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LA NAVE DOLCE di Daniele Vicari

navedolce0L’8 agosto 1991 una nave albanese, carica di ventimila persone, giunge nel porto di Bari. La nave si chiama Vlora. A raccontare quello storico esodo di massa ci pensa Daniele Vicari che, dopo il discusso Diaz, torna dietro la macchina da presa per firmare il documentario La nave dolce, rievocazione emozionale dal taglio cinematografico che ripercorre le tappe principali di quello storico evento che ha innescato nel nostro Paese un’autentica rivoluzione socio-culturale. Lo chiamarono “lo sbarco dei ventimila” e di fatto era il primo respingimento di massa in Italia; procedura che ha esposto lo Stato Italiano a bordate di critiche provenienti dall’estero, le stesse che quasi vent’anni dopo si tramuteranno in un’esemplare condanna nei nostri confronti inflitta dalla Corte Suprema dei Diritti Umani di Strasburgo per le decisioni prese a partire dal maggio 2009, quando delle pattuglie congiunte italo-libiche, in seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi, intercettate le barche dei migranti in acque internazionali nel Mediterraneo, vennero sistematicamente rispedite al mittente.

A raccontarcelo in un toccante e intenso reportage sul campo la coppia formata da Stefano Liberti e Andrea Segre nel pluri-premiato Mare chiuso.

navedolce1Presentato in anteprima nel fuori concorso della 69esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, La nave dolce restituisce alla platea il senso del tutto, attraverso l’esperienza di una molteplicità di persone. Le individualità vengono così sommate per dare origine a un racconto corale, nel quale i ricordi del singolo si tramutano nella testimonianza orale dei tanti. Il regista di Velocità massima si è affidato al fiume di parole e aneddoti, sguardi e gesti, di una serie di persone che di quell’indimenticabile esodo sono stati testimoni oculari da una sponda all’altra dell’Adriatico. Ne viene fuori una sorta di mosaico che raccoglie moltitudini di storie personali che come tasselli permettono di ricomporre un’unica storia. Fondamentale in questo percorso l’aver saputo scegliere le testimonianze giuste, quelle in grado di fornire le diverse sfumature lasciando spazio al contraddittorio. Ancora una volta il regista di Rieti mescola in un flusso ininterrotto le testimonianze, dando origine a una narrazione fluida che non conosce interruzioni e flessioni a giudicare dal ritmo serrato del racconto che ne scaturisce.

All’ordine cronologico che costituisce la struttura portante di moltissimi documentari, l’autore preferisce uno scheletro narrativo con digressioni temporali e tematiche, che permettono alla suddetta rievocazione di ampliare il discorso senza però divagare. Lo script segue la rotta temporale dei fatti così come si sono svolti, dalle fasi immediatamente precedenti alla partenza della Vlora dal porto di Durazzo fino al rimpatrio forzato sei giorni dopo la parentesi in terra pugliese, passando per le difficili procedure di sbarco nell’area portuale, i primi soccorsi e l’incapacità da parte delle Istituzioni locali, nazionali e delle forze dell’ordine di far fronte a una simile emergenza, compresa la sistemazione logistica [abominevole la scelta di rinchiuderli come animali in gabbia in uno stadio], l’assistenza sanitaria, il rifornimento di viveri e i tentativi di fuga.

navedolce2Quest’ultimo si snoda lungo una successione di capitoli non dichiarati, ma perfettamente riconoscibili per argomento, nel quale si insinuano brevi parentesi che raccontano l’Albania prima e dopo la caduta della statua di Enver Hoxha, ma anche il rapporto privilegiato con il nostro Paese reso possibile dal potere del tubo catodico e dalla vicinanza geografica. L’ultimo documentario di Vicari rappresenta, dunque, anche una possibilità per entrare in contatto e conoscere una nazione che nonostante la contiguità topografica ci è rimasta sempre estranea, mostrata di riflesso dalla Settima Arte solo grazie a iniziative e occasioni sporadiche: da Lamerica di Gianni Amelio a La faida di Joshua Marston e l’opera prima e seconda di Edmond Budina, Lettere al vento e Ballkan Bazar, che hanno offerto alle platee descrizioni attendibile e non manichee della labirintica Albania contemporanea.

Dal punto di vista tecnico a convincere è soprattutto il certosino lavoro sul materiale d’archivio, che ha trovato nell’armoniosa interazione con le interviste il suo motore portante. Vanno riconosciute in primis l’onestà e l’intelligenza di Vicari nell’aver rigettato la facile tentazione della manipolazione e la pratica della spettacolarizzazione della tragedia, consapevole delle grande responsabilità che ci si prende tutte le volte che si decide di utilizzare repertori per costruire narrazioni. A non convincere, invece, la scelta di realizzare le interviste lavorando su un unico fondo bianco, con l’intento di creare un set “astratto” dove far rivivere e catturare le emozioni dei testimoni. Se da un lato ne guadagna la continuità, dall’altra questa scelta registica cozza a nostro avviso con la ricerca della realtà e della verità che dovrebbero essere alla base di una simile operazione. Altalenante la colonna sonora originale di Teo Teardo, vuoi per la sua onnipresenza che si tramuta spesso in invadenza, vuoi perché gli accompagnamenti in chiave elettronica non si sposano con le immagini e il mood del racconto orale come le parti acustiche e orchestrali.

Francesco Del Grosso

 

Regia: Daniele Vicari

Con: Eva Karafili, Agron Sula, Halim Milaqi, Kledi Kadiu, Robert Budina

Uscita in sala in Italia: n.d.

Sceneggiatura: Daniele Vicari, Antonella Gaeta, Benni Atria

Produzione: Indigo Film, Ska-ndal Production; in collaborazione con Rai Cinema, Telenorba

Distribuzione: n.d.

Durata: 90’

Anno: 2012

InGenere Cinema

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