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CLASSE Z di Guido Chiesa

Tra le qualità che dovrebbe avere un regista cinematografico [e non solo] c’è anche la versatilità, vale a dire la capacità e la volontà di sapersi confrontare con Generi, temi, registri, personaggi e storie differenti. Quella di sapersi adattare a ciò che la Settima Arte, ma soprattutto il mercato, propone di volta in volta nell’arco della carriera al cineasta di turno, indipendentemente dalla latitudine, dalla formazione e dall’estrazione di appartenenza, dovrebbe essere considerato, a parere nostro, un gene determinate nel DNA artistico e professionale necessario alla sua sopravvivenza. Ciò non significa dovere rinunciare al proprio stile o snaturare il proprio percorso, bensì dare dimostrazione della propria completezza. C’è chi fa di necessità virtù o chi, al contrario, fa del cambiamento lo strumento per non rimanere ingabbiato in questa o quella etichetta, o ancora chi sceglie volutamente di cambiare in continuazione pelle per non ripetersi.

Ora, per quanto riguarda Guido Chiesa non sapremmo proprio quale di queste “categorie” di attribuirgli, ma una cosa è certa: la versatilità fa sicuramente parte del suo curriculum. Lo ha dimostrato negli ultimi anni, firmando nelle vesti di sceneggiatore e di regista una serie di commedie che hanno mostrato al pubblico e agli addetti ai lavori l’altra faccia della medaglia della sua produzione. Nella prima parte della carriera, ossia dall’esordio con Il caso Martello sino a Io sono con te, l’autorialità, l’impegno e l’approccio a storie drammaturgicamente e tematicamente dal peso specifico elevato, sono state le parole d’ordine.

Da sette anni a questa parte, le parole d’ordine sono state altre, con una decisa virata verso un cinema più commerciale e popolare, ma sempre animato dall’attenzione nei confronti di temi sociali o di stretta attualità, seppur declinati con toni leggeri. In Belli di papà, ad esempio, la commedia si fa vettore per parlare di crisi lavorativa ed economica, tanto per le vecchie quanto soprattutto per le nuove generazioni, le stesse che sono al centro della sua ultima fatica dietro la macchina, ossia Classe Z, nelle sale a partire dal 30 marzo con Medusa.

Dunque, i giovani e le loro problematiche continuano ad essere il baricentro intorno e sui quali costruire la storia di turno. Interesse, questo, che Guido Chiesa ha allargato anche al suo lavoro come sceneggiatore per terzi [vedi Fuga di cervelli, esordio alla regia di Paolo Ruffini, a sua volta remake dell’omonimo film spagnolo di Fernando González Molina]. Stavolta, il cineasta torinese ci porta nel mondo della scuola e per farlo si ispira liberamente all’esperienza del portale internet Scuola Zoo, nato alla fine dello scorso decennio grazie a ad uno studente, Paolo De Nadai. Da quella è nato poi uno script nuovo di zecca. E’ il primo giorno dell’ultimo anno per gli studenti di un liceo scientifico, ma a scuola c’è una novità: alcuni ragazzi sono stati spostati dalle rispettive classi in una sezione creata appositamente per loro, la sezione H. Gli studenti della sezione H non sono stati scelti a caso, sono infatti elementi notoriamente problematici, troppo esuberanti e svogliati.

Tra loro c’è Ricky [Enrico Oetiker] che è sveglio e non perde occasione per fare irritanti scherzi che poi condivide sul suo canale Youtube, Stella [Greta Menchi] il cui unico interesse è il suo look e Viola [Alice Pagani] intelligente ma sempre in guerra con il mondo. Per i ragazzi la vita nella nuova sezione è una pacchia, i professori sembrano aver perso con loro ogni speranza e non provano nemmeno più a farli studiare. L’unico professore che si presenta alla classe con sincero entusiasmo e pronto a vivere il suo ruolo da supplente come una sfida importante è Marco Andreoli [Andrea Pisani] il prof d’italiano che ha come modello di riferimento il Professor Keating de L’Attimo fuggente. Dopo molti tentativi per cercare di coinvolgere e appassionare i ragazzi, esasperato dal disinteresse e dalle continue umiliazioni a cui lo sottopone la classe, Andreoli abbandona il lavoro a metà anno. Prima di andarsene però, svela ai ragazzi che la creazione della sezione H è stata un’idea del Preside [Alessandro Preziosi] che aveva deciso di isolarli in una classe “ghetto”, sicuro di poter dimostrare che il rendimento delle altri classi sarebbe migliorato. A cento giorni dall’esame di maturità, i ragazzi si accorgono di essere spacciati, non riusciranno mai a superare l’esame. Il solo modo per salvarsi è farsi aiutare dall’unica persona che credeva in loro, il professor Andreoli. Riusciranno con il suo aiuto a ottenere la tanto attesa maturità?

È chiaro sin dalla lettura della sinossi che il soggetto principale è l’universo giovanile, raccontato attraverso il classico ritratto o racconto di formazione che segue l’altrettanto classico percorso che porta alla maturità. Insomma, la cronaca del decisivo e importante giro di boa. Lo sfondo non poteva che essere il luogo per antonomasia della crescita, ossia quello dove i primi capitoli della vita prendono forma e sostanza.

Di conseguenza, Classe Z estende i propri orizzonti, parlando di scuola e di chi la gestisce, con una non tanto velata critica nei confronti delle recenti riforme scolastiche. L’opera parla anche del sempre crescente disinteresse dei giovani ad apprendere, della disillusione, dell’incertezza nei confronti del futuro, dell’individualismo e della paura di diventare adulti. Per farlo, il regista prova a mantenere il più possibile il fuoco sui ragazzi, lasciando agli insegnanti il ruolo di comprimari. Così facendo la narrazione sposa quasi interamente il punto di vista dei ragazzi, quanto basta per differenziare in parte la pellicola di Chiesa dalle tante prodotte nel filone scolastico.

Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, il punto di vista scelto è quello dei professori [da La scuola sino al recente Beata ignoranza], di conseguenza, la decisione di affidare il centro di gravità permanente alla controparte, realizzando un film “ad altezza ragazzi”, dona al progetto un possibile motivo di interesse. Questo in teoria ma anche in pratica, peccato che il risultato vanifichi le buone intenzioni.

Nonostante l’approccio alla materia e la scelta dell’angolazione dalla quale narrare gli eventi consentano al film di caricarsi addosso un perché, il risultato tuttavia finisce con l’allinearsi con gran parte dei racconti che sono approdati sullo schermo e che hanno nel mondo della scuola l’analoga ambientazione. Il racconto in sé segue traiettorie narrative e sviluppi drammaturgici ormai logori e ripetitivi, come in un copione già letto e riletto, animato da personaggi sono disegnati su modelli caratteriali e identikit preconfezionati e ampiamente codificati dal pubblico. Insomma, cambiano gli interpreti e le storie, ma le dinamiche restano sempre le stesse, con le one line che appaiono come il frutto di un schema predefinito.

In poche parole, Classe Z è un contenitore, o meglio una sorta di bignami audiovisivo, dove è possibile ritrovare tutto, ma proprio tutto del filone al quale appartiene. Ciò che resta è qualche risata strappata e qualche buona intuizione, condensate soprattutto nelle scene del casale dove i protagonisti provano un ultimo e disperato assalto alla maturità.

Francesco Del Grosso

CLASSE Z

Regia: Guido Chiesa

Con: Andrea Pisani, Greta Menchi, Enrico Oetiker, Alice Pagani, Luca Filippi, Antonio Catania, Alessandro Preziosi

Uscita sala in Italia: giovedì 30 marzo 2017

Sceneggiatura: Guido Chiesa, Renato Sannio, Alessandro Aronadio

Produzione: Colorado Film, Medusa Film

Distribuzione: Medusa Film

Anno: 2017

Durata: 92’

 

 

InGenere Cinema

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