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MONKEY BOY di Antonio Monti

MONKEY-BOY-POSTERMonkey Boy è il primo lungometraggio di Antonio Monti, che possiamo definire una singolare favola nera, enigmatica quanto basta per portare lo spettatore a porsi alcune domande. Monkey boy, infatti, è seducente proprio perché circondato da un’aura di mistero che vela tutti i personaggi, di cui, inconsciamente, vorremmo sapere di più.

Il cinema dei giorni nostri ci ha abituati troppo ad una chiara descrizione di storie e personaggi, che non solo rischiano di risultare così, pedanti, ma privano il film stesso di quella armonia che invece andrebbe sempre ricercata, e che si fonda anche sulla indecifrabilità di certi messaggi. Monkey Boy, con la sua struttura che gioca col raccontato, non solo non perde mai quota, ma è intriso di quella drammaticità, mai eccessiva e tediosa che, unita all’ambientazione, a sua volta specchio dello smarrimento dei protagonisti, centra l’obiettivo: stupire e incantare lo spettatore attraverso il ricorso alle fiabe classiche, ma riviste e riadattate non perché passate, ma per dissetare la vene sperimentatrice dell’autore. L’intelligenza con cui è pensato Monkey Boy prende base da una sceneggiatura policroma, scritta dallo stesso Monti con Chiara Parodi e Davide Zagnoli.

Monkey Boy [Andrea Melli] è una creatura deforme che vive ai margini della società, segregato, dalla sua madre adottiva, nella cantina in un vecchio casolare.

MONKEY-BOY-POSTER2Come lui, anche Agata [Giovanna Gardelli], una ragazzina autistica, vive sola con suo padre [Giampiero Bartolini], di professione ispettore, che è l’unico ad occuparsi di lei. Agata, a causa del disturbo di cui soffre, non ha relazioni col mondo esterno, al di fuori del genitore, che tenta di stimolarne l’attenzione in vari modi, e alla quale racconta storie incantate. Agata, quando è costretta a comunicare con l’esterno, lo fa a gesti, e lo stesso vale per l’uomo-scimmia. Questa stabilità si rompe nel momento in cui l’uomo-scimmia, a seguito di un’aggressione avvenuta nel casolare, tenterà di uscire all’esterno, in cerca di cibo e affetto, che riuscirà a trovare in Agata, in qualche modo specchio della sua anima.

Interessante è anche il gioco di costruzione/decostruzione della storia, che tocca, attraverso il ricorso ai flashback, i punti nevralgici nel momento in cui sia l’uomo scimmia sia Agata sono disorientati, perché fuori dal loro habitat naturale, che è la riproduzione fedele del loro disturbo psicologico.

Entrambi vengono così privati di colui/colei che ha li ha, fino a quel momento, tutelati. Anche il ricorso continuo ai segnali [come i dadi, o il gioco d’enigmistica], di cui non sempre si afferra il significato, dà valore al film, e ci trasportano ad affondare i sensi nei differenti modi di percepire il mondo, che hanno i due protagonisti.

L’effettista speciale Carlo Diamantini [che, tra le tante cose, ha curato gli effetti speciali de Il fantasma dell’opera e La terza madre di Dario Argento], invece, ha realizzato il costume di Monkey Boy, davvero realistico, indossato dall’attore Andrea Melli.

Il resto del cast convince, e molto, a partire dalla giovane Giovanna Gardelli che interpreta Agata a Giampiero Bartolini, padre di Agata e ispettore; da Gianni Fantoni [abituato a ben altri ruoli, tutt’altro che drammatici] a Valentina Minzoni nei panni della prostituta. Affascinante anche la fotografia, diretta da Davide Crippa.

Gilda Signoretti

 

Regia: Antonio Monti

Con: Giovanna Gardelli, Andrea Melli, Giampiero Bartolini

Sceneggiatura: Antonio Monti, Chiara Parodi, Davide Zagnoli

Produzione: Chango Film

Distribuzione: /

Anno: 2009

Durata: 79’

Trailer:

InGenere Cinema

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