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INDIANA JONES E IL QUADRANTE DEL DESTINO di James Mangold

Se si vuole dirigere un film su Indiana Jones, ci sono delle linee guida da seguire, quasi come se fossero state annotate sul libretto del Santo Graal scritto dal Prof. Henry Jones Sr. [Sean Connery in Indiana Jones e l’ultima crociata]. Non basta avere con sé solo la mappa per giungere alla meta, ma esaminare passo per passo le istruzioni e le ricerche accumulate in anni di lavoro.

In questo caso, il taccuino è ovviamente rappresentato dai film prodotti in passato dedicati al personaggio, l’autore è Steven Spielberg e James Mangold se lo ritrova fra le mani, chiamato ad affrontare il percorso per raggiungere l’autentica coppa, qui denominata Indiana Jones e il quadrante del destino. Però bisogna bere da quella giusta, va ricordato, per ottenere la vita eterna. Dunque, seguiamo le note fondamentali.

Primo, il logo della Paramount Pictures che muta in una montagna ripresa dal vivo: con l’acquisizione da parte di Disney della Lucasfilm, si pensava che questo effetto non fosse più proponibile, ma una volta accertato che la casa di produzione avrebbe ricevuto un credito associativo, le speranze di rivedere questa simpatica transizione erano ritornate. Bene, siamo all’inizio del quinto film, dopo anni di attesa e con la speranza di redenzione da Il regno del teschio di cristallo: appare il logo Disney [cosa insolita, perché non si è mai visto in un film Marvel Studios o di Star Wars], poi finalmente il logo della Paramount Pictures… che stavolta non muta! Subentra, invece, quello della Lucasfilm che coincide con la forma della serratura di una camionetta nazista.

Va bene, largo alle novità, ma forse le possibilità per riaverlo potevano esserci, a meno che non ci sia stata una clausola legale che abbia vietato l’utilizzo del logo in tal modo. Se così fosse, il nuovo giochetto è per forza giustificato. Passiamo al secondo, ovvero il giusto respiro: ogni film di Indiana Jones, perfino il quarto, si prende il tempo necessario per introdurre la situazione e dare modo allo spettatore di immergersi, con tanto di titoli di testa ad accompagnarlo.

Dalle giungle peruviane, alle performance musicali in un club di Shanghai, fino alle scorrazzate giovanili nel deserto del Nevada a suon di Elvis Presley. Ancora, largo al nuovo e in questo caso il pubblico viene catapultato a schiaffo in un castello nazista nel 1944, sacrificando – per la prima volta – i crediti iniziali.

Terzo: solennità. I cosiddetti MacGuffin scelti in precedenza – l’Arca dell’alleanza, la pietra di Sankara, il Santo Graal e perfino il famigerato teschio di cristallo – godevano di attimi più che maestosi, accompagnati dalla splendida musica del genio John Williams. Una maestosità che, nonostante la miracolosa firma del Maestro novantenne, è un po’ venuta a mancare con quello attuale, il cosiddetto “quadrante del destino”, ossia la macchina di Anticitera presumibilmente inventata da Archimede.

Veniamo alla trama: le cose non vanno molto bene per il Prof. Henry “Indiana” Jones Jr. [Harrison Ford]. Siamo nel 1969, nel pieno della corsa allo spazio, e i tempi delle sue avventure sono purtroppo lontani: si è gravemente distaccato dalla famiglia che aveva ritrovato e la sua cattedra a Princeton è ormai un ricordo. Invecchiato, Indy conduce una vita amara a New York, fra qualche bicchiere di troppo e noiose lezioni in una meno prestigiosa facoltà. Il passato, però, torna a bussare prepotentemente alla sua porta in due diversi modi, ma legati fra loro. Da una parte, riappare Helena “Vombato” Shaw [Phoebe Waller-Bridge], figlioccia archeologa dall’animo audace e spigliato; dall’altra, un’antica nemesi nazista, ovvero il Dott. Jürgen Voller [Mads Mikkelsen], ora aiutante del governo per il programma spaziale. Entrambi reclamano parte di un reperto che Indy ha ritrovato insieme all’amico Basil Shaw [Toby Jones], padre di Helena, sul finire della Seconda Guerra Mondiale e sottratto proprio dalle diaboliche mani di Voller: una parte della macchina di Anticitera. Indiana Jones è quindi costretto a riprendere frusta e cappello, impedire ai nazisti superstiti di impossessarsi dell’intero oggetto e risolverne il suo antico mistero.

Siamo quindi sul viale del tramonto di Indiana Jones, come dichiarato più volte dallo stesso Ford per gli indiscussi limiti d’età. Limiti ingannati nel tanto chiacchierato prologo del film, dove l’attore torna ad avere 45 anni grazie all’utilizzo digitale del deepfake, tecnica ancora non del tutto funzionante e che provoca molta distrazione nel focalizzarsi sull’avventura iniziale.

Nonostante questo – grazie ad un buon allestimento – mantiene con successo il sapore retrò delle prime tre pellicole. Dopo un salto temporale di 24 anni, troviamo il nostro amato professore più vulnerabile e disilluso, ricordando quasi il John McClane di Die Hard – Duri a morire al limite dell’alcolismo. A riportarlo in pista, una Phoebe Waller-Bridge chiassosa e opportunista, chiamata in causa – fallendo – come sua probabile erede di avventure.

Si può dire che il versatile James Mangold – anche in veste di sceneggiatore – alla fine accompagni lo stagionato protagonista seguendo le note più tecniche del Graal di Spielberg, con qualche appunto un po’ scomodo preso dall’ideatore George Lucas [l’utilizzo ingombrante di effetti visivi digitali, come il già citato deepfake], tralasciando le linee guida elencate poc’anzi per lasciare, probabilmente, una sua firma e chiudere il cerchio. Esegue quindi una buona regia, condita da una fotografia – curata da Phedon Papamichael – degna delle tre [quattro?] trasposizioni originali, armonizzando i vari paesaggi esotici. Tuttavia, gli aspetti iconici ignorati, con conseguente mancanza di pathos, fanno collocare il film al di fuori della cerchia.

Il risultato è una scorribanda un po’ eccessiva in vari punti [la corsa sui Tuk Tuk a Tangeri in primis], con un interesse calante per il MacGuffin e una fantasiosa chiusura a schiaffo – come l’inizio del prologo – poco rigorosa e disturbata da frivoli interventi.

Possiamo quindi dire che Mangold abbia scelto la giusta coppa? No. Né quella autentica di un falegname, né quella errata incastonata di diamanti. Una via di mezzo, suscitando la pietà al Cavaliere del Graal. Sarà il tempo a stabilire se si sarà davvero guadagnato la vita eterna.

Luca Pernisco

INDIANA JONES E IL QUADRANTE DEL DESTINO

Regia: James Mangold

Con: Harrison Ford, Phoebe Waller-Bridge, Mads Mikkelsen, Antonio Banderas, John Rhys-Davies, Toby Jones, Boyd Holbrook, Ethann Isidore, Shaunette Renée Wilson, Karen Allen, Thomas Kretschmann

Uscita in sala in Italia: mercoledì 28 giugno 2023

Sceneggiatura: Jez Butterworth, John-Henry Butterworth, David Koepp, James Mangold

Produzione: Walt Disney Pictures, Lucasfilm Ltd., in associazione con Paramount Pictures

Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures

Anno: 2023

Durata: 154’

InGenere Cinema

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