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FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2019 – Report #01

Primo report dalla Festa del Cinema di Roma 2019

 MOTHERLESS BROOKLYN di Edward Norton

Negli anni ’50, a New York, Lionel Essrog, solitario investigatore privato affetto dalla sindrome di Tourette, indaga sull’omicidio del suo mentore e unico amico, Frank Minna. Armato solo di pochi indizi e dell’ingegno della propria mente ossessiva, Lionel comincia a svelare segreti gelosamente custoditi, sui quali poggiano le sorti di tutta New York.

Tratto dall’omonimo romanzo di Jonathan Lethem, la seconda regia di Edward Norton dopo Tentazioni d’amore [2000], è un noir che segue in maniera molto diligente le regole del Genere ma senza fare mai quel salto caratteriale che gli servirebbe per diventare più di un buon film.

I personaggi sono al loro posto, la ricostruzione è credibile, la matassa da sbrogliare è molto intricata; c’è anche un lavoro in controtendenza sulla fotografia che rende quasi tutto molto luminoso, ma l’effetto è più spiazzante che realmente riuscito. Le interpretazioni degli attori sono certamente il punto di forza del film, a partire da Norton stesso, il quale ha saputo guidare un grande cast corale e interpretare il personaggio più difficile e che un attore meno esperto avrebbe potuto far diventare una macchietta.

Incontro con Ethan Coen

Presentando l’incontro nella conferenza stampa d’apertura, il direttore della Festa del Cinema Antonio Monda ha detto di aver proposto ad Ethan Coen un incontro sulla sceneggiatura, ma che quest’ultimo aveva fatto una controproposta folle, che Monda ha accettato senza però rivelarla.

Arriva il giorno dell’incontro e finalmente ci accomodiamo in sala, curiosi di scoprire di cosa si tratterà: entra Coen, presentato da Antonio Monda e sullo schermo alle loro spalle appare una grande scritta rossa: SURGERY!

Chirurgia. Ethan Coen ha deciso di parlare di scene di chirurgia al cinema.

Quando gli viene chiesto il perché, la risposta non è ben chiara: la chirurgia è un trucchetto, un modo per far andare avanti la trama in maniera imprevista e dare luogo a molti colpi di scena.

Tra clip di film vecchi o semisconosciuti e delle chicche impreviste [la scena della tortura di Audition di Takashi Miike, di cui Coen dice di essere un grande ammiratore, nonostante abbia visto solo due o tre film] non possiamo dire di sapere molto di più sui fratelli Coen [a parte il progetto naufragato con Brad Pitt e ambientato durante il bombardamento di Tokyo nella Seconda Guerra Mondiale], ma possiamo dire di essere finiti dentro una gag di matrice molto coeniana.

E va benissimo così.

ADORATION di Fabrice Du Weltz

I protagonisti sono due dodicenni, l’introverso Paul, che vive con la madre in un ospedale psichiatrico dove la donna lavora, e Gloria, che ne è ospite contro la sua volontà. Quando Paul la incontra nel bosco che circonda la struttura ne rimane subito affascinato, nonostante gli ammonimenti degli adulti, che la dipingono come una psicotica incontrollabile e pericolosa.

Ma l’amore è cieco e l’adorazione nei confronti della ragazza da parte di Paul cresce sempre di più, fino a farlo diventare complice della sua fuga. Nel viaggio che li dovrebbe portare verso la Bretagna [l’unico luogo in cui la ragazza sarà al sicuro], Paul viene a poco a poco inglobato nel mondo immaginario di Gloria.

E in questo Du Weltz è molto bravo nel creare con lo scorrere dei minuti un’atmosfera sempre più onirica, che però si spinge non verso il sogno ma verso la paranoia: paranoie vere, immaginarie e soprattuto paranoie che portano i due alla vertigine, alla paura che il loro amore possa finire. Se David Foster Wallace sosteneva che “ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”, allora in questo caso si potrebbe dire che ogni storia d’amore è una storia di illusioni.

Egidio Matinata

InGenere Cinema

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