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DIARY OF THE DEAD – Le cronache dei morti viventi di George A. Romero

Un gruppo  di studenti di cinema sta girando un film horror quando i morti iniziano a risorgere. Nel giro di poche ore dalla diffusione della notizia, nelle città esplode il panico. I morti uccidono i vivi, mentre altri vivi saccheggiano case e negozi. Jason Creed, in viaggio con i suoi compagni di corso verso le rispettive case, decide di documentare, sotto forma di diario, tutta la verità su quello strano e sconvolgente fenomeno. Un diario di resistenza di un gruppo di giovani che lottano per restare vivi e per filmare la verità. La missione che Creed si da, mentre l’intera umanità sta capitolando, è quella di  lasciare in eredità ai sopravvissuti un documento-verità su quanto stesse succedendo nel mondo in quel preciso momento storico.

Romero, dopo aver portato sugli schermi, con Land of the Dead (2005), un possibile futuro dove i morti, riorganizzatisi in piccole comunità avrebbero cercato un posto dove vivere, lontano dai vivi, decide di ritornare alle origini. Diary of the Dead ritorna a percorrere la storia del contagio dalle prime tappe: il film inizia con una straordinaria scena di risveglio di alcuni cadaveri “in diretta tv”, durante le riprese di un telegiornale, e continua sul filo del cinéma vérité, attraverso le riprese del gruppo di giovani studenti che decide di documentare l’accaduto [arricchito da altri “occhi cinematografici” non convenzionali come telecamere a circuito chiuso, schermi televisivi, computer e cellulari].

Il creatore dei morti viventi riscrive le pagine di storia del cinema che lui stesso aveva firmato nel lontano 1968, con Night of the living dead: “E’ un film che viene direttamente dal cuore, non è un sequel, non è un remake: è un nuovo inizio per la serie dei Dead”.

Un nuovo inizio, quindi, che vede esplodere la pandemia dei morti viventi nell’epoca dell’iper-tecnologia, e dell’ossessione per i reality. Girato in soli 23 giorni a Toronto, Diary of the Dead ci restituisce quel tocco di genio indipendente di cui luccicavano i primi tre capitoli della saga dei Dead, e che invece mancava in Land, troppo imponente e commerciale da arrivare al limite del blockbuster.

Diary riprende la scia di film come Blair Witch Projet, mirando non più al clamore delle scene orgiastico- cannibaliche di altri suoi capolavori, ma al senso di verità che piccole scene ben costruite rafforzate dalla camera a mano possono creare.

Romero ritorna, insieme ai suoi morti viventi, a riflettere sulla società contemporanea, una società che nonostante l’avanzamento tecnologico non riesce a contenere l’avanzata dei cadaveri antropofagi. E a poco valgono i tanti perché che il gruppo di giovani si [ci] pongono per tutta la durata del film. L’unica domanda, quella con la D maiuscola, è quella che conclude il montaggio del documentario girato dai protagonisti: “Meritiamo di salvarci?”.

Diary ci regala inoltre delle straordinarie perle dell’umorismo nero di Romero, in immagini come la piscina trasformata in enorme acquario per morti viventi, o come nella scena iniziale, durante le riprese del film nel film, Jason Creed urla all’attore che impersona la mummia di camminare lentamente e gongolare, perché un morto risuscitato non potrebbe mai avere le gambe tanto forti da permettergli di correre [sublime satira contro i moderni film horror carichi di zombie velocisti].

Un grande ritorno di George Romero.

Luca Ruocco

Regia: George A. Romero
Con: Michelle Morgan, Joshua Close, Shawn Roberts
Sceneggiatura: George A. Romero

InGenere Cinema

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