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KNOCKOUT – RESA DEI CONTI di Steven Soderbergh

knockout1A distanza di pochi giorni dall’anteprima all’ultima edizione della Berlinale, approda nelle sale nostrane con Moviemax, Haywire [in Italia con il titolo Knockout – Resa dei conti], nuova pellicola firmata dall’instancabile Steven Soderbergh, dopo il recente dramma virale dalle tinte sci-fi apparso sugli schermi della kermesse veneziana lo scorso settembre, Contagion, ai quali seguiranno Savage e Side Effects; attesi rispettivamente per il 2012 e il 2013. Davvero un bel po’ di lavoro per chi, solo qualche mese fa, aveva gelato la stampa internazionale con la notizia di un probabile ritiro anticipato da dietro la macchina da presa per dedicarsi alla pittura. Del resto, non è il primo regista a tornare indietro sui suoi passi [vedi Olmi e Besson], evidentemente perché il fare a meno dell’ebbrezza e delle emozioni della Settima Arte, per chi ha trascorso una vita intera su un set, non è poi così facile. A maggior ragione se si è un regista tuttofare, che ha dato e ancora ha tanto da dare, come nel caso dello statunitense classe 1963, autore di una trentina circa di titoli tra lungometraggi, cortometraggi, pilot televisivi e documentari, alcuni dei quali da tenere sempre in considerazione: dall’esordio del 1989 Sesso, bugie e videotape [Palma d’Oro a Cannes] al potentissimo Traffic del 2001 [Oscar per la miglior regia], passando per la trilogia di Ocean o il biopic in due atti dedicato al Che.

Per lui che è abituato da sempre ad alternare cinema alto e basso, indipendente e mainstream, spaziando schizofrenicamente – ma con coerenza – nell’universo sterminato dei generi, un film alla Knockout non può e non deve essere letto come una parentesi creativa, piuttosto come un’ulteriore tappa  di un personale discorso cinematografico, affrontato di volta in volta attraverso l’utilizzo di diversi temi e stilemi.

knockout3Questa volta Soderbergh si avventura nel terreno minato dell’action, ma a suo modo e con l’approccio che lo contraddistingue, che drammaturgicamente parlando si tramuta in una destrutturazione del genero stesso. Lavorando dall’interno sin dal processo di scrittura e successivamente nella messa in quadro, Soderbergh scompone i singoli elementi imprescindibili e canonici del genere in questione dal suo insieme e li elabora individualmente fino a dare vita, sul grande schermo, a qualcosa di nuovo, spesso incatalogabile se non è lui stesso a volerlo.

Il risultato in tal senso è un film d’azione come Knockout, del tutto anomalo e inconsueto, se si pensa alla ricca filmografia a disposizione a tutte le latitudini, in primis perché capace di abbattere sin dall’incipit lo schema classico che lo dovrebbe identificare e di conseguenza indirizzare stilisticamente e narrativamente.

In Knockout, il regista di Atlanta passa abilmente per il processo di ibridazione, mescolando continuamente le carte, dando alla pellicola registri e generi diversi che spiazzano e quasi destabilizzano lo spettatore di turno. Si passa così in un battito di ciglia dalla spy story all’action puro, dal noir al martial arts action, dal thriller contemporaneo al giallo vecchio stampo. In questo modo, la storia e i personaggi che la animano subiscono capovolgimenti inaspettati e cambi di “pelle” imprevedibili che tramutano l’opera in un film “di Generi”, invece che di Genere.

knockout4Ma a destabilizzare la platea non sono tanto le mutazioni drammaturgiche, che sono diventante una costante soprattutto in Occidente, bensì il ritmo decelerato sul quale il regista statunitense ha deciso di puntare nella messa in scena dell’azione in quello che sulla carta dovrebbe essere un action. Mentre per molti esperti del genere, Michael Bay in testa, il ritmo tachicardico al quale viene sottoposto il plot serve ad aggredire il fruitore con raffiche interminabili di stacchi, al contrario Soderbergh per il suo Knockout ha preferito diluire e concentrare la cinetica all’interno di alcune sequenze, invece che estenderla a tutte quelle cha vanno a comporre una scena. Questo permette allo spettatore di rifiatare e godersi appieno i passaggi action, un po’ come accade in alcune pellicole di Michael Mann. Ciò non significa che l’adrenalina non trasudi dallo schermo, ma viene somministrata al pubblico mediante sussulti e non senza soluzione di continuità; vedi ad esempio la scena iniziale del ristorante e soprattutto il crudo e realistico corpo a corpo tra la protagonista e il personaggio interpretato da Michael Fassbender ambientato nella stanza d’albergo.

Nel progetto di destrutturazione e stravolgimento del genere messo in atto sull’action rientra anche la scelta di Soderbergh di affidare il timone a un personaggio femminile, solitamente confinato a ruolo di comprimario o concubina in molte pellicole appartenente al suddetto filone. I tanti personaggi maschili di contorno diventano in Knockout veri e propri sparring partner [per utilizzare un termine pugilistico] da mandare uno per uno al tappeto con intelligenza e un pizzico di brutale violenza.

C’è da dire che negli ultimi decenni la cosa sta prendendo piede e molte protagoniste del grande schermo hanno fatto la loro porca figura con performance di tutto rispetto: dalla Pam Grier di Scream Blacula Scream alla Uma Thurman di Kill Bill, dalla Segouney Weaver di Alien alla Angelina Jolie di Salt e Tomb Raider, dalla Kate Beckinsale di Underworld alla Milla Jovovich di Resident Evil e Violet. In questa galleria di spietate e letali combattenti va inserita di diritto l’esordiente Gina Carano, catapultata per l’occasione dai ring della MMA [Arti Marziali Miste] al set cinematografico con grande disinvoltura, tanto da funzionare moltissimo anche nelle scene dialogate oltre che in quelle di fighting. Una vera sorpresa che vale il prezzo del biglietto.

Francesco Del Grosso

 

Regia: Steven Soderbergh

Con: Gina Carano, Antonio Banderas, Michael Douglas, Bill Paxton

Uscita in sala in Italia: venerdì 24 febbraio 2012

Sceneggiatura: Lem Dobbs

Produzione: Relativity Media

Distribuzione: Moviemax

Anno: 2011

Durata: 93’

InGenere Cinema

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