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Lo chiamavano Jeeg Robot: Intervista a GABRIELE MAINETTI

Gabriele-Mainetti-1E’ appena uscito nelle nostre sale la bella opera prima di Gabriele Mainetti, Lo chiamavano Jeeg Robot, riuscita incursione nel Genere supereroistico da parte del nostro cinema. Abbiamo incontrato Gabriele durante il suo tour di anteprime in giro per lo Stivale ed è stata un’occasione per poter scambiare due chiacchiere con lui sul suo film, sui supereroi, sulle sue influenze, sugli effetti digitali, la radioattività del Tevere e sui mega Robot alla Pacific Rim. Da non perdere!

[Paolo Gaudio] Quando o cosa ti ha fatto capire che avresti potuto realizzare un cinecomic in Italia?

[Gabriele Mainetti]: In realtà, non mi piace definire il mio film un cinecomic, per il semplice motivo che non si tratta di una pellicola adattata da un fumetto edito con un universo già costituito. Credo che sia piuttosto un film supereroistico calato in una realtà che conosco bene, ovvero quella della periferia della mia città. Proprio questo aspetto ha motivato me e Nicola Guaglianone, sceneggiatore di Lo Chiamavano Jeeg Robot e mio collaboratore fidato già dai miei primi corti, tanto da convincerci che si poteva raccontare una storia straordinaria, come quella di un uomo dotato di superpoteri, in un contesto ordinario e difficile come quello di Tor Bella Monaca. Dunque, per certi aspetti il film mostra caratteri, facce, luoghi e problematiche più vicine al neorealismo o a ciò che la cinematografia italiana ha sempre indagato, più che all’avventura da cinema di Genere, tuttavia è proprio questa commistione mi ha eccitato e mi ha spronato a realizzarlo, oltre all’incapacità di distinguere un confine netto tra finzione e verità.

Gabriele-Mainetti-3[PG]: A proposito di influenze – alte o basse che siano – guardando il tuo film ho notato alcuni rimandi ad un certo filone supereroistico meno mainstream, come ad esempio “The Toxic Avenger” della Troma, oppure “Super” di James Gunn. Mi sbaglio?

[GM]: Non sbagli, infondo lo stesso James Gunn ha iniziato il suo percorso da cineasta proprio alla Troma, quindi è tutto legato, credo. Di certo, il Tevere radioattivo che donerà la superforza al personaggio di Santamaria la dice lunga su quanto quel tipo di produzione mi abbia influenzato. Inoltre, ci sono dei momenti di Super che mi hanno colpito molto e mi hanno fatto riflettere, sempre nell’ottica di contaminare il Genere con la realtà – me lo faceva notare anche Menotti, altro autore dello script. Mi riferisco al momento in cui il vigilante mascherato – sprovvisto di superpoteri – realizza che la sua lotta al crimine, per quanto condotta in modo eccentrico, sia una cosa reale e pericolosa. La morte violentissima e splatter, in perfetto stile Troma, del suo compagno – una sorta di Robin in gonnella interpretato da Ellen Page – la trovo particolarmente riuscita, proprio perché accorcia quella distanza tra vero e falso. In fondo, un supereroe se decidesse di palesarsi per le nostre strade si troverebbe difronte ad una realtà molto più dura e complessa rispetto a quella mostrata al cinema o sui fumetti e tutto questo mi piace moltissimo ed è ciò che ho provato a raccontare nel mio film d’esordio.

[PG]: Gli interpreti del tuo film sono tutti eccellenti, non c’è che dire, tuttavia la vera rivelazione, a mio parere, è Ilenia Pastorelli: mi racconti come sei arrivato a sceglierla e come avete lavorato insieme sulla costruzione di un personaggio così complesso come Alessia?

[GM]: Ho fatto moltissimi casting per trovare Alessia, durante i quali credo di avere incontrato tutte le attrici – compatibili al personaggio – che il nostro panorama possa vantare… ma niente! La mia Alessia non c’era. Un giorno, parlando con Nicola e Menotti, vengo a sapere come molte delle battute e del modo di esprimersi di questo personaggio fossero state mutuate da una ex concorrente del Grande Fratello. Nonostante non fossi molto convinto, decisi di incontrare questa Ilenia: il suo provino fu eccezionale, mostrando un talento enorme e una sensibilità molto profonda e inespressa fino a quel momento. Allora, decisi di affiancare ad Ilenia qualcuno che potesse aiutarla a tirare fuori tutta la dolcezza e la fragilità di cui il personaggio di Alessia aveva bisogno, oltre che alla sofferenza ed al dolore ed il risultato credo che sia evidente e sotto gli occhi di tutti.

[PG]: Tra le collaborazioni più riuscite di “Lo Chiamavano Jeeg Robot” c’è senza dubbio quella con i ragazzi di Chromatica che si sono occupati dei VFX: come ti sei trovato con loro e come avete trovato l’equilibrio che si può ammirare nel film nell’utilizzo del digitale?

[GM]: Ho imparato molto dalla collaborazione con Luca Della Grotta e Rodolfo Migliari di Chromatica: io non sono un grande fan degli effetti digitali, sono un po’ vecchio stille alla Jonh Carpenter, quindi non volevo – e non mi potevo permettere – un utilizzo della computer grafica sfacciato alla Transformers. Quindi, l’approccio più giusto è stato quello di concerto con gli altri artisti degli effetti – ovvero make up e stunt – al fine di realizzare il più possibile immagini in macchina da migliorare in post con il digitale. Ad esempio la scazzottata tra Santamaria e Marinelli che fa tremare lo stadio Olimpico, è stata girata dal vivo sulla location per poi essere arricchita con la CGI di Luca e Rodolfo. Mentre, altre scene come la caduta dallo stadio di Claudio sono state girate su schermo verde. A mio avviso, questo approccio agli effetti visivi è quello più costruttivo e che ci consente di ottenere risultati. Ripeto, io girerei dal vivo il più possibile anche se avessi milioni di dollari di budget, tuttavia sono troppi che considerano il lavoro che facciamo noi in Italia sui VFX al pari di quello che si fa in America. Luca mi diceva sempre che la nostra realtà più grande non è mai e poi mai avvicinabile alla loro più piccola. Comunque, anche quando Michael Bay vuole fare uno scontro frontale in autostrada tra due Tir, che ci crediate o no, lo fa per davvero e non in CG.

Gabriele-Mainetti-5[PG]: Il film ha un appeal commerciale evidente: cosa ti aspetti dall’opening e che risultato al botteghino garantirebbe un sequel per “Lo Chiamavano Jeeg Robot”?

[GM]: Come puoi immaginare non ho propriamente l’esperienza necessaria per capire che tipo d’incasso aspettarmi il primo weekend da considerarlo davvero soddisfacente. Piuttosto, da produttore direi che sarebbe molto positivo recuperare l’investimento fatto per realizzarlo con una permanenza in sala buona e duratura, detto questo, non posso nasconderti che in questo momento non riesco a focalizzare una cifra ben precisa. La distribuzione mi dice che dovrei essere felice qualora si sfondasse il muro del milione, per poi fidelizzare il pubblico attraverso le altre finestre: home video, VOD e Tv. Forse solo in seguito avremo i numeri per comprendere se un sequel è una buona idea o meno. Vedremo.

Gabriele-Mainetti-4[PG]: A proposito di progetti futuri: cosa bolle in pentola? Ho sentito di un adattamento del tuo primo cortometraggio “Basette” per il grande schermo, sarà questo il tuo nuovo film?

[GM]: No, in realtà sono molte le idee ma è ancora prematuro. Sono molto concentrato su questo che è appena uscito che non riesco a pensare ad altro. L’unica cosa che posso dirti e che senza dubbio sarà qualcosa di Genere, almeno spero.

[PG]: Per concludere una curiosità: hai mai pensato di realizzare un cartoon inedito da inserire nel tuo film al posto di Jeeg Robot d’accaio?

[GM]: Intendi un cartone originale?

Gabriele-Mainetti-6[PG]: Si, uno concepito solo per il tuo film. Magari con uno stile ed un look simile a quello del cartone giapponese ma tutto italiano.

[GM]: Francamente no. La scelta di Jeeg è figlia della mia grande passione per la cultura pop anni ottanta che da tempo inserisco nei miei lavori, basta guardare Basette o Tiger Boy. Inoltre, trovo che tra il protagonista di Jeeg, Hiroshi Shiba e quello del mio film abbiano alcune similitudini che rendono coerente questo accostamento. Ad esempio entrambi sono dotati di superpoteri ed entrambi decidono di dedicarsi agli altri in seguito ad un fatto tragico nella sfera sentimentale o famigliare. Per questo ho scelto Jeeg e non UFO Robot, nonostante ami alla follia i ‘robottoni’, non era quello che ‘interessava emergesse da questo accostamento. Ma i robot li adoro sul serio, ho amato persino Pacific Rim di Del Toro che molti appassionati hanno criticato.

[PG]: Anch’io amo moltissimo quel film!

[GM]: Allora, non sono il solo, per fortuna. Forse un giorno avrò la possibilità di fare un adattamento del vero Jeeg… basta trovare qualcuno che mi dia cento milioni… che ci vuole!

Paolo Gaudio

Roma, febbraio 2016

InGenere Cinema

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