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LA CROCE DALLE SETTE PIETRE di Marco Antonio Andolfi

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Apriamo quest’oggi le porte del nostro portale ad un ospite d’eccezione: il critico Gordiano Lupi, direttore editoriale delle Edizioni Il Foglio. Oltre a collaborare con La Stampa di Torino e ad aver tradotto alcuni romanzi dello scrittore cubano Alejandro Torreguitart Ruiz, Lupi si occupa da anni di cinema di Genere. Tra le sue pubblicazioni a riguardo ricordiamo:  Cannibal – il cinema selvaggio di Ruggero Deodato [Profondo Rosso, 2003], Orrore, erotismo e pornografia secondo Joe D’Amato [Profondo Rosso, 2004], Tomas Milian, il trucido e lo sbirro [Profondo Rosso, 2004], Le dive nude – Il cinema di Gloria Guida e di Edwige Fenech [Profondo Rosso, 2006] e Filmare la morte – Il cinema horror e thriller di Lucio Fulci [Il Foglio, 2006].

 

 

Gordiano Lupi sta al momento lavorando alla realizzazione di un nuovo poderoso volume dedicato alla nostra cinematografia di Genere Horror: proprio dalla sua Storia del Cinema Horror Italiano da Mario Bava a Stefano Simone [quindi dal Gotico a oggi], ancora inedita, pubblicheremo per cinque settimane consecutive una scheda-recensione. Iniziamo oggi con un film di Genere davvero molto particolare che, fuoriscito dalla mente del regista-sceneggiatore-protagonista nel 1986, quando già il cinema di Genere made in Italy aveva imboccato la via del tramonto, arriva a mischiare con imprevedibili risultati camorra movie e horror. Il film è La croce dalle sette pietre di Marco Antonio Andolfi, vi lascio alla visione di Lupi [che tornerà sulle nostre pagine web tra sette giorni].

Marco Antonio Andolfi, noto anche con lo pseudonimo di Eddy Endolf, è un artista poliedrico che comincia con la radio – ricordiamo ad Alto Gradimento di Arbore e Boncompagni la sua caratterizzazione del Professor Aristogitoni – sceneggia fotoromanzi, fa il regista teatrale e gira un solo lungometraggio per il cinema: La croce dalle sette pietre [1987], noto anche come Il lupo mannaro contro la camorra. Regista e attore protagonista del film, sotto lo pseudonimo di Eddy Endolf, Andolfi interpreta Marco Sartori, gentiluomo partenopeo che odia la camorra, figlio illegittimo del dèmone Aborym, richiamato in terra da Gordon Mitchell, per concupire la futura madre di Sartori. Gli altri interpreti sono Annie Belle, Gordon Mitchell, Paolo Fiorino, Giorgio Ardisson e Zaira Zoccheddu.

Marco è figlio di un’adoratrice del diavolo, nato da un rapporto sessuale con il demonio, su di lui è ricaduta una maledizione che di notte lo fa trasformare in un lupo mannaro. Il regista mostra una setta satanica sadomaso guidata da un macabro santone [Mitchell] mentre evoca il terribile demone Aborym. L’antefatto è la cosa migliore del film, perché riprende alcuni elementi del cinema gotico, inquadra donne frustate a sangue, rapporti demoniaci e presenta una suggestiva evocazione. Per evitare la mutazione in uomo lupo, Marco è costretto a portare al collo un medaglione con una croce nella quale sono incastonate sette pietre preziose. Il talismano viene rubato da alcuni camorristi che glielo strappano dal collo alla stazione di Napoli, così il ragazzo si mette alla sua disperata ricerca. Marco conosce una donna in discoteca che lo aiuta a ritrovare la croce, ma comprende che il gioiello è già stato venduto. A questo punto si trasforma in un licantropo e dà il via alla strage di malfattori per rientrare in possesso della croce.

Rudy Salvagnini definisce il film stranissimo, ambientato in una Napoli da sceneggiata, ma impostato come storia di licantropi e contaminato da elementi di camorra movie. Non ha tutti i torti, perché traffico di droga, criminali spietati e boss camorristici la fanno da padrone, mentre un lupo mannaro combatte contro la camorra. Sono molto interessanti i flashback durante i quali il regista ci spiega la mutazione, il rapporto demoniaco e la protezione della croce. La fotografia cambia colore, diventa rossa e verdastra, il protagonista ricorda fatti del passato e la madre uccisa da Aborym per punirla della sua ribellione. Il trucco da uomo lupo non è dei migliori: Marco è nudo [un ciuffo peloso copre il sesso], indossa una maschera di pelo sul volto e un paio di guanti muniti di artigli affilati. Tra l’altro la trasformazione impiega troppo tempo per verificarsi, Marco comincia ad assumere un’espressione truce e i peli rossicci del volto crescono un po’ alla volta. Modesti anche gli altri effetti speciali, soprattutto per colpa del budget ristretto. Abbiamo trovato motivi di interesse nella commistione dei generi, ma anche in un esplicito atto di accusa sulle connivenze Stato – camorra, fatto molti anni prima del Gomora di Saviano. Il film è scritto, sceneggiato e montato dal regista, che cura pure i risibili effetti speciali. La trama e lo svolgimento sono da fumetto horror e nel finale riscontriamo alcune sequenze erotiche piuttosto piatte, girate con poca consapevolezza del genere. I dialoghi restano la cosa peggiore.

La croce dalle sette pietre è una pellicola lenta, sconnessa, bizzarra e originale, non ha avuto grande fortuna di pubblico e di critica, visto che è stata proiettata solo in Sicilia, ma ha cominciato una tournèe in giro per il mondo ed è stata apprezzata in Giappone, Cina e Argentina. Pesante la stroncatura di Paolo Mereghetti: “Un horror di inarrivabile cagneria, tra frattaglie fatte in casa, sottointrecci che chiamano in causa la camorra e la P2, orge sataniche e un finale religioso. Cast di relitti del cinema di genere di una volta col povero Mitchell che digrigna i denti senza un perché”. Alex Visani afferma che La croce dalle sette pietre è forse il più povero, brutto e ridicolo dei film horror prodotti in Italia. Inquadrature piene di riverberi e sfocature, attori totalmente ridicoli [lo stesso Andolfi nei panni del protagonista è uno spettacolo pietoso], sceneggiatura che farnetica astrusità, effetti speciali assolutamente non speciali e un montaggio fatto con una mannaia…”. Visani ne consiglia la visione come mito del trash a tutti coloro che sono appassionati di film di serie zeta. Per Marco Giusti si tratta di un incredibile pasticcio di scarsa distribuzione [è uscito in cassetta per il mercato giapponese come The Cross of Seven Jewels e poi come Talisman con aggiunta di qualche scena sulla guerra in Bosnia], una pazzesca contaminazione di horror porno satanico e film di mafia.

La croce dalle sette pietre è stato rieditato qualche anno dopo in lingua inglese, aggiungendo scene tratte da telegiornali e da tagli di altri film, che allargano la visuale italiana della prima versione. La seconda edizione del film prende il titolo di Talisman. Vent’anni dopo La croce dalle sette pietre, Marco Antonio Andolfi riprende in mano i fili che lo legano al suo alter-ego Sartori in Riecco Aborym [2008]. Ritroviamo Marco [si chiama Eddy, fondendosi definitivamente con l’attore che lo interpreta], ancora alle prese con la maledizione che pende sulla sua testa. Eddy conversa con la sua amante e racconta che la croce gli ha salvato la vita, ma sa che sua madre la rubò in Africa a un vescovo cattolico. La scomparsa del talismano dal luogo di origine ha condannato il continente nero a fame, guerra e odio fratricida. Riecco Aborym è un triste epilogo della storia di Sartori. La pellicola è ancora più brutta dell’originale che cita a più non posso, alternando vecchie sequenze a immagini di repertorio di morte e sterminio nel continente africano. Le scene nuove sono poche: qualche rapporto sessuale, una sequenza di tentata rapina sventata dal redivivo lupo mannaro e un inatteso finale. La compagna di Eddy fa entrare in casa dei complici per uccidere l’amante, rubare la croce e riportarla in Africa allo scopo di pacificare il continente. Tutte le sequenze che vedono all’opera l’uomo lupo sono riprese dal vecchio film e insistono sull’assurda trasformazione a base di ciuffi pelosi che si appiccicano al volto. Troppo trash per fare a meno di vederlo.

Gordiano Lupi

Marco Sartori vs Totonno ‘o Cafone:

InGenere Cinema

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