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Mostra del Cinema di Venezia 2026 – Focus #02

COMPANY  di Casey Affleck

1975: a una festa si presenta senza invito Evelyn [Emily Alyn Lind], che racconta agli ospiti la storia di Tom [Nick Nolte], anziano solitario che nel 1953 salva un’attrice [Caylee Cowan] bloccata da una tormenta di neve in Colorado. Per ingannare l’attesa, la donna rievoca a sua volta una vicenda ancora più antica: quella di Rebecca ed Emmett [Adelaide Clemens e Scoot McNairy], contadini che accolgono il vagabondo Caleb [Atticus Affleck], mentre la frontiera è sconvolta da una serie di omicidi efferati.

La trama è una matrioska di racconti che ci fa dimenticare il punto di partenza: una narrazione a cornice che ci conduce nell’horror senza che ce lo aspettiamo.

Il risultato è un film a strati, ben interpretato ma algido, freddo quanto la neve in cui si muovono i personaggi, che fatica a coinvolgere pienamente pur restando teso dall’inizio alla fine. Il passato, per Affleck, sembra l’unico modo per misurare la vacuità del presente.

Casey Affleck, al suo terzo lungometraggio da regista dopo Joaquin Phoenix – Io sono qui! [2010] e Light of My Life [2019], firma un film che convince più nell’idea che nella realizzazione: annidare storie dentro altre storie è una scommessa audace, ma il risultato resta più esercizio intellettuale che esperienza emotiva. Presentato in concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, è da vedere per chi ama le narrazioni non lineari e le atmosfere gotiche, meno per chi cerca un film che si lasci amare subito. Come la sua Evelyn, anche il film resta sulla soglia: si affaccia, incuriosisce, ma non entra mai davvero nella stanza.

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PRIMETIME di Lance Oppenheim

2006, una casa della Florida diventa un set: telecamere e microfoni nascosti nel soggiorno, biscotti caldi sul bancone come esca. Chris Hansen [Robert Pattinson] si allena a bassa voce sulle frasi prese dalle chat fornite dall’associazione Perverted Justice. Entra la produttrice Andie Bender [Merritt Wever]: il “target” arriverà con anticipo. Si mette in posizione la decoy Del Harvey [Phoebe Bridgers]. Il film racconta così la genesi di “To Catch a Predator”, show con cui nel 2006 Hansen, spesso tramite l’esca Dan Plumb [Skyler Gisondo], incastrava online presunti adescatori.

Presentato in concorso a Venezia 83, il film riflette su quanto sia lecito spettacolarizzare la vita altrui con intenti inizialmente moralistici ma poi tesi a fare audience e soldi, assimilabile per certi versi a Ink, film di apertura della Mostra, dove era labile il confine tra informare e avidità. Qui il tono è più ambiguo e nero: smascherare i pedofili è un fine più nobile della vendita di un tabloid, e ci porta a bordo da subito, ma il prosieguo rivela un intento etico più debole del dichiarato. Oppenheim, dopo anni da documentarista, passa alla finzione raccontando una storia vera con materiali found footage: un film ben fatto e ben recitato, che però non colpisce al cuore. Il bisogno di seguire un plot preciso lo ha forse facilitato ma anche legato le mani.

Primetime ci ricorda che è facile fare i moralisti, finché si è seduti sulla propria poltrona, ma che nessuno è veramente sicuro di quanto la propria vita possa essere così specchiata da poter essere mostrata senza vergogna.

Paolo Maneschi

InGenere Cinema

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