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FOXCATCHER di Bennett Miller

foxcatcher1Andato via a mani vuote sia dai Golden Globe sia dall’87esima notte degli Oscar, dove aveva raccolto rispettivamente tre e cinque nomination [tra cui miglior regia, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura originale], Bennett Miller può comunque consolarsi con il premio per la migliore regia vinto in quel di Cannes con Foxcatcher, nelle sale nostrane a partire dal 12 marzo con BIM. La stessa sorte era toccata anche al precedente L’arte di vincere, che si era guadagnato sei candature ma nessuna statuetta, al contrario di Truman Capote: a sangue freddo che vide P. Seymour Hoffman portare a casa una meritata doppietta per l’indimenticabile performance nei panni del celebre scrittore statunitense.

Filmografia alla mano, più di un filo comune sembra collegare i tre lungometraggi diretti dal regista americano, a cominciare dal carattere biografico delle storie che ha deciso di traferire sul grande schermo, tutte rigorosamente vere e in ben due casi legate al mondo dello sport.

Se nel 2005 aveva fatto subito centro grazie alla pellicola d’esordio dedicata a Capote, in particolare sul lavoro di ricerca e approfondimento svolto dall’autore in preparazione [1959-‘65] del suo ultimo romanzo compiuto dal titiolo “In Cold Blood”, l’attenzione di Miller si è poi spostata su vicende e personaggi sportivi che rispondono ai nomi di Billy Beane, storico general manager della squadra di baseball Oakland Athletics, e dei fratelli Mark e Dave Schultz, rinomati campioni di lotta libera, entrambi vincitori di medaglie olimpiche ai Giochi di Los Angeles del 1984.

foxcatcher2Dave, il maggiore, oltre a gareggiare nella sua categoria, fa anche da allenatore a Mark, e i due vivono praticamente in simbiosi. Un giorno Mark riceve la telefonata di John du Pont, un eccentrico magnate che lo invita a prepararsi da lui in vista dei vicini campionati mondiali, avendo allestito nella sua tenuta, la Foxcatcher, un vero e proprio centro di allenamento di altissima qualità. L’invito del milionario nasconde però un’attrazione morbosa nei confronti di Mark, e il ragazzo – senza la guida del fratello maggiore – comincia a smarrirsi. Successivamente, stringendo un accordo di finanziamento con la Federazione Americana Lotta, John du Pont riesce a far stabilire a Foxcatcher anche Dave, per iniziare il percorso di avvicinamento alle Olimpiadi di Seoul. Ma questa scelta sarà il preludio a un tragico epilogo…

Per raccontare la storia dei fratelli Schultz, Miller si affida per la terza volta consecutiva alla letteratura, traslocando al cinema l’autobiografia di Mark, “Foxcatcher: The True Story of My Brother’s Murder, John du Pont’s Madness and the Quest for Olympic Gold”, pubblicata in Italia da Sperling & Kupfer nel gennaio scorso. Anche stavolta, le pagine del libro non hanno rappresentato un ostacolo, piuttosto un traino per dare forma e sostanza cinematografica a una materia narrativa complessa e non semplice da gestire, così come non lo era stata quella messa a disposizione dalla biografia di Gerald Clarke incentrata sulla figura di Capote.

FOXCATCHERIn entrambi i casi, Miller deve moltissimo a Dan Futterman che ha saputo sfruttare al meglio le qualità intrinseche custodite nelle matrici originali, partorendo altrettanti script che hanno fatto della solidità, della scorrevolezza e della carica empatica, i strumenti per fare bene anche al cinema. Lo stesso miracolo che è riuscito anche ad Aaron Sorkin, quando nel 2011 il regista gli aveva affidato il compito di tradurre in una sceneggiatura le pagine di “Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game” di Michael Lewis. Questo per dire che tutte le volte che il cineasta si è seduto dietro la macchina da presa ha avuto la strada spianata, ma comunque gli va riconosciuto il merito di avere completato l’opera, consegnando alle platee tre ottimi film.

In Foxcatcher, parabola agonistica e dramma si mescolano senza soluzione di continuità come nella migliore delle tradizioni dell’ormai ricca galleria di ritratti che la Settima Arte ha partorito dall’alba dei tempi. Già sulla carta, sono ben due i meriti che vanno riconosciuti alla pellicola: da una parte quella di aver riportato sugli schermi la lotta libera, solo di rado presa in considerazione [Crazy for you di Harold Becker e Mosse vincenti di Tom McCarthy] per far spazio a discipline più popolari e mediaticamente appetibili; dall’altra l’aver saputo dribblare abilmente le sabbie mobili elegiache della celebrazione a buon mercato dello sport e dello sportivo di turno, con urticante morale al seguito. In tal senso, Miller dedica la medesima attenzione e cura, tanto alle imprese atletiche sul tappeto quanto agli aspetti psicologici della vicenda. Per farlo entra ciclicamente nella vita e nella mente di ciascuno dei protagonisti, in quello che finisce con il diventare una sorta di valzer che coinvolge vittime e carnefici, degli altri e di se stessi, in primis Mark Schultz e John du Pont, figure speculari, complementari e antitetiche allo stesso tempo, stanche di vivere nell’ombra e alle spalle reciprocamente del fratello e della madre, costantemente alla ricerca di consensi e attenzioni. In modi diversi, i due finiscono sotto la lente dell’analisi psico-sociologica del fanatismo sportivo, visto come moderna forma dell’idolatria, ma anche come l’unica strada percorribile per l’ascesa e il riscatto personale, che nella sua accezione negativa si manifesta come il patologico bisogno di passare un quarto d’ora sotto i riflettori. Allora si appoggiano l’uno all’altro con un rapporto morboso che li conduce all’autodistruzione e all’esclusione del terzo incomodo, vale a dire Dave Schultz, ai loro occhi modello da imitare, ma maledettamente irragiungibile [e la mente torna all’ossesione del commesso viaggiatore di coltelli interpretato da un superlativo Robert De Niro per il campione di baseball dei Giants di San Francisco in The Fan].

FILM Foxcatcher 20141126E tutto ciò è stato possibile soprattutto grazie all’eccellente disegno e costruzione dei personaggi, ai quali Channing Tatum, Mark Ruffalo e Steve Carell, hanno contribuito con performance di altissimo profilo e potenza espressiva, capaci con le rispettive doti di immedesimazione, interpretazione e trasformismo, di restituire le diverse movenze e sfumature caratteriali. Ma la vera impresa attoriale è quella di Carell [al quale inizialmente era stato preferito Gary Oldman], che s’è letteralmente calato con funi e fiaccole nella psicologia di Du Pont, per trasferire sullo schermo con straordinaria efficacia l’ambiguità, il malessere interiore e la lucida follia, che lo hanno divorato.

Miller fa tesoro di quello che prima la sceneggiatura e poi il cast gli regala, apportando al film una regia eclettica, mai didascalica e priva di leziosaggini, stilisticamente ricca di soluzioni visive degne di nota ma non invasiva, in grado di mettersi al servizio della recitazione. Qualche piccola riserva viene dal montaggio, causa di passaggi a vuoto, digressioni e cali di tensione che decelerano il ritmo del racconto, per fortuna senza pregiudicare la riuscita del film.

Francesco Del Grosso

FOXCATCHER

4 Teschi

Regia: Bennett Miller

Con: Channing Tatum, Mark Ruffalo, Steve Carell, Sienna Miller, Anthony Michael Hall, Vanessa Redgrave

Uscita in sala in Italia: giovedì 12 marzo 2015

Sceneggiatura: Dan Futterman, E. Max Frye

Produzione: Annapurna Pictures, Likely Story, Media Rights Capital

Distribuzione: BIM Distribuzione

Anno: 2014

Durata: 134′

InGenere Cinema

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