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BLOODWORTH di Shane Dax Taylor

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“La gente diceva che era un dissoluto, un ubriacone, un menestrello. Qualcuno è arrivato a dire che era un assassino. Per il ragazzo non era altro che un fantasma. Per chi ha uno spettro, l’unica prova della sua esistenza è il danno causato al suo passaggio. Ma il ragazzo non avrebbe potuto negare l’esistenza del fantasma, una volta apparsogli in carne e ossa. Dopo quaranta anni, il vecchio uomo stava tornando a casa.”.

È con queste parole che ha inizio Bloodworth, di Shane Dax Taylor, uscito lo scorso maggio nei cinema americani, e distribuito direttamente in DVD in Italia, la cui uscita risale al 3 agosto 2011. A discapito delle aspettative, Bloodworth non ha avuto un grosso richiamo, tanto da non apparire nei cartelloni cinematografici nostrani. Eppure Bloodwoth è un film dai toni ben marcati, intelligente, un po’ fuori dai soliti canoni drammatici tendenti a provocare sentimentalismi, per forza di cose, bonari.

E. F. Bloodworth [Kris Kristofferson]non è un redento. La scelta di tornare [siamo nel 1952], dopo quaranta anni, ad Ackerman’s Fields, in Tennessee, suo paese natio, nel quale si è sposato e ha avuto tre figli, non è dettata da sensi di colpa o da rimorsi mai sopiti. Il percorso seguito da E. F. è frutto di scelte, buone o cattive, di cui egli è il prodotto; è questo il senso della sua esistenza, e dopotutto è proprio il messaggio che ha voluto dare al film il regista, come afferma nel lungo commento al film, incluso nei contenuti speciali: “Noi siamo il prodotto delle nostre scelte”, che soltanto col passare degli anni giudicheremo che siano state scelte ragionevoli o meno. E. F. ha la consapevolezza di non essere stato un buon marito e nemmeno un buon padre, ma sembra non soffrirne poi tanto. Se è mancato ai doveri di marito e padre, per mantenere un segreto che condivide solo con sua moglie Julia [Frances Conroy], ignorato dunque dai figli, ha però goduto delle sue libertà, girovagando per il mondo e dedicando quaranta anni della sua vita alla musica. È stata la musica la sua rovina, come ammetterà più avanti in un colloquio con Fleming [Reece Daniel Thompson], suo nipote. Troppi sono stati gli anni trascorsi a braccetto con la chitarra “Bloodworth”, come riporta l’incisione sulla stessa, per volontà di E. F..

È il caso di dire, citando un proverbio antico, “tale padre, tale figlio”. Infatti, escluso Brady [W. Earl Brown], che soffre di disturbi psichici dalla nascita, ed è l’unico ad occuparsi della madre, gli altri due, Warren [Val Kilmer] e Boyd [Dwight Yoakam], vivono una vita dissoluta: il primo, sempre ubriaco, è sempre a caccia di donne, sfreccia con il suo macchinone e fa abbondante uso di sostanze stupefacenti; l’altro, invece, anch’egli privo di lucidità per gli stessi vizi del fratello, è però molto più fragile, e soffre disperatamente per essere stato abbandonato da sua moglie Patricia, che intanto si è rifatta una vita con un altro uomo, che sarà la preda di Boyd.

Per uno strano scherzo del destino, in mezzo a tanti personaggi così compromessi e dalle vite contorte, ecco comparire Fleming, il figlio di Boyd.

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È un Bloodworth al contrario, e di questo E. F. ne è orgoglioso, perché Fleming vive di buoni principi, e non perderà tempo a confondersi come è tipico della loro stirpe. E, se è vero che gli opposti si attraggono, ecco nascere una bella amicizia tra E. F. e Fleming. Tra loro non c’è un rapporto familiare come tra nonno e nipote, ma una confidenza tra due menti diverse ma aperte allo scambio e al confronto, in cui l’uno ha da insegnare all’altro.

Ad emergere, seppur silenziosamente, è Julia. Frances Conroy dà molto spessore al personaggio. Julia è una donna ormai spenta, soffocata dalle stravaganze del marito, di cui è una vittima. Ha perso ogni energia e annullato ogni rapporto con l’esterno. È tutto opaco e senza senso, ma va avanti, forse nella speranza di rivedere il suo uomo, tra il lavoro nei campi e una casa da sistemare quotidianamente. Bellissima la scena del funerale di E. F., ucciso dal finora innocuo  Brady [e finito drammaticamente da Fleming], in cui vediamo Julia, nell’atto di inginocchiarsi, che gli sussurra, con  un’espressione di dolore intensa, che il segreto ora è riposto nella sua tomba.

In più, perché incongruente con la storia, il personaggio di Raven [Hilary Duff]. La storia d’amore tra lei e Fleming è fuori luogo perché non si accompagna, ama anzi distoglie l’attenzione, alla storia. È una sorta di contraltare. Eccellente l’interpretazione di Reece Daniel Thompson, il vero protagonista del film, e significativa la prova d’attore di Kristofferson, perspicace e comunicativo.

È sua la canzone “You don’t tell me what to do”, scritta appositamente per il film, e che riflette proprio l’immagine di E. F., comprovando le doti canore e compositive di Kristofferson, mentre  le altre musiche sono prodotte da T Bone Burnett [che nel 2009 ottenne il premio Oscar come miglior canzone originale  per Crazy Heart, di Scott Cooper].

Bloodworth è un film senza pregiudizi, molto riflessivo, capace di riflettere su una realtà complessa in maniera tenue e particolareggiata.

Ottima la sceneggiatura scritta da W. Earl Brown, che, ispiratosi al romanzo Provinces of night, di William Gay, richiama molto le linee guida dello stesso. Interessante il racconto che lo stesso Brown fa a proposito della genesi del film, cominciata in un viaggio in aereo, durante il quale ebbe modo di leggere una recensione sul romanzo, apparsa sul Nashville Living, che lo colpì, e che lo portò a pensare, e poi a discuterne con Taylor, sulla possibilità circa la realizzazione di un film influenzato da questa storia.  Gay e Taylor sono anche i produttori del film, per la cui realizzazione hanno avuto non pochi grattacapi, se pensiamo che le riprese del film dovevano iniziare nel 2006, con un cast diverso, e che furono invece rimandate di tre anni circa.

Le soggettive sono molto presenti nel film, tranne nel finale, dove invece sono del tutto assenti, e lodevole risulta il lavoro fatto sulla scenografia, sempre in tinta con i contorni malinconici e aspri portati avanti per tutto il film.

Bloodworth, uscito in DVD e Blu-Ray lo scorso 3 Agosto, è distribuito da Sony Pictures in una edizione molto ricca, perché include un lungo commento al film del regista e sceneggiatore, inizio e finale alternativi, le scene del film eliminate, un’intervista a Kristofferson più una sua interpretazione del brano “You don’t tell me what to do”, e infine le modalità che hanno portato alla trasposizione del film dal romanzo a cui si rifà.

Gilda Signoretti

 

Regia: Shane Dax Taylor

Con: Kris Kristofferson, Reece Daniel Thompson, Frances Conroy, W. Earl Brown, Val Kilmer, Dwight Yoakam

Durata: 91’

Formato: 16:9 – 2.35:1

Audio: Italiano Dolby Digital 5.1, Inglese Dolby Digital 5.1, Francese Dolby Digital 5.1, Spagnolo Dolby Digital 5.1.

Distribuzione: Sony Pictures Home Entertainment  [www.he.sonypictures.it]

Extra: Commento del regista e dello sceneggiatore; Inizio e finale alternativi; Scene eliminate; Dalla pagina allo schermo: la realizzazione del film; Anatomia di una canzone: “You don’t tell me what to do”; La canzone di Raven

 

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