FATHER JOE di Barthélémy Grossmann
Presentato alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Venice Open – Fuori Concorso, Father Joe di Barthélémy Grossmann è puro cinema di Genere e lo dichiara subito: nella New York anni ’90 un prete solitario, vestito di nero come un giustiziere, attacca i laboratori di cocaina e risale fino al boss della banda, mosso dal rifiuto di tollerare lo spaccio tra i più giovani.
Luc Besson firma una sceneggiatura scanzonata e piena di azione con sparatorie, arti marziali, tutto ciò che il pubblico di genere può desiderare, mentre il regista Barthélémy Grossmann, che negli ultimi anni ha lavorato a stretto contatto con lui, dimostra di saper reggere un progetto ambizioso. È una sorta di revenge movie che non lesina nulla, sorretto da un cast di peso [Sutherland, Pacino, Anderson] e da un ritmo che non cala mai.
E’ un film di puro intrattenimento, non certo per intellettuali, dove la tensione regge e mantiene un crescendo fino alla fine. Kiefer Sutherland calza perfettamente gli abiti del vendicatore nero e contestualmente anche del parroco, ma Al Pacino, senza cadere nel solito cliché del mafioso, è insuperabile nei panni del padrino dell’organizzazione.
Non è certamente imperdibile, ma è un prodotto piacevole, ironico e ben costruito per il quale spendere volentieri poco meno di un paio di ore del proprio tempo.
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THE DIFFICULT BRIDE di Rubaiyat Hossain
Siamo a Dacca, Bangladesh: Zaineen [Zaineen Chowdhury Karim] si prepara al matrimonio nello storico salone Mayfair, tra rituali di bellezza scanditi dai trattamenti prescritti dalla proprietaria [Azmeri Haque Badhon] e affidati alle cure di Minoti [Rikita Nandini Shimu]. Ma qualcosa si insinua tra le stanze del salone: lucertole, lumache, vermi, pesci morti, insetti sembrano presagire che le cose non andranno come previsto. A rendere l’atmosfera ancora più perturbante contribuisce il sound design, che lavora anche su rumori d’ambiente per amplificare il disagio crescente.
The Difficult Bride di Rubaiyat Hossain, in concorso nella sezione Orizzonti della 83ª Mostra del Cinema di Venezia, mette in scena la ribellione inconscia di Zaineen. Convinta che fidanzato e matrimonio siano perfetti, vede d’altro canto il proprio corpo reagire: pustole sulle gambe, prurito sulla testa, l’ombra di un rettile sottopelle. Madre e proprietaria del salone tentano palliativi inutili, finché non è la sposa stessa a imparare a decodificare i segnali del proprio corpo.
Quarto lungometraggio di Rubaiyat Hossain, nato come corto nel 2006 e maturato in vent’anni di gestazione, è un film che parla di patriarcato e di difficile emancipazione femminile nei paesi più poveri, girato con pochi mezzi ma buone idee: la vera cerimonia, qui, non è quella nuziale, ma quella con cui un corpo impara finalmente a dire no.
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SERPENTI di Roberto De Paolis Maino
Zoom lento sul protagonista: siamo nella cucina dell’appartamento di Paolo Marra [Leonardo Lidi], che ci parla della moglie appena assassinata. Allo scopo di liberarsi del rimorso si reca alla stazione di Polizia più vicina per costituirsi, e, dopo una lunga anticamera, il caso viene assegnato a un dirigente.
Terzo lungometraggio di Roberto De Paolis Maino, scritto con i fratelli D’Innocenzo, Serpenti approda alla rassegna Spotlight della 83ª Mostra di Venezia con una storia surreale e kafkiana: il femminicidio non viene preso sul serio, tra lo stupore dello stesso assassino. La confessione si disperde tra sale d’attesa, un ferramenta, la sala biliardo di un bar e gli uffici del commissariato, popolati da personaggi surreali eppure credibili. Ne nasce il ritratto ironico di un Paese più tollerante verso un omicidio che verso chi viaggia sull’autobus senza biglietto.
Il dirigente di polizia [Alessandro Borghi], l’avvocato [Pietro Castellitto] e la cartomante [Valeria Golino] accompagnano il protagonista in questo inferno dantesco dell’indifferenza. Cast di livello, con un Lidi in stato di grazia, presente a Venezia anche in Scherzetto di Mario Martone [Venice Open – Fuori Concorso]. Resta un dubbio più inquietante del delitto: chi sia davvero il colpevole, tra l’uomo che confessa e il sistema che si ostina a non voler ascoltare. Serpenti è un film da vedere, per divertirsi e per riflettere.
Paolo Maneschi
InGenereCinema.com Gazzetta del Cinema e della Cultura Horror, del Fantastico, del Bizzarro e dello Straordinario


