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SAMUEL STERN: IL SECONDO GIRONE secondo Andrea Guglielmino

Critico cinematografico, saggista e scrittore, Andrea Guglielmino è uno di quegli uomini che vivono di cinema ma non riescono a dimenticare il primo grande amore: il fumetto.

Sotto questo aspetto ci somigliamo molto e, negli anni, ho conosciuto diversi addetti ai lavori che soffrono di questo stesso sdoppiamento cardiaco.

Questo grande amore lo ha portato all’interno di una giovane e arditissima casa editrice, con base a Roma. Uno di quei posti dove il cuore è davvero il miglior biglietto da visita con cui presentarsi [ma poi servono anche testa, capacità e tenacia]. Anche sotto questo punto di vista ci assomigliamo e, a distanza di poco tempo, anche il sottoscritto approda all’interno della stessa casa editrice, la Bugs Comics diretta da Gianmarco Fumasoli, e sulle stesse riviste: Mostri, prima, Alieni e Gangster, poi.

Per questi magazine io e Andrea curiamo i redazionali tematici e scriviamo le sceneggiature di alcune delle storie a fumetti.

Poi Bugs Comics, con Fumasoli affiancato da Massimiliano Filadoro in testa, fa il grande salto: progetto seriale, nuovo personaggio protagonista di una testata tutta sua, un mondo orrorifico da creare da zero e le edicole! Nasce Samuel Stern, che combatte ormai da otto mesi nelle edicole di tutta Italia e ha già fatto breccia nel cuore di una bella fetta di fan del Genere e appassionati di fumetto!

Andrea Guglielmino è il secondo sceneggiatore [dopo Luca Blengino] a firmare lo script di un episodio al di fuori dalle penne dei suoi due creatori. Io no. Non l’ho fatto, questa volta Andrea mi ha fregato.

In occasione dell’uscita del numero 8 di Samuel Stern abbiamo incontrato Andrea Guglielmino.

[Luca Ruocco]: Andrea, bentornato su InGenereCinema.com. Innanzitutto vorrei che mi raccontassi come è nata la tua passione per il fumetto. Se è stata contemporanea a quella del cinema… e se una di queste due ha mai predominato sull’altra.

[Andrea Guglielmino]: Ciao e bentrovati. Penso che cinema e fumetti siano andati in parallelo nella mia formazione, anche se forse il fumetto è arrivato prima. Da bambino, avrò avuto tre anni, avevo un pupazzetto dell’Uomo Ragno della Herbert a cui potevi sfilare il costume come a una Barbie. Da lì ai “giornaletti” fu un attimo. Non sapevo ancora leggere. Ci pensava la mia mamma. Che al contempo mi portava spesso al cinema ed era soprattutto un modo per stare insieme e confrontarsi. Penso sempre a lei quando leggo un fumetto o guardo un film, l’ho persa nel 2014. Imitando il tratto di John Romita o Steve Ditko – ma non sapevo il loro nomi, perché quando sei piccolo ti interessano più i personaggi degli autori – imparai presto a disegnare. Ero abbastanza bravo e mi portai questo hobby per parecchi anni fino a frequentare la Scuola Romana dei Fumetti. Paradossalmente capire come era strutturato un fumetto mi portò ad appassionarmi più alla scrittura che al disegno, e dato che studiavo lettere cominciai a scrivere. Poi i linguaggi di cinema e fumetto hanno elementi in comune. Cioè, veramente, meno di quanto si pensi, ma si tratta sempre di ragionare per inquadrature dopotutto. Ricordo le bellissime lezioni di linguaggio del cinema e story-boards di Paolo Morales. Mi hanno insegnato tanto. Beh, sappiamo com’è finita. Alla fine ho fatto un mischione e sono diventato giornalista per il cinema. Ma ho continuato a corteggiare i fumetti ricevendo un sacco di picche finché qualcuno, in Bugs, non mi ha dato retta. Ed eccoci.

 

[LR]: Il tuo esordio su pagine a fumetti come sceneggiatore è avvenuto in casa Bugs Comics! Raccontaci come sei entrato a far parte di questo gruppo e come, nel tempo, il tuo ruolo è cresciuto e le collaborazioni con Bugs si sono moltiplicate e diversificate, fino al tuo esordio in edicola.

[AG]: Ho conosciuto Gianmarco Fumasoli mentre ruotavamo attorno alla rinascita di Splatter, attorno al 2013. Io scrivevo qualche redazionale, lui cercava di proporre qualche storia. Insomma cercavamo di farci notare, con successi alterni, e in questo percorso comune non solo abbiamo fatto amicizia ma abbiamo anche capito di avere obiettivi complementari. Io volevo ampliare il mio spettro perché già facevo il giornalista, ma volevo imparare anche la narrativa e i fumetti, lui voleva diventare un fumettista a tutto tondo anche a costo di mettere su una casa editrice da solo. Cosa che poi ha fatto. Sinceramente raramente ho visto qualcuno di così determinato. Sono in Bugs da prima che nascesse, insomma. La prima storia che pubblicai fu una quattro tavole su Mostri n. 1 – cioè, il numero uno del nuovo corso, quello appunto fondato da Bugs che riprendeva la classica rivista della ACME degli anni 90 – ed era una storia che non aveva trovato spazio su Splatter. Fu molto emozionante andare a Lucca Comics per la prima volta da fumettista e avere l’accredito autore invece che quello stampa, anche se a dire la verità quello per la stampa è migliore e concede più accessi. Ma era una questione di principio. Pioveva che Dio la mandava – strano, non piove mai a Lucca Comics – e io tornai in albergo fradicio col cuore che batteva a mille stringendo la mia copia autore di Mostri sotto il chiodo per evitare che si bagnasse e dicendo “Non ci posso credere. Sono un cazzo di fumettista!”. Poi Bugs è cresciuta, sono arrivati i fratellini di Mostri: Alieni e Gangster e io ho cercato sempre di partecipare e tenermi sul pezzo sia con storie che redazionali- che tra l’altro amo scrivere – ma di questo ne sai qualcosa anche tu. E poi Samuel. Era la mia occasione, forse l’ultima – perché ho una certa età, anche se per fortuna in scrittura conta fino a un certo punto – per provare ad arrivare in edicola e far arrivare quello che ho dentro a un pubblico più ampio ed esigente. Mi sono messo di punta e ho proposto tanti soggetti studiando nel frattempo la complessa “Bibbia” che i curatori Fumasoli e Filadoro hanno costruito per il personaggio. È stato difficile perché si tratta di un personaggio non creato da me e, mentre lo scrivevo, sconosciuto ai più, con le sue specificità e complessità. Ho immaginato come doveva sentirsi Chiaverotti alla sua prima storia per Dylan Dog. Nel frattempo il progetto cresceva editorialmente e serviva un direttore responsabile, perché ogni testata, anche a fumetti, deve averne uno. Ho il tesserino da giornalista quindi mi hanno chiesto se potevo ottemperare alla mansione, e l’ho fatto volentieri per dare una mano. L’unico problema è che il direttore responsabile risponde anche alle eventuali rimostranze per offesa del pubblico pudore, e io stavo scrivendo una storia ambientata in un bordello! Sono subito corso ad auto-censurarmi!

 

[LR]: La tua prima storia per Samuel Stern, Il secondo girone, mi ha ricordato in alcuni spunti d’ispirazione la mia prima storia breve per Mostri. Ne Il secondo girone, come in Krum & Kubrat, la storia è incentrata su quelli che un tempo erano chiamati freaks. E su un tipo particolare di “scherzi della natura”. La mia storia è nata dopo aver letto online al storia di Chang e Eng Bunker… e dall’essermi chiesto cosa sarebbe successo se in una coppia di gemelli siamesi uno fosse sopravvissuto all’altro per un lungo periodo? Ci racconti come nasce, invece, la tua storia?

[AG]: Quel particolare tipo di “scherzi della natura” – ti ringrazio per il no spoiler – sono abbastanza un classico, però io ho voluto cercare una situazione in cui nessuno si sentisse un freak [usiamo il termine una sola volta nella storia e il personaggio che lo usa viene redarguito], ma anzi dove la peculiarità fisica fosse considerato un vantaggio, un segno di bellezza e un modo per affermarsi nel mondo. Non volevo rifare il circo freak per cui ho pensato alla casa di piacere, dove c’è spettacolo ma anche espressione libera di una sessualità e di una fisicità speciale. Tutte le storie sui freak fino ad oggi tendevano a farci notare che anche i freak possono avere sentimenti, e questo oggi mi sembra il minimo. Io volevo esplicitare che fanno anche l’amore e possono essere liberi di gestire il proprio corpo, non necessariamente al soldo di un ringmaster. E poi c’è il tema del dualismo, che nelle storie di possessione funziona sempre. Ci sono il bene e il male e in questo caso sono più che mai fusi e inscindibili. Come nella tragedia greca. Non esiste una morale unica. Volevo mettere Samuel Stern in una situazione problematica per cui qualsiasi cosa decidesse di fare, avrebbe fatto un bene ma anche un male.

 

[LR]: Il secondo girone, oltre ad essere un titolo dai rimandi danteschi è anche la location principale della tua storia. Sei andato a solleticare in un colpo solo sensualità e morbosità, rimanendo comunque elegante e pop. Secondo me l’episodio farà breccia nel cuore dei lettori perché hai creato con immediatezza ed efficacia dei personaggi veri, per quanto grotteschi e incredibili. E un piccolo mondo, all’interno di un mondo che Gianmarco e Massimiliano hanno lavorato al millimetro. Come e quando sei venuto a conoscenza di quello che bolliva in pentola in Bugs e come è stato [anche a livello tecnico] lavorare ad una storia tutta tua di un personaggio creato da altri sceneggiatori?

[AG]: Ti ringrazio e in effetti i lettori e anche la critica stanno rispondendo molto bene. Come ti dicevo seguo la Bugs fin dagli albori e quindi so dell’esistenza di Samuel da tantissimo tempo. Ogni tanto Gianmarco mi mandava qualche notizia o mi chiedeva qualche parere su alcuni aspetti o sfumature, ma senza rivelare mai troppo. Che io volessi partecipare era quasi scontato. E altrettanto spontaneamente mi è stata consegnata la Bibbia per studiare e giocare le mie carte. Però non è stato facile e non ci sono stati sconti. Ho un sacco di soggetto rifiutati da parte, che non erano in linea con il personaggio, e ci ho messo un po’ – ma nemmeno troppo, mi dicono dalla regia che ci sono fior d’autori che stanno ancora provando – a trovare la chiave. Non è questione di bravura perché di sceneggiatori più bravi ed esperti di me ce n’è a bizzeffe, ma di allineamento. Ho capito che non potevo pretendere di raccontare la storia di Samuel ma che dovevo usarlo come chiave per raccontare quello che interessava a me. Così ha funzionato e abbiamo trovato il soggetto. Poi abbiamo iniziato a rimpallarcelo tra me, Gianmarco e Massimiliano modificando e cesellando, inserendo e togliendo, come sempre si fa.

 

[LR]: Quanto tempo hai impiegato per chiudere il lavoro di sceneggiatura e dopo quanto tempo il tutto si è trasformato in un fumetto? Facciamo capire, insomma, ai lettori di InGenereCinema.com qual è l’iter produttivo di un albo a fumetti…

[AG]: Dall’approvazione del soggetto alla pubblicazione è passato un anno esatto. Era maggio del 2019 ed ero a Cannes davanti a Banderas quando Massimiliano mi mandò un vocal per dirmi che il finale che avevo proposto era giusto e in linea col personaggio. Lisciai il selfie con Banderas ma tornai a casa felice. Dopodiché si parte con un trattamento, dove si scaletta la storia con precisione indicando cosa succede in ciascuna sequenza di tavole, e si inseriscono anche i dialoghi. È molto dettagliato, quindi permette di sceneggiare vignetta per vignetta anche “a rate” attraverso cicli di approvazioni con una media di circa 10 tavole al mese, che poi vengono passate al disegnatore per la lavorazione. Mentre lui disegnava io scrivevo le successive 10 e così via. Questo è il modo in cui abbiamo lavorato.

 

[LR]: Anche i disegni di Stefano Manieri si sposano davvero bene con il tipo di racconto. Anche lui riesce ad essere immediato e preciso, senza essere poco affascinante o poco scrupoloso. Tutt’altro! Come avete lavorato insieme, soprattutto sulla definizione di personaggi così particolari?

[AG]: Devo dire con grande armonia e semplicità. Io non sono uno sceneggiatore che va troppo nel dettaglio, mi piace lasciare al disegnatore la libertà di fare come crede quando la narrazione lo permette, concentrandomi solo sul ritmo della storia e i dialoghi. Se fosse musica io farei la melodia e gli accordi, e Stefano l’arrangiamento. Sui personaggi ho dato reference e indicazioni solo quando serviva, per il resto ho provato a suggerite a Stefano un’atmosfera più che una descrizione specifica, e lui l’ha colta. Le correzioni sono state pochissime. La più divertente riguarda una marca di Whisky, perché Stefano aveva fatto bere a Stern un Jack Daniels, ma in Scozia nessuno berrebbe Whisky americano senza essere costretto con la forza!

 

[LR]: Dal vostro Il secondo girone rimbalzano ormai sul web, e nel gruppo facebook Quelli della Bugs, post che cercano di stanare gli easter eggs che avete seminato tra le pagine: per ora vanno da un sosia di Dylan Dog per le strade di Edimburgo ad una citazione da Atto di forza. Quante altre ne salteranno fuori… e quante rimarranno lì, invisibili, per tempi più lunghi?

[AG]: Penso tantissime, anche perché alcune sono involontarie. I riferimenti a Dylan, ad esempio [che sono più che altro omaggi] li ha inseriti Stefano. In sceneggiatura non c’erano. La citazione di Atto di Forza c’è ma è anche un espediente narrativamente rilevante, che mi serviva come ‘svelamento’ del personaggio di Madame. Volevo che sembrasse ambigua e cercavo una peculiarità fisica forte e legata alla sfera sessuale ma che non fosse immediatamente visibile. Comunque sì, ci siamo divertiti parecchio con queste citazioni. Diciamo che Il secondo girone è una specie di Ready Player One dell’horror, ma cogliere le citazioni non è mai importante ai fini del godimento e della comprensione della storia. Chi le coglie è felice ma deve esserlo anche chi non le coglie. Non mi piacciono gli autori che si mettono a fare a gara coi lettori a chi ne sa di più.

 

[LR]: Sei già al lavoro su altri episodi di Samuel Stern?

[AG]: Per ora no. Ho proposto dei soggetti e, dato il successo di questo, non escludo che un giorno si possa fare un epocale ritorno al Secondo Girone. Sto lavorando a un fumetto indipendente disegnato da Fabrizio De Fabritiis, di cui ancora non rivelo il titolo ma che sarà presto in cerca di editore, e ho appena consegnato le prime bozze del mio terzo saggio di antropologia del cinema, di cui spero presto di darvi notizie.

Luca Ruocco

Roma, luglio 2020

InGenere Cinema

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