Mother Mary [Anne Hathaway], star internazionale della musica pop, si sta preparando al suo ritorno in scena dopo un lungo periodo di pausa dovuto a una crisi artistica e personale. Durante i preparativi per la prima data del tour, però, la cantante subisce un ulteriore brusco stop dovuto alla totale insoddisfazione nei confronti del costume pensato per lei dal suo staff. Frustrata e ancora molto fragile, Mary decide di rivolgersi a Sam Anselm [Michaela Coel], costume designer d’enorme fama con cui in passato era legata sia a livello emotivo [forse anche sentimentale] che professionale. Il brusco allontanamento della star in piena ascesa, però, aveva segnato nel profondo la costumista che, con delusione e rancore, aveva provato in tutti i modi a cancellare il ricordo di ciò che le due erano state insieme, per ripartire.
Mother Mary, il nuovo film di David Lowery, è un’opera stratificata, dalla struttura anomala e dai tempi molto personali. Il regista sceglie di raccontare una storia tutta al femminile, dalla struttura fortemente teatrale, costruita attraverso lunghi e serrati momenti di dialogo, affidati a due interpreti che regalano performance importanti, e flashback in cui prendono corpo momenti di spettacolo del tutto antitetici [di folla, coreografie e show, invece che di dolore, isteria di stati d’animo, ricordi e intimità]. Ci sono poi parentesi di smarrimento [di personaggi e trama] in cui prende piede la linea più oscura del progetto, quella che tira dentro il paranormale, la ghost story e la possessione, ma sempre come metafora di quanto si sta raccontando. Con estrema serietà ma con altrettanta freddezza manierista, senza interesse ad assecondare dinamiche di Genere o chiedere allo spettatore di crederci per davvero.
Un abito è il gancio che fa riavvicinare Mary e Sam: un abito in cui l’artista possa riconoscersi, che sia di qualsiasi colore tranne che rosso. Alla costumista, che per la quasi totalità del film ha il compito di mostrarsi più amara e rabbiosa e di guidare la smarrita vecchia amica, però, la scarse linee guida della committente non bastano. Lei vuole realizzare un abito che dia corpo a un’emozione. Una sorta di pagana transustanziazione [termine che viene proprio tirato in mezzo da Sam], una traduzione creativa del dogma cattolico secondo cui, durante l’eucaristia, il pane e il vino si trasformano nel corpo del Messia. Qui è l’atto creativo della costumista che muta in emozione materializzata, l’idea si fa emozione tattile e per un gioco di distribuzione davvero divertente la Hathaway arriva
in sala a poche settimana di distanza da Il diavolo veste Prada 2 per parlare di abiti in maniera, e a respiri, del tutto differenti. Oltre alla transustanziazione e all’eucarestia, Mother Mary crea collegamenti diretti tra show&moda e religione&misterico in continuazione: si parla di Pentecoste, di “Holy Spirit”, che è la canzone del repertorio della protagonista che l’amica preferisce. La stessa Mother Mary è idealizzazione di una figura doppiamente mistica: santa e martire/eretica, esteticamente proposta al pubblico come un ibrido tra Giovanna d’Arco e la Vergine. L’aureola e la corona di spine, afferma Sam, sono l’accessorio fondamentale di qualsiasi abito che possa mai realizzare per lei.
Oltre al lato religioso, però, Lowery affronta anche quello misterico, come anticipato quasi orrorifico: lo spirito drammaturgicamente raccontato e messo in scena, quello meno “holy”, è un vero e proprio spettro che entra nella vita delle due donne in momenti e modalità differenti, ma sempre legati a momenti traumatici, di sofferenza. Che sia attraverso il sangue autoinflitto o la porta arcana aperta con una classica seduta spiritica, lo spirito poco santo è trinitariamente metafora: lo è nel suo significato metaforico nella vita di una e dell’altra; nel suo rappresentare l’assenza della prima nella vita della seconda e viceversa; lo è anche esteticamente, andando a insinuarsi morbido e vellutato all’interno di un gioco di rimandi che parte dal rosso del vestito rifiutato in principio dalla cantante e finisce nel sangue di identico colore che sgorga nel finale e che riunisce le protagoniste in una sorta di sororoty mistico-creativa.
Mother Mary è un canto di sofferenza, di fatica, di possessione e perdita di sé, visualizzato in modo forse troppo freddo ed estetizzato, e che, anche a causa della durata, risulta a tratti ridondante. A un certo punto il cuore cede tutto lo spazio alla testa, rischio che si sfiora spesso nell’elevated horror, ma di testa ce n’è tanta e il messaggio sembra rimanere chiaro fino all’epilogo. Rispetto ai titoli più riusciti della new wave horror di Eggers, Aster e compagnia, manca lo straniamento che si fa sempre più grande da diventare ingestibile, e spaventoso, che quella testa riesce a trascinarla in luoghi così scuri a cui solo il cuore e la pancia erano finora abituati a reagire. Qui si rimane in superficie, con immagini e concetti eleganti ma non tormentanti. Ma non parliamo di horror, e può andarci bene.
Il canto, infatti, ha un suono sincero, spesso organico e, in un mondo che rischia quotidianamente di capitolare anche per quanto riguarda il creativo nell’impersonalità e nell’amoralità dell’IA, avvicinare l’arte e la creazione a un cammino che può essere realmente compiuto solo attraverso la sofferenza, la fatica, il mistero è un discorso davvero di non poca importanza.
Luca Ruocco
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OBSESSION
Regia: David Lowery
Con: Anne Hathaway, Michaela Coel, Hunter Schafer, Sian Clifford, Atheena Frizzell, FKA twigs, Kaia Gerber, Jessica Brown Findlay, Alba Baptista, Isaura Barbé-Brown
Uscita in sala in Italia: giovedì 14 maggio 2026
Sceneggiatura: David Lowery
Produzione: Homebird Productions, Augenschein, Filmproduktion
Distribuzione: I Wonder Pictures
Anno: 2026
Durata: 112’
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