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DYLAN DOG 666: Riflessioni sul reboot dell’Indagatore dell’Incubo

Quest’anno così strano si è aperto, per noi amanti dell’horror made in Italy, con una piccola-grande rivoluzione: quella che ha riguardato uno dei personaggi più amati del nostro fumetto popolare, fenomeno di costume e simbolo di un’intera generazione. Stiamo parlando di Dylan Dog, l’Indagatore dell’Incubo… l’old boy!

Della lunga cavalcata cominciata con il passaggio di curatela della testata a Roberto Recchioni abbiamo già avuto modo di scrivere qualche riga, per poi tornarci nel 2016 in occasione dei 30 anni di Dylan Dog, quando con l’albo “Mater Dolorosa” il nuovo corso di Dylan stava per compiere i passi attraverso gli ultimi anni di vita editoriale prima di quella fase 3 che avrebbero portato il personaggio di Tiziano Sclavi a quel downgrade che da subito era spuntato tra le intenzioni dichiarate da Recchioni.

Dopo una lunga rincorsa piena di cambiamenti funzionali [il pensionamento di Bloch, l’ingresso del nuovo ispettore tutt’altro che amichevole – Carpenter – e della sua assistente Rania Rakim, oltre che di John Ghost, un nuovo antagonista] si cominciarono a vedere anche grandi modifiche strutturali: da quelle più ornamentali come il cambio di copertinista dallo storico Angelo Stano a Gigi Cavenago, a quelle narrative totalmente puntate a ricreare da zero l’instabilità, l’insicurezza del mondo originario dell’Indagatore dell’Incubo.

Un mondo dove tutto è possibile e che dall’albo 387 ha visto prendere corpo il primo lungo ciclo narrativo di storie collegate [fino al 399]: un lungo racconto dell’apocalisse del mondo narrativo del Dylan Dog che tutti conosciamo, a causa dell’arrivo di una meteora con rotta d’impatto proprio sul pianeta Terra.

I fatti narrati durante il Ciclo della Meteora [che qui non riprendiamo e che meriterebbero un approfondimento a parte], i cui albi in verità non sempre hanno trovato un incastro davvero comodo nel puzzle dell’old boy, si sono conclusi con il numero 400 che, invece, si è rivelato uno dei più riusciti albi celebrativi di sempre: una storia sospesa tra il vecchio e il nuovo Dylan; tra la classica storia delle storie dell’Indagatore dell’Incubo [quella che rimbalza tra “Morgana”“Storia di Nessuno” e il mitico numero 100], il Ciclo della Meteora e quello che sarebbe arrivato dopo; tra Sclavi e Recchioni e, allo stesso tempo, una summa riuscita di tutto questo.

E dopo? “Un nuovo inizio”, come recita il bollino sulla copertina del 401, “L’alba nera”, di Recchioni e Corrado Roi. Nuovo inizio segnato anche da un ritocco, piccolo ma significativo, al titolo di testata [andato via via in frantumi proprio durante l’avanzare della meteora]. E ora arricchito anche da quel “666” che occhieggia al lettore accanto al nome dell’Indagatore dell’Incubo, che focalizza il titolo del nuovo ciclo narrativo, di sei numeri.

Premessa: l’attuale gestione della serie di testate legate al marchio “Dylan Dog” è ben visibile, rumorosa, di carattere. Non ha fatto sua la bandiera bianca della pace con il lettore, da tener sedato con una riproposizione di schemi già rodati e ben accetti. Tutt’altro, ha lavorato in maniera creativamente libera, anche se questo ha significato continue polemiche [soprattutto sui social] di quelli che “erano meglio i primi 100” e “smetto di leggerlo, questo non è Dylan Dog”.

Accanto a questo, una serie di scelte editoriali [la differenziazione delle storie delle vari testate che potessero accontentare fette di pubblico più tradizionaliste e altre più amanti dello sperimentale] e di marketing [cover con effetti speciali, special guest alla sceneggiatura come Dario Argento] ancora più azzeccate, per riportare l’indagatore a rimbalzare sulle bocche e sulle bacheche dei suoi lettori. Le discussioni attorno al mondo di DYD, anche in chiave di polemica, non erano state così vive davvero da tantissimo tempo.

Ora i nodi arrivano finalmente al pettine. La direzione era stata, a quanto pare, fissata fin dall’inizio: il downgrade, il bisogno di riportare Dylan al suo stadio zero per poi ricostruire il personaggio ancorandolo al mondo contemporaneo [e avvinghiando, perché no, nuove schiere di lettori].

Si tratta a tutti gli effetti di un reboot del personaggio: non una cancellazione completa di quanto fatto da Sclavi, anzi, tanto del papà di Dylan Dog viene fuori da questo nuovo racconto delle origini del personaggio figliato ora proprio dall’esplosione della testa/meteora del suo creatore [vedi numero 400]. Tanto, sì, e non solo dell’universo narrativo legato all’inquilino di Craven Road.

Mentre lavoriamo a questo pezzo il Ciclo 666 ha da poco superato la sua metà. Da qualche giorno è in edicola l’albo 404, “Anna per sempre” e il momento ci sembra propizio per tirar giù qualche pensiero sulla seconda vita di Dylan Dog.

Ci siamo avvicinati a questa nuova vita di DYD con le mani tremanti e il cuore palpitante, carichi di curiosità e con un po’ d’ansia come tanti altri che, come chi scrive, ha seguito le avventure dell’indagatore di Tiziano Sclavi fin dai suoi primi anni in edicola e che ora rivede crescere desiderio e attesa, numero dopo numero.

666. Le novità più visibili, ovviamente, riguardano l’estetica di Dylan: barbuto e con un cappotto che va a sostituire la sua giacca nera, accentuando uno stile decisamente più bohémien di quello a cui eravamo abituati.

Il nuovo Dylan ha una passato ingombrante, una giovinezza turbolenta, l’adozione e un matrimonio fallito alle spalle. Poi la crisi più nera, subito dopo la morte del suo amore più grande. Uno shock da affogare nell’alcool. I nuovi tasselli [il matrimonio fallito alle spalle] si mescolano ad altri già presenti nella mai chiarificata univocamente storia dell’old boy che conosciamo [anche lui era stato abbandonato e adottato, anche lui aveva ceduto alle lusinghe dell’alcool dopo la perdita di grande amore]. A mescolarsi sono anche i personaggi: gli stessi che ben conosciamo e che, oltre a essere riproposti in modo più oscuro e duro nelle storie rimodellate a partire da quelle dei primi vecchi albi, si incastrano nella vita di Dylan acquistando nuovi ruoli: Bloch è ora il sovrintendente di Scotland Yard, oltre che il padre adottivo del protagonista; Rania la sua ex moglie, oltre che l’assistente di Carpenter…  e Groucho sembra non essere mai esistito, dopo aver perso la vita alla fine del Ciclo della Meteora e ancora nel numero 400 [fatta eccezione per alcuni sospetti su una sua rielaborata riapparizione che prende piede dal numero 403 “La lama, la luna e l’orco”].

Al suo posto un personaggio che per molti dei lettori più “giovani” risulterà nuovo, ma che è più che conosciuto dai vecchi amici dell’universo dylaniato: si tratta di Gnaghi, il robusto e muto scavafosse che originariamente comparve come assistente di Francesco Dellamorte, protagonista del romanzo Dellamorte Dellamore di Tiziano Sclavi, che fu anche la prima ispirazione dell’autore per lavorare al suo personaggio a fumetti, oltre che un grande film di Michele Soavi.

Che regalo! Un universo narrativo frammentato che diventa unico e che, dopo il caos dell’apocalisse, cerca di dare un ordine materico al tutto. Francesco Dellamorte [con Gnaghi] era infatti già apparso anche nel mondo a fumetti del vecchio Dylan, come co-protagonista dello speciale “Orrore nero” [1989], oltre ad essere stato interpretato da Rupert Everett nell’omonima trasposizione filmica del romanzo [da sempre vissuta in modo apocrifo come “il film su Dylan Dog” dai fan].

E ora le prime tavole scritte da Sclavi per Claudio Villa per presentare il progetto in Bonelli, che riguardavano l’epidemia zombi nel cimitero di Buffalora, rinascono e vanno ad unirsi alla vita del nuovo Dylan, rappresentandone un macabro momento del suo passato. Dopo aver lasciato la polizia e prima di darsi all’incubo, Dylan diventa il guardiano di un vecchio cimitero di provincia. Lì conosce Gnaghi. Lì conosce i morti viventi. Lì conosce l’incubo in nero. Quello della nuova “alba”, affidato ai pennelli del maestro Roi, mai così cupo, che regala alla narrazione di Recchioni un corpo livido, pieno di ombre e di graffi. Una paura assai più mortifera: ecco, è proprio l’approccio al senso di morte a mutare graficamente rispetto alla prima “alba”, quella “dei morti viventi” del 1986.

Tornando a Dylan, quello che ci viene presentato è un uomo tormentato e confuso, lo abbiamo già visto così, ma l’indagatore è per certi versi più inesperto e immaturo, per altri molto saccente e smaliziato… Lo abbiamo già visto anche in tutti questi modi, ma in momenti differenti della costruzione del personaggio di Sclavi: presuntuoso e pieno di sé nei primi numeri, più insicuro e tendente al malinconico più avanti, poi scanzonato e sognatore. Il nuovo Dylan Dog presenta tutti i lati di un carattere così contradditorio insieme, nei vari momenti di questo nuovo Ciclo, sulla strada narrativa che vuole condurre [ovviamente in maniera più rapida e uniforme rispetto al passato] alla nuova definizione del personaggio che conosciamo, raccontato da un punto di vista nuovo e diverso. Una scelta utile anche per provare ad azzerare il peso degli anni e, soprattutto, la zavorra dell’essere invariabilmente ancorato ad un’epoca ormai trascorsa: quella feconda e sognante a cavallo fra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, che hanno visto il suo battesimo e la sua affermazione come punto di riferimento esistenziale per adolescenti e giovani adulti. Attraverso l’uso dell’orrore sovrannaturale come metafora di quello ben più vivo e spaventoso della società contemporanea [di allora], infatti, Dylan Dog ha portato avanti per decenni la bandiera delle rivendicazioni di una intera generazione, disorientata e sconvolta dalla frantumazione di un sogno economico e dall’incertezza di un orizzonte politico e sociale quanto mai oscuro e incerto.

Oggi, quegli orizzonti, seppure sempre avvolti da una impenetrabile nebbia [proprio come quella che Gnaghi e Dellamorte trovano al confine del mondo esistente, quando scoprono che non c’è altro, fuori dalla Buffalora del romanzo], sono cambiati. Gli orrori e gli incubi ci sono ancora, ma hanno assunto forme diverse e vesti nuove. Linguaggi evoluti, che il nostro eroe forse si è ritrovato in più di un’occasione a non parlare e a non voler prendere in considerazione. E forse proprio per questo era necessario anche per lui cambiare pelle e imparare queste nuove lingue. Adeguarsi alla necessità dei tempi che corrono e degli orrori che strisciano e dei quali forse proprio in questa pandemia, cominciamo a renderci conto ancora meglio.

Questo breve ciclo [almeno per quello che abbiamo potuto leggere finora] riesce molto bene in questa operazione, attingendo a piene mani al corpus delle origini di Dylan e a quelle storie che sono state vere e proprie pietre miliari incrollabili per il mondo del fumetto popolare italiano [oltre a “L’alba dei morti viventi” che si estende in due albi per prendere i giusti tempi del racconto ne “L’alba nera” e “Il tramonto rosso”, anche  “Jack lo squartatore” e “Le notti della luna piena” ne “La lama, la luna e l’orco”, e poi “Il fantasma di Anna Never”] e presentandoci delle reinterpretazioni fresche, nuove e decisamente soddisfacenti, sia come ritmi che come impatto narrativo e grafico.

La rielaborazione del magma sclaviano è davvero vivace: se gli zombi di Recchini-Roi e Anna Never prendono corpo in storie lunghe e articolate, altre avventure forse “minori” nella mitologia dylaniata delle prime ore non scompaiono, ma prendono vita in questo nuovo corso in forma di ganci di collegamento, sogni o racconti [succede per “Jack lo squartatore” e per “Le notti della luna piena”], permettendo a Recchioni di ricreare con maggiore velocità e con compitezza il nuovo universo. Un Dylan nuovo ma che comunque ha un passato ben definito: come accade anche con i bellissimi flashback del passato cimiteriale di Dylan e Gnaghi, figliati proprio dal romanzo e dalle pagine del primo proto-fumetto e ora affidato alla matita spigolosa di Francesco Dossena, che ne “Il tramonto rosso” fa il suo esordio ufficiale su Dylan Dog dimostrando subito di esser nato per raccontare per immagini la vita dell’Indagatore londinese.

Molto efficace è l’alternanza dei disegnatore, anche all’interno di uno stesso albo. Se il caso di Dossena per ora è unico, diventa già tradizione il lasciare le ultime pagine di ogni storia al disegnatore dell’albo successivo, come era già successo con Roi che rosicchia le ultime pagine del 400 a Stano e come succederà a Nicola Mari con Roi, a Sergio Gerasi con Mari e a Giorgio Pontrelli con Gerasi.

Gli stili si sposano alla cupezza della storia zombie, alla follia romantica di quella dello spettro femminile che qui si fa più realistico e drammatico per raccontare l’ossessione morbosa o al violento racconto che rimbalza tra mannari e serial killer. Elemento ritornante nelle storie del nuovo Dylan è anche un utilizzo del dettaglio grafico [che sia splatter o erotico] di nuovo molto importante. Caratteristica che si sposa all’altra grande e apprezzatissima novità di questo arco narrativo, la cui grandissima forza è demandata ad una struttura narrativa finalmente davvero orizzontale, che fa immediatamente entrare in un flusso di storie, più che in una collezione di episodi per lo più slegati e che fa inevitabilmente vibrare di vita e verosimiglianza il nostro protagonista e gli altri personaggi, contribuendo a dare alle storie ancor più un senso di crescita ed evoluzione; ennesima dimostrazione di avvicinamento ad un linguaggio certamente più fresco e moderno, rispetto al passato. Lo stesso linguaggio che riesce ad ibridare personaggi classici nella storia dell’old boy ad altri nuovi, creati proprio da un ispirato Recchioni.

Basandoci su vari indizi disseminati in interviste e dichiarazioni del curatore, rimane da interrogarsi se gli episodi raccontati nei nuovi albi, nei flashback o nei sogni siano accaduti davvero a Dylan, e se sì, a quale Dylan? A quello che vediamo ora? Alla versione che conoscevamo prima, che magari esiste ancora, in un altro, distante universo, devastato davvero dalla Meteora, come visto prima dell’albo 400 e di cui quello che vediamo ora è solo una versione alternativa?

Ci sarebbe tanto da parlare anche dell’uso post-moderno del citazionismo, che come Sclavi aveva intuito sin dall’inizio, riesce a ingigantire l’universo dylaniato proprio grazie ai continui riferimenti e rielaborazioni a-e-di cinema, letteratura, altro.

Qui anche le citazioni cambiano pelle e ci piace perderci tra le mutazioni intermediali grandi e piccolissime, come quella che trasforma il film visto da Dylan Dog e dalla sua prima cliente dallo Zombi di Romero a La casa di Sam Raimi. Sempre classici, ma classici profondamente diversi.

Insomma, per ora siamo tornati curiosi come quando sfogliavamo il nostro Dylan Dog tra i banchi di scuola, sperando di non essere beccati dall’insegnate di turno.

Luca Ruocco + Federico Moschetti

InGenere Cinema

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