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LA CANZONE DELLA NOTTE di Giovanni Pianigiani

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All’interno delle regole algebriche riportabili in ambito cinematografico, può succedere che l’assolutezza di un film [variabile X] cresca proporzionalmente alla sua assurdità, all’incoerenza e all’instabilità della sua trama, piuttosto che alla perfezione della sua fattura. Per fare in modo che il valore della variabile maturi proporzionalmente, arrivando a conquistare la medaglia al valore del “so bad it’s so good”, basterebbe che all’interno del cast facesse bella mostra di sé uno di quegli interpreti che riescono [forse non del tutto coscientemente] a sospendersi a metà tra il serio e il faceto, come se fossero loro stessi parte del personaggio che interpretano e che, di conseguenza, non si riuscisse a parlare di una vera e propria “interpretazione”.

La canzone della notte di Giovanni Pianigiani è uno di quei titoli e il suo protagonista, l’incommensurabile Frank Amore è di certo uno di quegli interpreti: sorta di pianista emozionale, Amore è la punta di diamante di un particolare night capitolino. Sottesa nell’animo di Amore, tra un incomprensibile charme che lo rende irresistibile alle donne del night e una qualità interpretativa che lo accomuna al Renato Zero delle origini, c’è una capacità tutt’altro che comune: il riuscire a leggere nel futuro della gente.

Cantante decadente, musicista, profeta, Frank Amore è il Tiresia oscuro ma ammaliante di una Roma livida, affamata dei suoi versi e della protezione che avrebbe potuto trarre dai suoi vaticini sull’ignoto. Questo fino a quando una strana serie di omicidi non inizia a costruire un macabro cerchio di cadaveri che pare stringersi proprio attorno a mr. Amore, che si dimostra tale di nome e di fatto, visto che dopo aver sedotto la sfortunata danzatrice del locale, sembra destinato a cadere nella sensuale tela della nipote del proprietario del night, arrivata a Roma per prendere il posto di suo zio, dopo il suo decesso.

Ovvio, saremmo degli illusi se pensassimo di riuscire realmente ad assistere ad un canonico svolgimento filmico ne La canzone della notte: la trama è puntella di momenti musicali “indimenticabili” in cui Amore, femmineo vestito, sembra riuscire a convincere il suo pubblico con frasi beceramente sublimi [“Serpenti schifosi che strisciano dentro di me…”]. La cosa più straordinaria è che con questi versi il meraviglioso Frank riesca a passare anche come sublime vate della poesia metropolitana tra la gente che lo ascolta.

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Nell’economia del dramma, che altalena pericolosamente tra il musicarello, la fiction e il melò, d’un tratto [e senza nessun motivo] arriva la svolta horror. La morti improvvise e l’arrivo dell’avvenente nipote del boss sembrano essere legate ai vampiri.

La cosa potrebbe sembrare poco grave, ma il fatto che i vampiri appaiano a mo’ di ciliegina sulla torta, non fa altro che amplificare il nonsense.

Fuori dall’ordinario è anche il look estetico delle creature della notte, che oltre ai canonici canini, presentano delle strane e numerose escrescenze corniformi.

La canzone della notte ha tutte le carte in tavola per entrare a far parte dell’Olimpo dei trash-horror, soprattutto perché non riesce mai ad essere completamente ciò che vorrebbe: troppo triste per essere un musical, con troppe pretese di seriosità per essere un musicarello, troppo assurdo per trasmettere i sentimentalismi del melò, e troppo piacevolmente grottesco per diventare un buon horror.

Nonostante tutto questo La canzone della notte trova il suo valore proprio nella sua assurdità e nell’assoluta convinzione con cui Frank Amore interpreta quella che potrebbe essere una “parte” che guardi ben oltre il film. Siamo già di fronte a uno z-cult: inutile resistere al fascino ibrido del signor Amore.

Luca Ruocco

 

Regia: Giovanni Pianigiani

Con: Frank Amore, Yassmin Pucci, Lucia Piedimonte, Giorgio Filonzi, Stefano Santerini

Sceneggiatura: Giovanni Pianigiani

Produzione: Gothic Produzioni

Anno: 2008

Durata: 85’

Trailer:

InGenere Cinema

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