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8 PERSONS IN 1: Intervista a Gianluigi Perrone

Gianluigi Perrone è un critico cinematografico dedico, come chi scrive, al Genere horror e ai mondi fantastici. Sceneggiatore e producer, ha fatto storia già con il suo primo script di lungometraggio: Morituris, unico film indie che, dopo il 2000, si è visto negare il visto censura per l’uscita in sala.

Chi scrive ha anche condiviso con Gianluigi, nel passato neanche troppo remoto, qualche avventura nel bizzarro mondo del cinema: dalle pagine del mensile di critica Taxidrivers al tentativo di trovare una produzione per un film sui lupi mannari tratto dal corto Versipellis di Donatello Della Pepa, fino alla scrittura a quattro mani del plot di una serie sugli alieni. Fantascienza rivista attraverso la lente del regista Varo Venturi e degli studi di Corrado Malanga.

Poi per Perrone la Cina, per il sottoscritto il rimanere a sorvegliare l’horror made in Italy dalla torre di comando di InGenereCinema.com.

I lettori della nostra Gazzetta hanno già avuto modo di conoscere Gianluigi attraverso interviste e recensioni di alcuni dei suoi lavori, ma è comunque da un po’ la sua presenza latitava sulle nostre pagine.

Su queste pagine ci è tornato da poco, grazie a due cortometraggi scritti durante il lockdown per Federico Zampaglione, ma ci arriviamo tra poco.

Torniamo per una attimo alla Cina, perché [tra le altre cose] proprio da lì Perrone ha avuto modo di vivere e di osservare l’inizio di questa assurda pandemia. Le prime parole sull’argomento scritte da una persona vicina, un congiunto si direbbe oggi, lette da chi scrive sono state proprio sue.

[Luca Ruocco]: Gianluigi, ti va di ripercorrere rapidamente il momento in cui hai iniziato a capire che la questione coronavirus era diventata seria e di raccontare ai nostri lettori come ti sei comportato, di conseguenza?

[Gianluigi Perrone]: Grazie mille, Luca. La prima informazione che ho avuto sul Covid-19 è stata a fine gennaio in un ufficio. Il titolare entra e dà a una ragazza una mascherina dicendo che come quella, ne devono essere distribuite a tutto il personale. Si accorge che io sono lì e dice «Dobbiamo darne una anche a Gian!». Io, che vivo su Plutone, chiedo se non ci sia un’altra ondata di inquinamento o una tempesta di sabbia, invece mi spiegano quello che presto conosceremo tutti. Inizialmente non ci ho dato alcun peso, poiché ci sono annualmente influenze di questo tipo. A Pechino non vi è stata una vera emergenza, e poiché era appena nata mia figlia Isabella la nostra vita sociale era azzerata da tempo, quindi non avevamo veramente paura di contagiarci. Poi però qui chiudevano tutto: i locali, i negozi, lo stesso compound dove vivevamo e i voli per l’estero. L’istinto genitoriale ci ha fatto prendere la decisione di andare in Italia. Abbiamo avuto un supporto tecnico dalla Farnesina e abbiamo fatto in modo di non avere contatto quasi con nessuno in aeroporto, che era praticamente l’unico posto dove potevamo infettarci. Ciò che mi ha stupito è lo stratagemma che la compagnia aerea ha usato per filtrare i passeggeri. Ha “ritardato” il volo per tutti i passeggeri, cancellandolo per alcuni e lasciando volare il giorno dopo pochi di noi che avevamo una storia clinica non pericolosa. C’è stata tensione al nostro arrivo ma poi la storia ha raccontato la logica dei fatti. È stato incredibile vedere un fatto tutto cinese, che per noi è casa, diventare italiano e poi mondiale. Siamo tornati in Cina proprio mentre in Lombardia si sviluppava il focolaio. Un’avventura incredibile soprattutto per una neonata.

 

[LR]: Lì in Cina ti stai occupando da un po’ di tempo di realtà virtuale, come producer, sceneggiatore e regista. Cosa ti ha attirato della VR? In cosa consiste il tuo lavoro e cosa sei arrivato a produrre finora?

[GP]: Mi è stato proposto da una mia cara amica produttrice, Jennifer Qiao, che mi definisce un “8 persons in 1”. L’interesse per la VR in Cina è iniziato molto prima che altrove e il governo ha spinto sulle nuove tecnologie in vista dell’avvento del 5G. L’accordo con la produzione è che fossi libero di fare quello che volevo, che qui non è proprio semplice, e Jennifer mi ha dato carta bianca in virtù della mia esperienza nell’industria cinematografica cinese. Da quello è nato The 7th Night of Thelema, un rituale esoterico reale [che esisteva già come coreografia per uno show di Inko di O, riadattato al medium] in cui ho voluto omaggiare Lynch, Kubrick, Zulawski, ma che tecnicamente ha unito il linguaggio subliminale di Friedkin a soluzioni artigianali di Mario Bava. Mi intrigava unire classico e avveniristico in un contesto esoterico, che è diventato la cifra che seguo con la VR. Thelema ha vinto anche un premio al VRE a Roma. Da lì diverse produzioni mi hanno approcciato e sono nate diverse “immersive experiences” che hanno girato i principali festival, li chiameremmo corti anche se hanno una dimensione produttiva un po’ più importante della media, tra cui Come Closer, Transcend e Destroy in cui c’è Helsinki de La Casa di Carta. Diversi studios qui in Cina si sono dedicati all’animazione, mentre il mio lavoro sperimenta un ibrido tra CGI e live action, permettendo alla compagnia che ho fondato, Polyhedron VR Studio, di diventare un punto di riferimento in termini di cinematic narrative 360 in Cina, che è quello che chiameremmo cinema in VR.

 

[LR]: Sei sempre stato molto attento sia alle modalità di storytelling che alle tipologie di intrattenimento in cui venivano calate. La VR rappresenta una stazione mainstream per l’intrattenimento di massa del futuro o rimarrà comunque qualcosa di molto interessante ma di nicchia?

[GP]: La realtà virtuale diventerà parte integrale della vita dell’uomo. Non è un’ipotesi o una speranza professionale, ma un dato di fatto. E non si tratta di una curva fruizione del cinema ma di molti aspetti della vita che coinvolgeranno anche l’intrattenimento. Ho avuto la fortuna di conoscere Dario Buratti, CEO di VR-Cult, veterano nella costruzione di mondi virtuali su Second Life. La mia visione della realtà virtuale da film-maker, era quella di poter creare “spicchi” di universo in cui condividere momenti intensi. La nostra collaborazione ha aperto la mia mente all’illimitatezza di questa creazione universale, verso progetti molto ambiziosi. Insieme a altri veterani del metaverso, quali Marina Bellini e Stefano Lazzari, ha voluto coinvolgermi in un progetto di Factory [Dogma VR Factory che ha avuto la gentilezza di dedicare al mio modello narrativo] che sta per essere varato su Sansar [un mondo virtuale immersivo] e vedrà subito esibizioni dedicate a Saturno Buttò, Barry William Hale e Miguel Angel Martin. Artisti che adoro per il loro genio e che hanno avuto influenza sul mio percorso. Questo è il primo passo di una comunità che potrebbe rivelare sorprese. Mi spiace non parlarne più diffusamente ma ci sarà modo.

 

[LR]: Sull’argomento hai anche da poco pubblicato un libro per Dino Audino Editore…

[GP]: Che si chiama semplicemente Realtà Virtuale e racchiude la mia ricerca sul campo, passando dal cinema a questo nuovo medium. Quando mi sono approcciato ad esso ho cercato i punti di riferimento più vicini ed è venuto naturale creare un manifesto che doveva un tributo a Vinterberg e Von Trier, per cui l’ho chiamato Dogma VR. La lunga esperienza di Dino Audino mi ha aiutato a rendere semplice questo passaggio nello spiegare come passo passo, nelle fasi classiche di una produzione cinematografica, si possa essere in grado di approcciarsi a un linguaggio che ci rende “creatori di universi”.  La realtà virtuale ha una grammatica di linguaggio potenzialmente molto più empatica del cinema.  Il cinema è un sogno dal quale ci risvegliamo con i titoli di coda, ma ci rimane dentro. La realtà virtuale ci porta all’interno di quel sogno ed è in grado di influenzare il nostro inconscio radicalmente. Ecco perché è stata usata inizialmente per la terapia, e creare storytelling è terapia. Si può scavare a fondo ed entrare in dimensioni psicologiche, ritualistiche, mistiche perché parla direttamente a zone del nostro cervello che sono preposte a questo. Può suonare strano ma ha una forza che prescinde dall’arte ma ne ha la più intima connessione in quanto espressione dell’anima universale. Il manuale della Dino Audino si limita a spiegare i normali passaggi di una produzione, identificando un linguaggio narrativo differente, ma apre anche a una visione infinitamente più ampia. Non potrò mai essere abbastanza grato al regista e amico Simone Scafidi per avermi segnalato per questa opportunità.

 

[LR]: Torniamo al lungo periodo di lockdown, che hai vissuto a cavallo tra due Paesi. Come molti artisti e filmmakers hai trasformato il tuo tempo sospeso in racconti: partiamo da quelli brevi. I due cortometraggi che hai scritto per Federico Zampaglione. Raccontaci della tua collaborazione con il leader dei Tiromancino e di come nasce il corto “Bianca” che poi ha avuto anche una “Fase 2”.

 [GP]: Federico è un amico ed è stata un’occasione per sentirci, parlare di vita, di alcuni progetti, e poi, nella dimensione del lockdown, lui mi ha proposto di scrivere qualcosa da girare in famiglia. Ci tengo a dire che Federico, oltre ad aver fatto un preciso lavoro di regia, è stato in grado di rendere essenziali e funzionali le idee da me proposte. Ha saputo dare una dimensione universale a un’idea che, all’inizio, ammetto, era troppo arzigogolata. Questo è stato motivo di crescita professionale per me perché un artista di un tale calibro che ha una tale consapevolezza di comunicazione con il pubblico ti aiuta a vedere come puoi essere forte senza troppe complessità formali. A volte tendiamo a sopperire con la forma sulla sostanza in un certo circuito professionale. Questo gioco ha acquisito una grande umanità grazie alla dimensione familiare nel quale è stato concepito.  Avevo già scritto qualcosa molto tempo fa con lui ma stavolta è stato molto naturale, e ho visto come questo esperimento si trasformava con molta in qualcosa che ha avuto una grande visibilità. Questo anche grazie all’apporto di questa famiglia di artisti in cui io mi sono introdotto come una sorta di Zio Fester. Ho apprezzato molto le performance di Giglia Marra, che ha mantenuto in entrambi i corti i fili della storia con una bravura e generosità attoriale rari al giorno d’oggi. Lei è il cardine che tiene su tutto. Poi Federico ha coinvolto in Fase 2 altri componenti della sua famiglia, che sono stati ironici, dedicati e brillanti, tra cui Claudia Gerini che ha veramente riempito lo schermo con la sua grandezza. Fantastica. Linda però, devo dire, è la vera rivelazione. È incredibile. Semplicemente domina la scena e questo credo sia innegabile. Ogni volta che papà mi mandava i giornalieri ero veramente stupito. Come ho detto privatamente a Federico, lei rielabora la scena. C’è una maturità che lascia a bocca aperta.

 

[LR]: I due cortometraggi di Zampaglione hanno avuto una risonanza mediatica molto alta, per essere partiti da un gioco padre-figlia. Oltre al fatto che siano stati girati da un personaggio molto noto dello spettacolo, cosa pensi abbia fatto breccia nel cuore degli spettatori del vostro lavoro?

[GP]: Perché Federico ha la stoffa del numero uno e mantiene quello standard. Nel senso che anche se è una cosa fatta in famiglia, lui è proprio abituato a dare il meglio di sé e tirare fuori il meglio dagli altri. Perché lui conosce la gente. Stiamo parlando di film horror, e chi lo fa spesso non comunica con l’audience ma spesso, invece, a un gruppo ristretto di gente. Ecco perché spesso i film horror italiani non vanno da nessuna parte. C’è una visione limitata che Federico non calcola neanche perché vive da tutta la vita il fatto di essere il Re della musica pop italiana. Questo lo porta alla naturale volontà di essere il Re dell’Horror, perché vede le cose in grande. E lo si vede nel fatto che senza mezzi ha generato qualcosa di unico su tutti i livelli, soprattutto nella regia intesa non solo nelle riprese ottime ma anche in senso lato, circondandosi di persone che ritiene valide a cui vuole bene. Spesso la gente ha visioni molto limitate nel fare film di Genere ma se vuoi veramente fare la differenza devi essere il numero uno in quello che fai.

[LR]: Sappiamo che Zampaglione sta per tornare al cinema anche con un film tratto dal romanzo scritto qualche anno fa con un altro suo stretto collaboratore, Giacomo Gensini [che per lui ha scritto Shadow e Tulpa]. Ci sono anche progetti in cantiere su un tuo script per un suo film?

[GP]: Se ne parla. Certo che, con questi numeri, il riscontro che hanno avuto Bianca e Bianca – Fase 2, per me il personaggio è già cult e meriterebbe ben più ampio respiro. Gensini è un autore brillante. Conosco bene il suo lavoro e credo che lui conosca parte del mio. Il supporto mediatico aiuterà a dare un seguito alla storia di Bianca. Ci sono idee che vanno in molte direzioni.

 

[LR]: Durante la tua lunga quarantena hai anche messo in lavorazione un tuo film, Spillover. Tra l’altro mi sembra di aver capito che parli proprio di una pandemia. Com’è nato questo progetto? Dove lo hai girato? Con chi? Insomma… raccontaci tutto di questo Spillover!

[GP]: Mentre ero in Puglia mi sono messo a girare anche io. I miei cugini hanno questo nuovo resort e art tech lab che si chiama La Controra e mi hanno detto «Perché non giri qualcosa?». In pratica non mi sono più fermato. La parte italiana è venuta lunga e bene a detta di screening test mirati, e avendo troupe in Cina e a LA ho pensato di tentare di mettermi seriamente nei guai e farlo diventare un lungo. Il film tratta per l’80% fatti veri in chiave esoterica. Non è un horror, però è un dramma con elementi di Generi diversi. Non sono sicuro di farcela per via di molte restrizioni che ci sono nel girare [soprattutto dove e cosa] ma mi metto in gioco finché non mi arrestano. Ho trovato un sacco di supporto perché, nonostante ci saranno migliaia di film sulla pandemia, questa lettura per ora è originale

 

[LR]: Hai già un’idea su come distribuirai il tuo lungometraggio?

[GP]: Il fatto di avere un’idea di distribuzione è praticamente il motore di tutta l’operazione a livello produttivo. Altrimenti poteva rimanere un corto. Ovvio che non si sa cosa succederà nell’industria ma io ho qui un po’ di pedine da giocare, e Spillover è fondamentalmente un film cinese ambientato ovunque. Ci sono tante cose che si potrebbero dire ma credo che basti sapere che si tratta di un progetto che aspira ad essere contenutisticamente onesto e visivamente intenso.

 

[LR]: Su quali altri progetti stai lavorando al momento?

[GP]: Ho dei contratti per dei lunghi che partono se entra la star, detto proprio schiettamente, e un bel po’ di VR Experiences che devo completare o iniziare, ma bisogna vedere come l’economia si muoverà. Poi, se entrano altri progetti, ben venga, ma solo su una scala concreta, seria e professionale. Intanto faccio il papà che è entusiasmante.

[LR]: Grazie, Gianluigi. Speriamo di rivederci presto anche dal vivo!

[GP]: È un desiderio che condivido profondamente. Anche se parlo delle cose positive che ci sono qui in Cina non è facile vivere lontano dall’Italia che, ci tengo a ricordarlo, è la cultura più bella del Mondo.

 

Luca Ruocco

Roma/Pechino, giugno 2020

InGenere Cinema

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