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ANOTHER DIMENSION: La fantascienza secondo Giovanni Toro

Incontriamo Giovanni Toro in occasione della pubblicazione online del suo mediometraggio Another Dimension, un omaggio di cuore e testa alla fantascienza cinematografica e televisiva anni ’60 e ’70, ma anche al modo di viverla del ventennio successivo, quando le VHS erano ancora rara merce di scambio tra collezionisti che bramavano la visione di un film introvabile anche per mesi. Un mondo decisamente diverso e lontano da quello di oggi, con la sua strabordante sovrabbondanza di titoli: Another Dimension, appunto.

Il suo mediometraggio, dicevamo, è un progetto di quelli che valgono molto innanzitutto per chi li realizza: pochi attori, un’idea di trama volutamente vintage, che possa arrivare dritta a tutti i fanta-nerd in ascolto. E poi tanto lavoro di effetti digitali, realizzati a sentire l’autore “con un vecchio pc del 2009” e un bel po’ di tempo, per tirare fuori un tipo di fx lowbudget dal sapore artigianale. Si parla di invasioni aliene, di meteoriti e di un virus altamente contagioso e pericoloso e poi c’è il gioco meta-cinematografico.

Il resto lo facciamo raccontare a Giovanni.

[Luca Ruocco]: Ciao Giovanni, innanzitutto vorrei che ti presentassi agli Amici di InGenereCinema.com. In questo caso parliamo di un mediometraggio, ma i tuoi lavori all’interno del Genere fantastico [e sci-fi] hanno finora toccato più media, dal video all’editoria…

[Giovanni Toro]: Ciao Luca, intanto grazie per questa intervista. Per me è un onore essere tra le pagine di InGenereCinema. Hai ragione, non solo mediametraggi. Mi interesso anche di altro. Scrivo saggi sul cinema, realizzo reportage e documentari, mi occupo di fotografia, di animazione, grafica, effetti visivi… Insomma sono un po’ un “bizzarro dell’immagine” perché non riesco quasi mai a rimanere dentro una categoria ben precisa, visto che mi interessa tutto ciò che è “immagine”, sia statica che in movimento. Infatti mi definisco un “generalista dell’immagine audiovisiva e multimediale” perché la esamino sotto i suoi tanti e molteplici aspetti, quindi anche in relazione al cinema, ai video, alla grafica, all’illustrazione, all’animazione e a tutto ciò che è multimediale nel senso più generale della definizione.  Insomma, immagini ovunque! Sai, sono sempre stato affascinato dalle sue potenzialità, da quello che le immagini ci trasmettono, ma soprattutto come lo trasmettono. Ad esempio, pensa a Peppa Pig! Sì, dai non ti sto prendendo in giro, la serie per bambini. A volte quando faccio zapping nei canali e mi capita di incappare in un episodio della serie ne rimango sempre affascinato. Com’è possibile che un cartone animato all’apparenza scadente, con personaggi disegnati all’apparenza male possano aver avuto un così tanto successo nei bambini? Cosa li colpisce, i colori? La semplicità delle immagini? Le forme?  Probabilmente la storia. Certo, ma che cosa sarebbe una storia senza delle immagini? E tu mi dirai che non tutte le storie hanno immagini. I romanzi ad esempio non ne hanno. Mmm…su questo devo dissentire: anche i romanzi hanno le immagini, quelle che il lettore si crea nella sua testa. Quindi, come ti dicevo prima, IMMAGINI OVUNQUE di cui amo parlarne nei miei libri o crearle nei miei lavori.

[LR]: “Another Dimension” è una dichiarazione d’amore ad un modo di fare fantascienza e cinema, oltre che nei confronti di un Genere. Come è nata l’idea del film e quali sono stati i titoli e gli autori di riferimento?

[GT]: Sono un ragazzo degli anni ’80, vissuto in un periodo in cui andavano in onda serie tv come Galactica, Ralph Supermaxieroe, Super Vicky, Automan, I ragazzi del computer, Dimensione Alpha e tanti altri ce ne sarebbero ancora da elencare [dì la verità ti sto “sbloccando un ricordo”] oppure film come Gremlins, Ghostbusters, Navigator o Giochi Stellari. Another Dimension nasce proprio dai ricordi di quei film, o meglio dal visivo di quelle pellicole, e in particolare da due piccoli cult del cinema horror di quel decennio: Dimensione Terrore di Fred Dekker e Critters [Gli extraroditori]. Gli alieni, le infezioni, lo “zombismo” e le catastrofi dallo spazio provengono tutti da quell’immaginario. Con Another Dimension volevo crearmene uno tutto mio omaggiando, contemporaneamente, il cinema di un tempo. Purtroppo l’essere dei filmmaker indipendenti ti lascia poco spazio alle tante idee che ti passano in testa e così AD è solo un assaggio di quello che potrebbe essere l’intero universo di storie legate ai protagonisti del mediometraggio. Poi certo, registi come Carpenter, Spielberg, Joe Dante, Tobe Hooper e altri ci hanno messo del loro nella mia visone di cinema. Non puoi di sicuro prescindere da questi maestri, ma tanti altri ce ne sarebbero da elencare.

[LR]: Nel corto si parla anche di un virus giunto dallo spazio. Un rimando diretto alla pandemia, durante cui credo che tu abbia lavorato almeno agli effetti del corto o era una cosa già prevista nello script?

[GT]: L’idea di un virus spaziale l’avevo maturata per la verità già da tempo, almeno quattro anni prima dei fatti reali legati al Covid-19. La sceneggiatura è stata ultimata a fine 2018 e le riprese sono terminate nell’estate del 2019, se non ricordo male. Quindi il tutto è nato ancor prima della Pandemia, quella vera. Inizialmente doveva però essere un libro romanzato. Poi un fumetto [idea che non ho abbandonato e che ho ripreso ultimamente, anzi ti lascio una tavola in anteprima per gli amici di InGenereCinema e poi se lo vorrai ne parleremo in futuro]. Alla fine, però, mi sono deciso nel fare un mediometraggio indipendente facendo leva sugli studi che avevo fatto proprio in cinematografia.

[LR]: Il lavoro maggiore di “Another Dimension” è stato quello che hai fatto sugli effetti speciali in digitale. Parlaci del lavoro che hai fatto per ricreare strutture e fondali, personaggi extraterrestri e poliziotti mutanti. Hai scelto qualche reference da cui partire e hai lavorato con un piccolo team?

[GT]: Le lavorazioni del film sono durate in totale 3 anni. Parlo soltanto della post produzione, perché le riprese “live” sono state ultimate in circa 15 giorni, anche se spalmate in una finestra temporale di 6 mesi per via della indisponibilità degli attori, delle location e così via. La post produzione è stata quella che mi ha impegnato di più e che in parte mi ha fatto compagnia durante il lungo periodo della pandemia in cui ho praticamente accelerato sulle lavorazioni degli effetti e del montaggio.

Sai Luca, quando lavori in regime di low-buget a volte devi essere disposto a farti le cose anche da solo. Non avendo molti soldi a disposizione alla fine ti rendi conto che se vuoi ottenere un risultato sei costretto, nonostante tutto, “a fare di necessità virtù”. Ero attorniato da un gruppo di ragazzi fantastici e super dediti al progetto. Non c’è stato mai un giorno che mi sentissi solo nel realizzare AD perché tutti spingevano in una direzione, quella della realizzazione del film ad ogni costo. Ma non avevo effettisti, montatori, scenografi e così via. Ho provato a cercarli, perché non avevo nessuna voglia di caricarmi di tanto lavoro e volevo solo dedicarmi alla regia del film. Ma la gente ha bisogno di lavorare e così nessuno tra quelli che ho contattato sono stati disponibili a collaborare gratuitamente a fronte, solo, di un riconoscimento sui titoli di coda. Lo capisco. Credo che sia anche giusto così. Ho deciso allora di farmi le cose da me ricoprendo diversi ruoli. Alla fine quando ti rendi conto che il “fuoco” in un campo tenda sai accenderlo solo tu, beh, devi rimboccarti le maniche e…accenderlo!

Così oltre a scrivere il soggetto, a sceneggiarlo, dirigerlo, riprenderlo e montarlo, ho anche immaginato i mutaforma e li ho realizzati in digitale, ho creato le scenografie su Photoshop facendo un lavoro certosino di assemblaggio di immagini reali e ricreate, fatto gli effetti “visivi – ma anche quelli “speciali” visto che ho realizzato il corridoio che si vede in una sequenza del film – realizzato tutte le animazioni [la sfera, le scosse elettriche, flash vari e così via], ripreso a casa [in bagno!] i modellini che si vedono in alcune sequenze [l’auto della polizia americana e la sfera-robot]…insomma, un bagno di sangue!

Mi sono poi ritrovato diverse notti a fare il rotoscoping [ritaglio] di alcune figure in movimento che col greenscreen, a causa dei mezzi tutto sommato poco qualitativi che avevamo a disposizione, si erano impasticciate con lo sfondo. Così per separarle e metterle dentro un ambiente diverso ho dovuto ritagliarle frame per frame, a manina, con il mouse, uno dopo l’altra… se ci penso ancora mi sento male!

Le lavorazioni sono state fatte, poi, su una vecchia macchina del 2009. Un MacPro super potenziato, ma che non ne voleva sapere di lavorare in tempo reale con decide e decine di oggetti sulla timeline del montaggio e quindi per le sequenze più complesse ho dovuto lavorare un po’ a matrioska: prendevo una sequenza e gli applicavo un effetto. Poi la esportavo, la reimportavo nuovamente nella timeline per applicare un secondo effetto e la esportavo nuovamente, per poi caricarla ancora, applicare un altro effetto e così via anche per decine e decine di volte fino a quando non ottenevo qualcosa di vicino alla mia visione generando un’impressionante numero di file modificati. Tutti gli effetti sono stati fatti così. Poi capitava che volessi magari cambiare una virgola su un effetto e mi rendevo conto che per farlo dovevo risalire alla prima esportazione e quindi mi convincevo fermamente che andava bene così [ma spesso l’ho fatto! Pazzo che non sono!]. Poi certo, non voglio ricordare quel giorno in cui la scheda video si bruciò lasciandomi appiedato per un mese o quando due harddisk “schioppettarono” incredibilmente tra la caduta di una meteora e l’altra, rompendosi irrimediabilmente. Insomma, se con una somma irrisoria di 2000 euro siamo riusciti a fare AD, sono convinto che se mettessimo le mani su 30.000 euro, giuro, vi rifacciamo Guerre Stellari!

[LR]: Proprio per gli effetti speciali il tuo lavoro è stato premiato da poco…

[GT]: Sì, all’Absurd Festival abbiamo ottenuto il “Best Vfx” per gli effetti mentre abbiamo al momento ricevuto anche due selezioni [e non è poco quando stai in un calderone con decine e decine di altri corti], oltre a una finale. Siamo però in lizza in altri festival e non è finita qui. Almeno spero. Mi piacerebbe però che il film riceva riconoscimenti sulla recitazione, per esempio, o sulle luci. Darebbe soddisfazione anche ai ragazzi che mi hanno aiutato a realizzare il film.

[LR]: Oltre che con gli effetti il gioco vintage trova una grande cassa di risonanza nell’utilizzo di VHS e di effetti visivi affini. E dalle videocassette arriva anche la chiave del gioco meta-cinematografico del film. Qualcosa che erediti anche da importanti titoli di Genere e un gioco che funziona bene, visto che da qualche mese è alla base di una serie sci-fi anche su Netflix…

[GT]: Il tema della VHS è stato centrale sin dagli inizi. Se vuoi replicare l’episodio di una pseudo-serie come Another Dimension realizzata negli anni ‘80 non puoi prescindere dall’esistenza della classica “cassetta”. L’oggetto da questo punto di vista risultava molto funzionale e mi dava la possibilità di costruire un racconto dentro il racconto lavorando su un doppio binario: quello della storia [il tizio che trova la VHS] e quello della contestualizzazione degli anni ‘80 [la visione stessa e sporca del medium]. Ho avuto però alcune difficoltà nel gestire l’idea. Come saprai, negli anni ‘80 molte delle cose che uscivano in cassetta aveva un formato 4:3. Non sapevo quindi se adottare una visione quasi rettangolare del film per tenere fede al decennio di riferimento [con le classiche bande nere ai lati] oppure andare in quadro pieno. È stata una cosa che mi ha tormentato fino alla fine perché se avessi deciso di mantenere il formato in 4:3 mi sarei perso molte delle cose che di fatto sarebbero rimaste nascoste ai lati di quel formato e con tutti gli effetti che c’erano mi sembrava un gran peccato. Se avessi invece optato per il formato pieno avrei perso in originalità, forse. Alla fine mi sono deciso per quest’ultima scelta perché avevo paura che il 4:3 risultasse “indigesto” ai più, rischiandomela sull’appeal vintage. Credo però che sia andata bene ugualmente.

[LR]: Sappiamo che sei da poco tornato in libreria con un libro dedicato alla saga di “Ritorno al futuro”. Oltre a portare “Another Dimension” in giro per i festival a cosa stai lavorando al momento?

[GT]: Ritorno al futuro: i film, la scienza, le curiosità è l’ultimo libro che ho scritto, edito da Weird Book, dedicato alla trilogia. Un lavoro certosino che mi ha permesso di dare vita a una guida parecchio completa sulla trilogia che, ne sono certo, soddisferà una buona parte della voglia dei fan di sapere su come, dove e perché! Ma ho altri progetti in cantiere. In primis sto lavorando al fumetto di Another Dimension. Come ti dicevo prima, il mediometraggio mi ha dato la possibilità di aprire una finestra sulla storia, ma per ovvi motivi di budget mi è stato impossibile narrare tutto quello che avrei voluto raccontare e così aiutato da Marcello Bondi [sceneggiatore] e Salvatore Coppola [disegnatore] è nata una storia da 90 tavole, una graphic novel, per la verità, che racconta cosa accade dopo la caduta delle meteore e come l’epidemia si è diffusa nel mondo. Il fumetto è ambientato nel 1985, dunque ben 100 anni prima gli eventi che si vedono nel mediometraggio.  C’è poi l’idea, sempre legata ad Another Dimension, di creare dei libri gioco oppure un paio di romanzi illustrati per raccontare altre cose su quell’universo. Però questi progetti sono al di là da venire perché vorrei capire prima come verrà accolto il fumetto e se quindi esiste un qualche tipo di interesse da parte del pubblico.

Un progetto che invece è già in fase di sviluppo riguarda un altro film, un corto stavolta da 20 minuti e con un taglio molto più orrorifico che strizza sempre l’occhio agli anni ‘80 o meglio ai film di genere degli anni 80. Sarà una sorta di “Another Dimension presenta…” e farò l’occhiolino ai Gremlins, anche se me ne discosto parecchio. Ho già scritto il soggetto e ne sto valutando la fattibilità, ma pare che i primi ostacoli si possano superare. Spero stavolta di trovare almeno un vero operatore e un DOP a cui possa piacere il progetto. La mia intenzione è sempre quella di subissare il mio lavoro precedente alzando l’asticella. Vediamo se ci riuscirò..

 

[LR]: Grazie, Giovanni. In chiusura ricordiamo ai nostri lettori dove possono vedere il tuo lavoro.

[GT]: Sono io a dovervi ringraziare: grazie ancora per la possibilità che mi hai dato per far conoscere il mio lavoro! Another Dimension si può vedere senza alcun tipo di restrizione su YouTube qui:

Esiste anche un sito che al momento non ha contenuti, ma ci stiamo lavorando per portarli presto alla luce. Dal sito è però possibile anche andare sulla pagina Facebook dedicato al progetto di Another Dimension, dove si possono trovare molte altre notizie: www.anotherdimension.it.

Per concludere permettimi di ringraziare tutte le persone che mi hanno aiutato a realizzare il film, in primis il mio amico e compagno di studi cinematografico, Angelo Salvi, senza cui il tutto sarebbe stato davvero impossibile da realizzare. Poi vorrei ringraziare anche gli attori che mi hanno onorato del loro talento: Emanuele Barbalonga, Carlo Falconetti, Germano Di Rienzo, Chiara Laureti, Paola Barzi e Laura Montanaro. Anche senza di loro, il nulla! E poi Sara D’Ottavio e Ruggero Curreri per l’immancabile apporto sul set. Infine un grazie anche a Giorgio Stancati che si è sorbito le tante ore e ore di trucco di Emanuele [il poliziotto Zaxxon] effettuando le riprese di backstage. Ci sarebbero tante altre persone da ringraziare come i Di Pretoro, Roberto Piccirillo, Gancitano e tanti altri. Un grazie a tutti. E anche a te Luca, ancora, per questa splendida intervista!

Luca Ruocco

[Roma, aprile 2022]

InGenere Cinema

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