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Le finte scienze di STEFANO BESSONI

imagomortis2Il basilisco, un gallo quadrupede e coronato, dalla virtù mortifera nello sguardo, col piumaggio giallo, grandi ali spinose e una coda di serpente che può finire ad uncino o prolungarsi diventando un’altra testa di gallo; la lepre lunare, e altri splendidi esemplari fuoriusciti dalle pagine de Il libro degli esseri immaginari di Jorge Luis Borges; o ancora sirene ed altri creature sospese tra mitologia e cripto-zoologia, e continui riferimenti alle scienze, dall’anatomia a quelle alchemiche, intriganti e inesatte. Omuncoli, mandragole, spettri e, poi, la Morte, sempre aleggiante, anche quando non inscenata.

Ossessioni che, mescolate insieme con quelle per il cinema [di Peter Greenaway, sopra tutti gli altri] e per un certo tipo di letteratura che, obliqua, lega il Pinocchio di Collodi a Le metamorfosi di Kafka, modellano la poetica di Stefano Bessoni, regista e illustratore romano.

imagomortis1Il Kafka che lui stesso rivisita, nel cortometraggio [durata 20’] Gregor Samsa, del 1993: una messa in scena che ricorda alla lontana quella di alcuni film di Carmelo Bene [e il suo odore si sente anche in alcune scelte di poco successive], dove l’assurda vicenda capitata al protagonista de Le metamorfosi viene affrontata in modo squisitamente teatrale, e il suo mutare è messo in scena con uno stato larvale creato da un bozzolo di lenzuola, prima, e dallo spuntare di un secondo paio di braccia, poi. Nello stesso anno Bessoni lavora anche sulla messa in scene di storie d’ambito scientifico, uno spunto che starà spesso alla base delle sue opere filmiche: Tulp [film TV, 55’] prende ispirazione dal dipinto La lezione di anatomia del dottor Nicholas Tulp [1632] di Rembrandt che, commissionatagli dalla gilda dei medici di Amsterdam, si focalizza una lezione di dissezione del famoso anatomista. Bessoni immortala in video un momento storico in cui la scienza si reggeva ancora su pilastri di approssimazione e superstizioni, e rendendo vivo il quadro, inventa le storie che l’opera d’arte gli suggerisce. Ancora in ambito teatrale si muove Asterione, del 1996, ispirato stavolta al racconto di Borges: La casa di Asterione che racconta la storia e la solitudine del minotauro rinchiuso nel labirinto e il suo scontro con Teseo, per mezzo di inquadrature sospese tra l’arte pittorica e quella video [una donna nuda che accarezza il cranio di un bovino, un’altra che strige al seno, avviluppato in un lenzuolo, la testa sanguinante di un vitello], e i drammatici monologhi di Franco Mazzi [protagonista anche del lungometraggio Frammenti di scienze inesatte, del 2005].

krokodyle6Anche se, molto spesso, i suoi film vengono selezionati all’interno di rassegne e festival dal mood horror, Bessoni non si considera un regista di genere e, ad onor del vero, con le sue opere tocca l’orrore una sola volta [anche se ogni sua opera, filmica e grafica, è intinta di un’atmosfera mortifera, inquieta], con quello che, probabilmente, rimane il suo film più conosciuto dal grosso pubblico: quell’Imago Mortis [2008], coproduzione italo-spagnola, che segna il suo ingresso nel cinema mainstream, ma che rappresenta anche il lavoro meno personale per l’autore, troppo condizionato da disposizioni produttive. Pur partendo da concetti e idee personali del tutto collegabili al suo immaginario, Imago Mortis risente di queste imposizioni a livello dello sviluppo drammaturgico, pur rappresentando, per chi scrive, la più congrua scintilla di una nuova generazione filmica per il gotico italiano.

Imago Mortis è incentrato sulla “tanatografia”, una fittizia tecnica fotografica, che avrebbe permesso allo scienziato Girolamo Fumagalli di immortalare, asportando la retina delle sue vittime, l’ultima immagine vista in vita. A convincere di più sono di certo le atmosfere che Bessoni riesce perfettamente a creare, grazie anche alle felici collaborazioni con Briseide Siciliano [alle scenografie], Leonardo Cruciano [agli effetti speciali] e Bruno Albi Marini [a quelli digitali].

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Per meglio inquadrare il mondo di Bessoni bisogna considerare Imago Mortis solo come il gradino di un percorso personale e coraggioso, che ha portato l’autore, appena entrato nell’industria mainstream, a riallontanarsi per tornare a lavorare in piena libertà espressiva: nasce così Krokodyle [2010], una sorta di diario personale, in cui Bessoni s’incarna nei panni dell’esordiente filmaker Kaspar Toporski, interpretato dal giovane e valente Lorenzo Pedrotti [già al fianco del regista in Imago Mortis, nel ruolo dello spettro che sembra perseguitare il protagonista]. Toporski, come il suo alter ego, vive in un mondo sospeso tra l’ideale e il reale, circondato da continui riferimenti alle ossessioni che, di volta in volta, prendono forma di wunderkammer, fotografi macabri e omuncoli.

Ossessioni che si danno il cambio, inscenando un sorprendente loop creativo tra le pagine dei suoi libri illustrati [gli ultimi Wunderkammer e Homunculus, appunto, da poco editi da Logos], ma che si specchiano identiche e inverse in quello che di certo rappresenta il film gemello di Krokodyle, quel Frammenti di scienze inesatte che racconta la storia di costruttori di wunderkammer, creatori di omuncoli, cercatori di angeli, legandole insieme con gli studi, inesatti, del professor Zacchia, anatomista e scultore tassidermico, per certi versi prototipo bessoniano del mad doctor cinematografico, ma il cui operato filmico non si conclude con una folle e pericolosa creazione, ma fiorisce nell’ispirare e nel fomentare le ossessioni di ogni attante che si avvicini al suo laboratorio.

krokodyle2Bessoni, per bocca del Kasper Toporski di Krokodyle, afferma che “I registi si dividono tra quelli che sanno disegnare e quelli che non sanno disegnare.”, e tutti i registi che hanno influito sulla sua formazione [da Greenaway, a Gilliam, a Burton] sono creatori di immagini non solo su pellicola. Come uno degli anatomisti dei suoi film, o come il Geppetto del suo macabro Pinocchio apocrifo [1997], Bessoni crea ogni suo personaggio prima su carta, riuscendo così a visualizzarlo perfettamente, prima ancora di pensare di metterlo in scena. E proprio da questo suo rapporto col disegnato, col dipinto, deve provenire l’aura di fascinazione che evade da ogni fotogramma delle sue opere filmiche, invaghendo l’occhio del fruitore, al pari di uno di quegli animali risecchiti, dai bulbi oculari ormai cavi, che riempiono le mensole delle sue wunderkammer.

Luca Ruocco

[già pubblicato su “Horror Project Magazine” aprile-maggio 2012] 

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