La cosa più divertente di Drakula halála, film muto ungherese del 1921 firmato da Károly Lajthay, è che pur essendo il primo adattamento cinematografico del Dracula di Bram Stoker di cui ci sia arrivato qualcosa al di là del titolo, è che in verità si tratti di qualcosa di talmente libero e personale da essere a tutti gli effetti una storia originale; qualcosa che di certo non avrebbe infastidito gli eredi Stoker come poi avrebbe fatto il ben più attinente lavoro di Murnau.
Il secondo punto importante è che Drakula halála è un film scomparso: impossibile trovarne traccia, a parte pochissimi scatti, cosa che invece non è accaduto con il Nosferatu del regista tedesco che, nonostante fosse stato condannato alla distruzione di tutte le copie, è arrivato fino a noi dando origine a uno delle declinazioni del conte vampiro più iconiche e meglio raccontata nei decenni su grande schermo, anche da altri autori visionari come Werner Herzog e Robert Eggers.
Prima del Nosferatu, prima ancora di Bela Lugosi che si immedesimò talmente tanto nel conte Dracula da voler essere seppellito con il suo abito di scena, una volta morto, Drakula halála, diretto
da Lajthay e co-sceneggiata da un giovane Michael Curtiz, raccontava una storia ambientata quasi totalmente all’interno di un ospedale psichiatrico, dove il vampiro non è un aristocratico succhiasangue che lascia l’Europa dell’est per portare oscurità e morte nella più moderna ed evoluta Inghilterra, ma un uomo smarrito che forse sta solo delirando. Nonostante un Dracula sia effettivamente presente e vanti di essere una creatura immortale, di possedere un castello e di voler portare via con lui Mary, la giovane protagonista della storia, l’oscuro personaggio di questo Dracula’s Death potrebbe essere, fino alla fine, solo un malato di mente.
Mary Land, una giovane donna, visita ogni giorno il padre morente in un manicomio di Vienna. Quando la situazione si fa irreversibile, la notte di Natale, e il povero genitore muore, la ragazza è costretta a trattenersi all’interno dell’istituto per riposare e per evitare il viaggio al buio e alle intemperie. Gli ospiti del manicomio sono davvero esagitati e non poco pericolosi, nonostante il direttore cerchi di farli passare come mansueti e sotto controllo. Basti pensare al fatto che la donna vivrà diverse scene ai limiti dell’assurdo, dovute all’estrema libertà dei pazienti e all’incuria del personale: non parliamo solo di Dracula, ma anche, ad esempio, di altri pericolosi ammalati che si credono dei medici e che, in una delle scene iniziali, costringono Mary su un lettino e vorrebbero operarla.
Tornando a Dracula: Mary sembra riconoscerlo, anzi, è quasi sicura che si tratti del suo vecchio insegnante di canto. Pur non ricordando nulla di quel passato in comune, Dracula è immediatamente ossessionato dalla ragazza. La sua aura soprannaturale germoglia col susseguirsi di situazioni sospese tra realtà e incubo: l’uomo riesce a introdursi nella stanza della ragazza in piena notte, addirittura a rapirla. Quanto tutto sembra finire come in un risveglio da un incubo, però, Dracula riappare per riportarla con sé.
La breve ma intrigante novellizzazione, firmata da Jeno Farkas, gioca in maniera morbosa proprio sull’impossibilità di venire realmente a capo dell’enigma: Dracula è un vampiro immortale o un folle?
Edizioni Hypnos porta in libreria la novellizzazione originale del 1924 tradotta da Agnes Banhidi Agnesoni e revisionata da Cristiano Demicheli. Trattandosi di un libro sul un film scomparso, a firmare la prefazione non poteva che essere Cristiana Astori, scrittrice che col suo Tutto quel nero, nel 2011, ha dato il via a una vera e propria saga di romanzi incentrati proprio sulla ricerca di film scomparsi, con protagonista il personaggio di Susanna Marino. La Marino, tra le altre cose, ha indagato anche sul caso Drakula halála in Tutto quel buio [2018].
Seguono la novellizzazione altri due contributi: il primo, di Farkas, mira a ricostruire nel modo più preciso possibile la storia produttiva del film scomparso, e quelle del regista che lo ha realizzato e del mondo cinematografico ungherese del periodo.
Il secondo, firmato da Franco Pezzini, riflette sulle reali distanze, e sulle inattese somiglianze non riscontrabili a prima vista, tra il Dracula di Stoker e quello de La morte di Dracula.
L’introduzione è di Mària Szepes.
In coda un’appendice fotografica.
Luca Ruocco
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LA MORTE DI DRACULA
Autori: Jeno Farkas [a cura di]
Editore: Edizioni Hypnos [edizionihypnos.com]
Pagine: 140
Illustrazioni/Foto: Sì
Costo: 16,00 euro
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