Anche quest’anno il nostro adorato cinema di Genere ha fatto il suo dovere: è entrato a gamba tesa, ha rimesso mano ai miti, ha fatto i conti con la morte, con il corpo, con la scienza e con il desiderio. Un anno in cui l’horror ha continuato ad affrontare il presente senza bisogno di urlare, la fantascienza ha guardato indietro per interrogare il futuro, e il fantastico ha deciso di deformare le fiabe invece di addolcirle. Tra ritorni attesissimi, riletture mostruose dei classici, cinema indipendente che sembra arrivare direttamente da un’altra dimensione e opere impossibili da catalogare, il 2025 ci ha ricordato perché amiamo il Genere, cari Amici di InGenereCinema.com: perché è libero, impuro e ostinato. Ecco a voi la nostra annuale lista del Meglio del Cinema di Genere 2025.
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Miglior Horror: 28 ANNI DOPO di Danny Boyle
Ventotto anni dopo la diffusione di un virus della rabbia proveniente da un laboratorio di armi biologiche, il Regno Unito non è stato in grado di riprendersi dall’emergenza sanitaria, mentre l’Europa continentale ha gestito con successo la crisi. La Gran Bretagna rimane sotto quarantena e i sopravvissuti sono isolati dal resto del mondo. Boyle e Garland tornano a parlare la lingua degli infetti che ha praticamente rilanciato il sotto-Genere a inizio millennio. Il loro secondo passo in combinata all’interno della saga si concentra su un gruppo di persone che ha costituito una piccola comunità protetta su un’isola al largo della costa nord-orientale dell’Inghilterra, collegata alla terraferma esclusivamente tramite una striscia di terra accessibile solo durante la bassa marea. Un’ambientazione sospesa, poetica e onirica, per un film che si presenta come un’opera drammatica e attuale, fortemente connessa alla saga di appartenenza ma allo stesso tempo più interessato a legarsi a temi di particolare rilevanza sociale. La riflessione sulla figura dello “zombi” – sebbene in questa narrazione il termine non sia mai pienamente appropriato – si inserisce coerentemente anche nel percorso tracciato da Romero, ma filtrata dall’approccio personale di Garland. In particolare, gli aspetti legati all’evoluzione degli infetti e al loro comportamento, sempre più organizzato, richiamano le ultime riflessioni di Romero, sviluppate a partire da La terra dei Morti Viventi fino al romanzo postumo I morti viventi.
Anche nel film di Boyle l’analisi va oltre la mera superficie del Genere per indagare ciò che rimane dell’umanità in seguito al collasso del sistema sociale. In tale contesto, emergono e si amplificano problematiche e dinamiche preesistenti.
Il virus, pertanto, rappresenta non solo una minaccia esterna, ma anche uno strumento attraverso cui esplorare tematiche quali il vuoto morale, il deterioramento delle relazioni interpersonali e la perdita dell’identità individuale. Il film ha già un sequel in uscita proprio a inizio 2026, che continuerà il racconto direttamente dal finale sospeso di questo capitolo.
28 anni dopo ha lottato per questo primo posto fino all’ultimo con Bring Her Back dei Philippou, che in modo decisamente differente affronta il comune tema della perdita [di una persona, della lucidità, dell’umanità]. Ma alla fine ci siamo lasciati trasportare dalla visione di un regista esperto qui davvero all’apice della sua carriera.
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Miglior Sci-Fi: FRANKENSTEIN di Guillermo Del Toro
Guillermo Del Toro ha atteso oltre vent’anni prima di concretizzare il suo desiderio di portare sullo schermo [grande per chi ha avuto la fortuna di intercettarlo in tempo, poi su piattaforma] la storia che forse più di tutte ha fatto da imprinting per il suo modo di intendere e raccontare il Mostro e il mostruoso.
Per farlo ha scelto uno stile narrativo romantico e che si prende i suoi tempi, a volte anche dilatati e poco da piattaforma, scivolando nel fantastico piuttosto che spaventoso, ma mantenendo salde uno stile poetico e dark e un punto di vista ormai davvero riconoscibile.
Lo aveva già fatto tre anni fa con Pinocchio [e anche lì era finito nella nostra lista dei Migliori]: Del Toro racconta il suo punto di vista sulla creazione [tutta umana], che però ha sempre qualcosa di follemente visionario, quindi di quasi divino. Si tratta di dare la vita a qualcosa che non l’aveva [o che per lo meno non l’aveva mai avuta per come l’avrà successivamente all’atto creativo], ma ancor di più di dare
forma e scintilla vitale al “monstrum” inteso più come “prodigio”: un burattino di legno che parla e si muove autonomamente, lì, un enorme puzzle anatomico di parti di cadaveri che, assemblato, dà forma ed esistenza a un nuovo Adamo, esteticamente più vicino a un dio oscuro, piuttosto che a un nuovo uomo.
Del Toro torna sicuramente su concetti già conosciuti della sua poetica, ma in casi come questo raggiunge l’acme di alcuni suoi topoi, mettendo la creatura outsider, il freak, al centro di un mondo non fatto per lei e che lo vede come qualcosa da rifiutare e di cui avere terrore [spostando stavolta il bordo dello sci-fi verso l’orrore]. Un mondo che, però, come succede spesso anche
nelle storie di Tim Burton, è assai più pericoloso, negativo, mostruoso del Mostro stesso.
Come da prassi per il maestro messicano, ancor più da quando è entrato a far parte della scuderia Netflix, la cura estetica del racconto per immagini è maniacale, fino al punto che alcuni dei modelli anatomici che il dottor Frankenstein [Oscar Isaac] utilizza nello studio per portare avanti le sue ricerche per la creazione della vita dalla morte si riflettono in maniera morbida e macabra negli eleganti e ampollosi costumi indossati dalla Elizabeth di Mia Goth. Poetico, romantico e oscuro.
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Miglior Fantastico: THE UGLY STEPSISTER di Emilie Blichfeldt
The Ugly Stepsister è uno di quei film che all’inizio sembrano quasi un gioco: “Okay, un’altra rilettura dark di una fiaba, vediamo dove va a parare”. Poi però comincia a stringere, a fare male, e a un certo punto ti accorgi che non stai più guardando un adattamento di Cenerentola, ma qualcosa di molto più scomodo, profondo e disturbante.
La cosa che colpisce davvero non è tanto l’horror corporeo – che pure è presente, esplicito, spesso difficile da guardare – quanto la sensazione costante di tristezza e frustrazione che accompagna Elvira.
Non c’è ironia salvifica, non c’è complicità con lo spettatore: c’è una ragazza che vuole disperatamente essere vista e accettata e un mondo che le dice che il suo corpo è un errore da correggere. Il film è diretto, quasi crudele nella sua semplicità, e proprio per questo funziona. Non ti spiega nulla, non ti consola, non cerca il colpo di genio a tutti i costi. Ti lascia lì, davanti allo specchio rotto, a chiederti quante fiabe abbiamo interiorizzato senza mai metterle davvero in discussione.
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Miglior Bizzarro: ORFEO di Virgilio Villoresi
Orfeo è uno di quei film che, a raccontarli, sembrano sempre un po’ meno interessanti di quanto siano davvero. Perché non è tanto una storia da seguire, quanto un’esperienza da attraversare. Villoresi prende il mito di Orfeo ed Euridice e lo tratta come materiale vivo, fragile, da animare letteralmente davanti ai nostri occhi.
Non tutto è perfetto, e va bene così. La prima parte è volutamente rigida, quasi respingente, come se il film stesso stesse cercando la giusta distanza da chi guarda. Poi, quando Orfeo scende davvero negli inferi, qualcosa si scioglie: l’animazione prende il sopravvento, le immagini diventano più libere, più emotive, più strane nel senso migliore del termine. È qui che Orfeo smette di sembrare un esercizio di stile e diventa un piccolo viaggio personale, malinconico, fatto di perdita, memoria e ostinazione.
Non è un film per tutti, e non vuole esserlo. Ma è uno di quei lavori che ricordano quanto il cinema possa ancora essere artigianale, visionario, imperfetto e profondamente umano. E in mezzo a tanta omologazione, è già una forma di resistenza.
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Miglior Indie: MOTHER OF FLIES di John Adams, Zelda Adams e Toby Poser
Mother of Flies è un folk horror, un film che riesce ad alternare in modo morboso realtà e visioni oniriche da incubo, ma ancora prima un film estremamente drammatico con al centro Michey, una giovane donna interpretata da Zelda Adams, che cerca la salvezza da un cancro incurabile accostandosi alla magia per abbandonarsi ciecamente a un enigmatico rituale che possa sostituire una medicina ancora non salvifica.
A condurlo è Solveig [Toby Poser], guaritrice dai poteri insoliti apparsa inizialmente in sogno all’ammalata e diventata presenza più inquietante e concreta. Ad accompagnare Mickey nella casa della magara, situata all’interno di un albero secolare e circondata da una misteriosa foresta come nella più oscura delle fiabe, c’è suo padre Jake [John Adams], che rappresenta la parte più titubante e razionale del gruppo, ma è comunque deciso a sostenere la figlia e a tentare strade alternative, lì dove la scienza ha dato il benservito.
Il corpo filmico si declina nei tre lunghi e faticosi giorni previsti per il rituale di guarigione, fatto di pratiche fisicamente e mentalmente impegnative, costruite per incentivare in maniera progressiva sofferenza e angoscia.
Mother of Flies non cerca effetti spettacolari o colpi di scena eclatanti, ma costruisce un’atmosfera emotivamente pesante e ricca di elementi inquietanti, sempre sospesa tra disperazione e negromanzia, tra il drammaticamente reale e l’orrore nero e strisciante, in cui la potenziale salvezza non si raggiunge inseguendo la luce fuori da tunnel, ma sprofondando nelle fondamenta più oscure dell’animo.
Luca Ruocco e Paolo Gaudio
InGenereCinema.com Gazzetta del Cinema e della Cultura Horror, del Fantastico, del Bizzarro e dello Straordinario