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INCONTRO CON PABLO LARRAIN

pablo-larrainA salvare la settima arte dalla povertà di idee e visione di questo periodo storico, capace solo di proporre sequel, prequel e cinecomics, ci penseranno certamente i giovani autori, come il cileno Pablo Larrain. Il regista quarantenne, autore di pellicole come No – I giorni dell’arcobaleno, Tony Manero, Post Mortem e Il Club, ha presentato Neruda, la sua ultima fatica, alla stampa italiana a Roma. È stata l’occasione per poter ascoltare e confrontarsi con uno dei cineasti più interessanti e prolifici degli ultimi anni che dimostra, film dopo film, una sensibilità estetica e cinematografica di grande rilievo.

Qui di seguito il report della conferenza.

[InGenere Cinema]: Quant’è cambiata la politica in Cile dai tempi di Neruda?

Nel 1947 il mondo era completamente diverso: lo definirei idealista e modernista. Pensa che addirittura Neruda avrebbe dovuto candidarsi per la presidenza. Puoi immaginare un mondo così? Sarebbe un film incredibile ‘Neruda Presidente’. Davvero difficile da immaginare oggi, ma all’epoca la metà del mondo era comunista. Dunque è davvero arduo fare un paragone con l’attualità. Tuttavia, questo film lo abbiamo fatto adesso e non nel ’47, con una consapevolezza molto diversa. Sappiamo che Pinochet è salito al potere e che quel sogno modernista è morto. Il nostro film vorrebbe raccontare questo, non solo Pablo Neruda, ma tutto l’universo che gli ruotava intorno. Lo stesso Neruda parla di questo mondo, e quando si riferisce a quel periodo di esilio, lo definisce come un sogno, nel quale è molto complesso distinguere ciò che accaduto davvero da quello che ha solo immaginato o sperato che accadesse.

[InGenere Cinema]: Quali libri hai letto per approcciarti a questa storia?

Ho letto moltissime biografie e poi mi sono concentrato solo su tre di questi libri. Inoltre ho intervistato molte persone che hanno conosciuto il poeta e ascoltato la loro esperienza. Ma è davvero difficile decifrare Neruda: è stato uno scrittore, un cuoco, un grande amante e forse il poeta più importante al mondo. Questo mi terrorizzava, ma quando ho compreso che non sarei riuscito a inserire tutto questo nel film mi sono rilassato concentrandomi solo su ciò che Neruda ci ha lasciato. E Neruda in Cile è dappertutto, persino nell’acqua.

[InGenere Cinema]: Come sei riuscito a bilanciare la figura del poeta e da quella del politico?

Non credo che in Neruda si possano separare questi due aspetti. Quello era un mondo molto diverso e modernista. Neruda scriveva poesie contro i suoi avversari politici e lette ora sono arte senza dubbio. Pensa se qualcuno lo facesse oggi contro Donald Trump! non sembrerebbero mai delle poesie. Il mondo è molto diverso.
Neruda era uno di quelli che il mondo voleva cambiarlo con la sua opera, con i suoi libri, il suo impegno al Senato e tutto il resto. Nessun’altro al giorno d’oggi potrebbe avere quest’ambizione. Purtroppo è un mondo molto povero il nostro.

[InGenere Cinema]: Che ruolo gioca la dimensione onirica nel suo film?

Abbiamo lavorato 5 anni a questo film e forse non ho più la distanza giusta per rispondere a questa domanda. Credo che la mia fantasia sia sempre coinvolta in ogni mia cosa, ma questo non mi rassicura affatto. In fondo, un cineasta è come un bambino con una bomba che può esplodere in ogni momento.

[InGenere Cinema]: Uno dei tuoi temi è certamente il rapporto tra comunicazione e il potere. Cosa ti affascina di questo rapporto?

Nel mondo della comunicazione oggi è la forma più che il contenuto ciò che conta. Come fai, più che ciò che fai. È questo che garantisce ai potenti di restare potenti, ovvero il rumore senza alcun contenuto. Tuttavia questo film non è su questo argomento, è più che altro un road movie, un western e un noir che mostra come il viaggio, lo spostarsi diventa l’approdo stesso. In una parola è un film d’amore. Nel senso più largo possibile.

[InGenere Cinema]: L’estetica per ogni tuo film è importantissima: come hai lavorato con il tuo direttore della fotografia per raggiungere questo aspetto?

È stato tutto un po’ insolito, in realtà. Due settimane prima di partire con il film, mio fratello – il produttore – ci chiese di tagliare venti pagine di sceneggiatura. Tuttavia, non siamo riusciti a farlo, anzi, lo script si è allungato. Dunque, abbiamo girato molto più velocemente del previsto poiché non volevo rinunciare a nulla. Mi sono buttato sulle riprese seguendo soprattutto il mio istinto, trascurando la linearità che poi avrei recuperato al montaggio. Quello che odio del cinema contemporaneo è la necessità assurda di ridurre lo spettatore a un ruolo passivo: il regista ti suggerisce cosa pensare, per chi tifare ecc. Questo non è cinema.

[InGenere Cinema]: A proposito di montaggio: ho notato che il tuo stile prevede la ripetizione del medesimo dialogo in differenti location. Perché hai la necessità di rompere la continuità visiva all’interno della stessa scena?

Semplice: Non so fare il cinema realista. Non ci riesco, mi commuove solo un cinema di atmosfera. Questo modo di montare l’avevo già sperimentato in No – i giorni dell’arcobaleno e nel Il Club, ma in questo film è diventato sistema. Mi serve per creare un dinamismo psicologico, nel quale lo spazio è sia fisico che luogo di astrazione. Un film su Neruda ma scritto da Borges. Inoltre, devo ammettere che questo modo di fare fa impazzire la mia segretaria di edizione! Infatti, i miei personaggi sono vestiti sempre uguale! Non me ne frega nulla del realismo, penso solo al cinema! La continuità è per la televisione.

[InGenere Cinema]: Che tipo di regista sarebbe stato Neruda?

No so. Ho letto tante cose su di lui ma non ho la minima idea di chi sia! È ‘incatturabile’, inafferrabile, non si può definire… certo sarebbe stato affascinante metterlo dietro una macchina da presa.

Paolo Gaudio

 

Roma, settembre 2016

Gilda Signoretti

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