lo ricordo benissimo, è il numero 11, Diabolo il Grande, comprato al mare quasi casualmente, anche se avevo già sentito parlare di questo fumetto di Dylan Dog, che ancora non era, diciamo, esploso, perché appunto numero 11, non aveva neanche un anno di vita.. Però già si cominciava a parlare tra amici, appassionati di fumetti… Mi sono detto, vabbe, lo provo! Sono al mare, voglio leggere qualcosa, un bel fumetto horror. Quindi lo comprai in edicola e lo lessi subito. Rimasi folgorato. Dopo aver letto quel numero lì, tornai di nuovo all’edicola dove avevo d’occhiato che c’era lo speciale, quello estivo, Il club dell’orrore, quello che conteneva il primo albetto allegato, e quindi comprai subito quello e poi rimasi nella presa, ovviamente, a settembre dell’uscita del numero successivo e da lì poi anche l’ho più smesso.
La video-intervista integrale di Luca Ruocco a Giancarlo Marzano per i 40 anni di Dylan Dog continua sul Canale YouTube di InGenereCinema.com!
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Dylan Dog: 40 anni di incubi – Intervista a Giancarlo Marzano
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