Amiche e amici dell’Horror, Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo creato nel 1986 da Tiziano Sclavi, compie 40 anni di intensa vita editoriale. La nostra Gazzetta non poteva astenersi dall’unirsi si festeggiamenti per un anniversario così importante.
Dopo aver già firmato, insieme a Marcello Rossi, il documentario ufficiale sulla storia del personaggio di Sclavi in occasione del trentennale, il nostro Luca Ruocco ha intervistato alcuni degli autori più importanti dello staff dylaniato per analizzare Dylan Dog insieme a chi lo conosce davvero da vicino.
La serie di interviste Dylan Dog: 40 anni di incubi sarà pubblicata a puntate sul canale YouTube di InGenereCinema.com, con un breve estratto testuale sulle pagine web del nostro sito.
Si comincia con un ospite davvero autorevole, lo sceneggiatore Claudio Chiaverotti, una delle firme più importanti del mondo dylandoghiano e, cosa non da poco, autore del primo albo letto da Luca, all’età di 8 anni: Il buio!
Dylan Dog compie 40 anni e la festa comincia anche su InGenereCinema!
Dylan Dog: 40 anni di incubi – Intervista a Claudio Chiaverotti
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[Luca Ruocco]: Cominciamo come si deve fare dall’inizio, Claudio, perché chiaramente il tuo exploit nel mondo del fumetto si lega proprio a Dylan Dog, ed è per questo che mi piace cominciare con te questo festeggiamento a cui ci stiamo unendo anche con InGenereCinema.com, però tu ti avvicini al mondo del fumetto con un’altra cosa completamente diversa, delle strisce umoristiche: le famose Sturmtruppen. Ci racconti come sei arrivato lì e chi era Claudio Chiaverotti prima di arrivare al fumetto? Avevi altri progetti?
[Claudio Chiaverotti]: Claudio Chiaverotti era uno che, sì, aveva, come tutti i ragazzi, tra i 14, i 16, i 18 anni, non sapeva bene che strada prendere, gli piaceva moltissimo, fin dalle elementari, inventare storie. Quando ho imparato a scrivere ho cominciato a inventare storie, perché probabilmente della realtà – questo non è un bene, sia ben chiaro, sono tutte cose molto negative quelle che io dico su di me – della realtà non me ne è mai fregato tantissimo, devo dire. E quindi ero un ragazzino che non sapeva bene che strada prendere e ha intrapreso studi da odontotecnico, che non c’entravano un beato cazzo poi, insomma, con tutto quello che ho fatto nella vita, e non mi piacevano particolarmente.
Pensavo poi di iscrivermi, se avessi avuto il coraggio, a medicina, ma non ce l’avrei mai avuto. Perché, essendo io un ipocondriaco… Potresti pensare che sia un bene, perché essendo ipocondriaco conosci la materia, quindi la governi, un po’ come quando ho raccontato il buio, ma insomma, ero un ragazzino che non sapeva bene la strada che avrebbe voluto prendere.
Dicevo sempre che sarei voluto andare a Roma a fare il regista e studiare. I miei all’epoca, insomma, avrebbero, per quanto siano stati molto generosi, mi hanno mandato all’università, hanno fatto tutto il possibile e anche di più, ma forse avrebbero avuto anche qualche problema, perché sai che arrivare a Roma era un casino, era una città cara. Non è detto che mi avrebbero accettato al Centro Sperimentale di Cinematografia, tutt’altro, era difficilissimo e molta gente, molto più in gamba, più intraprendente di me aveva avuto difficoltà e si era ritrovata a Roma a fare il cameriere. Io non ero neanche capace a portare un piatto… Non sapevo fare niente. Però mi piacevano anche i fumetti, il modo di raccontare, erano sempre per immagini. Mi piacevano molto le Sturmtruppen, mi divertivano molto. Poi qui iniziamo a parlare di quello che per me è stato forse l’uomo del destino, cioè Alfredo Castelli. Un mio amico comprava Eureka nella conduzione di Castelli e Silver, che era molto bella, piena di cose, e c’era un opuscoletto che si chiamava “Come si diventa autore di fumetti”. Io l’ho letto, preso in prestito da un amico, e ho provato a mandare qualche sceneggiatura delle Sturmtruppen. Io pensavo addirittura le facessero in America. E quindi le mando, dopo un po’ chiamo Eureka e combinazione, quel giorno mi passano a Castelli e io, avrò avuto 19 anni più o meno, capii che questo era un mondo che non si prendeva troppo sul serio, molto divertente. In particolare quello di Bonvi, Castelli, Silver. Credo anche a Ugo Pratt, che io vidi a una Lucca e gli parlai una volta al telefono, ma non lo conosco così bene. E Pazienza, sicuramente, che purtroppo non ho mai conosciuto. Quindi mando le Sturmtruppen, conosco Bonvi, che era un personaggione immenso, e comincia l’avventura.
Che poi fu Bonvi a darmi il contatto di Alfredo Castelli, che chiamai per dirgli che mi sarebbe piaciuto raccontare storie lunghe su Martin Mystère.
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[LR]: Da Sturmtruppen, infatti, prima di arrivare a Dylan Dog, tu cominci già a collaborare con Sergio Bonelli Editore, proprio su Martin Mystère.
[CC]: Tu tieni conto che all’epoca non era ancora uscito Dylan Dog, stava per uscire. Quindi io faccio questa storia, tra l’altro lunghissima, che era già per una storia horror, che parlava di una ragazzina che nei sogni si impadroniva del corpo di una marionetta.
L’idea era vagamente presa da Magic. Ti ricordi? Magic è un libro di William Goldman e io l’ho comprato al mare, io non ho mai sensazioni, non credo niente, ma quando ho comprato questo libro ho pensato che mi avrebbe cambiato la mia vita. E da lì ho fatto la prima storia, poi, appunto, di Martin Mystère. Non c’è minimo senso di soprannaturale in Magic, è l’ossessione al centro di tutti. Tra l’altro ci hanno tratto un film fighissimo, con un giovane Anthony Hopkins. È l’ossessione di questo uomo che parla attraverso questa marionetta, che diventa una parte di lui, che diventa la sua coscienza, che diventa la sua parte malata. Ed è anche una storia d’amore tra lui e quella Peggy Ann Snow, che io poi ho citato solo col nome proprio ne Il buio, credo. E quindi ho iniziato con Alfredo Castelli, ho fatto questa storia, ne ho fatte altre due…
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[LR]: Come hai convinto Castelli a farti esordire su Martin Mystère?
[CC]: Allora, era un soggetto. Di Alfredo io ne parlo ancora al presente, perché è una perdita enorme e, ripeto, l’80% delle persone della mia generazione che fanno fumetti sono entrati con Castelli. Quindi, quando Castelli parlava di me, diceva, l’ordalia di Chiaverotti, perché io ho tampinato il povero Castelli, come si diceva in gergo, per due anni. Gli telefonavo tutte le settimane, con molta gentilezza e garbo, ma ovviamente ero il suo rompicazzo personale, credo. Lo disse anche Bonvi a una fiera: Chiaverotti è in gamba, ma è uno stracciacazzi pazzesco. Adesso, spero di no, però io gli telefonavo, dicendo «Mi scusi, signor Castelli, le ho inviato dei soggetti, ha mica avuto tempo di vederli?»
Lui magari doveva fare altre coseg: «Guardi, non ho ancora avuto tempo…». Insomma, alla fine Castelli li legge e mi dice: «Guardi, qui ce ne sono un paio che mi sembrano interessanti, cioè quello della marionetta, Christopher, Il cuore di Christopher, e quello del faraone antico egizio che ritorna, che spegne il sole, che poi era quello che si chiamava La piramide nera. Anzi erano tre, c’era anche quello dei cruciverba, non so se ti ricordi, i cruciverba che facciano impazzire la gente.
Io penso, ne avevamo mandati cinque, quindi non era andata male. Propongo di cominciare dal soggetto su Christopher, ma è stato ovviamente lunghissimo, perché l’ho fatto in tre riprese, cominciando con le prime 40 tavole. E pensa che all’epoca il supervisore di tutte le sceneggiature della Bonelli era proprio Tiziano Sclavi. Quindi io ho conosciuto Sclavi, e anche Canzio, perché entrambi avevano guardato queste prime 40 pagine di sceneggiatura. Sclavi aveva fatto una diciamo un’analisi di un paio di pagine dettagliata, aveva apportato alcune modifiche, già lì avevo capito che mi trovavo proprio in linea, cioè che era un modo di parlare molto naturale, come quello di Castelli, voglio dire, ma ancora un’evoluzione, perché poi ognuno mette sé stesso in quello che fa. Quindi mi piaceva molto già come scriveva, come analizzava anche la struttura di un racconto.
Quindi fatto quello, arriva Dylan Dog. Io ero un mega fan di Dylan, lo leggevo…
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[LR]: Ti ricordi qual è il primo Dylan Dog che hai letto e in che situazione?
Sì, me lo ricordo. Il primo Dylan Dog è stato L’alba dei morti viventi, quindi proprio il primo uscito in generale. La situazione è abbastanza particolare: io avevo il setto nasale deviato, oltre che la rinite allergica, quindi avevo dovuto metterlo un po’ a posto perché respiravo male, e quindi ho letto la prima metà, prima che mi mettessero a posto il setto nasale, e ho tenuto da parte la seconda metà, per paura, perché stavo per affrontare l’unica anestesia totale che ho fatto in vita mia. Ho pensato: se mi risveglio, mi tengo mezzo Dylan Dog da leggere.
[CC]: Sì, l’ho tenuto per dopo, bravo. E lì ho scoperto un mondo. Già dal primo, secondo, terzo numero… Io i primi, gli albi di Sclavi, li conosco quasi a memoria. All’epoca li potevo recitare quasi a memoria, perché per me erano libri di testo, avendo poi anche scritto Dylan Dog. Era un modo ancora nuovo, personale, di raccontare una storia, dinamicissimo, sentimentale, emotivo, era tutto, cioè mi piaceva, avevo trovato un altro personaggio che mi piaceva tantissimo. E arrivato al numero 19, che era Memoria dall’Invisibile, ho mandato un soggetto, forse due. Sicuramente ho mandato un soggetto breve, cioè facendolo all’opposto di quello che tutte le scuole di fumetto ti dicono di fare, no? Ho mandato tre quarti di pagina, si chiamava Nel buio, non Il buio, e la particolarità è che non ho scritto il finale, perché ho pensato che mi sarebbe dispiaciuto svelare il finale di quello che era un thriller a chi avrebbe dovuto revisionare la mia sceneggiatura. Gli avrei rovinato la sorpresa! Io avrò avuto 21 anni circa. Canzio, che era il direttore generale, mi disse: «No, vedi Claudio, tu devi dirlo a noi il finale, perché è vero che al lettore deve essere nascosto, ma con noi devi essere chiaro, limpido e Recoaro.» Mi ricordo ancora che lo disse, citando una vecchia pubblicità.
Quindi io poi spiegai questo finale, e Sclavi mi disse, guarda, comincia a farne un pezzo, magari una ventina di pagine, perché Dylan Dog è importante anche come si racconta. Quelle pagine, mi ricordo che ne avevo scritte 17, le avevo fatte e disfatte, perché avevo anche paura. Erano diventate delle lastre, perché poi si scriveva ancora a macchina da scrivere, non c’era il computer, e quindi attaccavi magari con una frase che non ti piaceva, mettevi un adesivino bianco, poi li ribattevi sopra, era una roba per renderle ben leggibili, però mi ricordo che dopo erano rigidi questi fogli, talmente avevo aggiustato, rifatto, ribattuto. E Sclavi mi disse: «Va bene, vai avanti così, scrivi cose che ti facciano molta paura.» E quindi io è lì che ho inventato la siringata nell’occhio, perché una paura che ho sempre avuto è quella delle punture. Mi fanno paura le punture e le cose negli occhi e ho pensato di unirle!
Mi ricordo il giorno che l’ho fatto, mi è venuto mal di testa, talmente era una cosa forte da scrivere, per me.
[LR]: Visto che dovevi scrivere per Dylan Dog, mandare dei soggetti delle proposte, ma arrivavi da altro, da Martin Mystère, Sturmtruppen, il tuo rapporto con l’horror, al cinema, in letteratura, prima di diventare una delle voci dell’indagatore dell’incubo, com’era?
[CC]: Io avevo paura, non li guardavo quasi mai. Il buio è stato terapeutico, e per me, non è una cosa finta. Io sono cresciuto con la paura del buio. Paura vera, nel senso che a 15 o 16 anni, se andava via la luce io rimanevo immobile, veramente mi cagavo il dosso. Raccontando Il buio, cioè Mana Cerace, è come se tu governi la materia. OK, è una storia di fantasia, nel buio Mana Cerace non arriva, ma adesso che ho qualche anno di più, forse mi piacerebbe vedere un fantasma. Il fantasma è una promessa di immortalità, non Mana Cerace magari, sai che tu non lo troverai, quindi ti affascina anche per quello, è un mostro di fantasia. Io ho raccontato forse sempre fiabe nere, quindi il mio rapporto con Il buio è stato terapeutico. Da allora, addirittura, alcune volte spegnevo la luce apposta e dicevo, come dicono a Luke Skywalker, espandi le tue sensazioni!
Quindi vedevo poco horror, ho imparato a vederlo man mano. Ti dico che il primo horror di Dario Argento che io ho visto è stato Inferno, quando lo passavano per televisione, e me lo sono sognato. Mi sono sognato la tipa che apre e che spacca il vetro e esce. E’ uno dei migliori di Dario. Sì, bello, bello, a me è piaciuto molto. Quelli visionari a me sono piaciuti molto.
Suspiria mi ha fatto paura anche dopo. Poi quando l’ho rivisto con fidanzate e via di seguito mi si è stemperato la seconda volta. Ma la prima ho detto «non devo vederlo da solo».
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[LR]: Tornando a Il buio, da dove hai preso l’ispirazione per il personaggio, per Mana Cerace?
[CC]: Mana Cerace me lo nominava spesso mio nonno. Io con i nonni ho vissuto fino a dieci anni, a Chieri, che è una frazione di Torino, perché i miei lavoravano. Mamma lavorava al comune di Chieri, mio padre aveva un’officina a Torino. La sera mamma andava su, io andavo a scuola a Chieri.
Mio nonno, però non mi parlava del Mana Cerace che invece ho inventato io. Lui diceva, chissà se poi era una cosa che aveva inventato nonno o se era una tradizione, che Mana Cerace è un bambino che fa le ombre, tipo le ombre cinesi, credo. Il nome poi è rimasto, ma lo stesso Sclavi mi pare che poi mi aveva chiesto, ma dove l’hai preso Mana Cerace? Gli ho detto, guarda, me lo diceva nonno, ma nonno purtroppo era andato in paradiso e non ho più potuto chiedergli di più. Comunque viene da lì, ecco, poi io ovviamente l’ho cambiato e poi diventato l’uomo del buio.
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[LR]: Molto bella questa cosa che questo nome te lo porti dietro dall’infanzia, anche se era un personaggio un po’ diverso.
[CC]: Sì, mia madre diceva: «Pensa se tuo nonno fosse stato vivo! Magari una cosa così strong non era abituato a vederla, però avesse visto che tu avevi citato una cosa che aveva detto lui…» Una storia che all’epoca non si capiva ancora bene, ma fu a larghissima diffusione, stiamo parlando di un fenomeno di costume e quindi tutti hanno saputo, tutti conoscevano Mana Cerace, il nome che aveva inventato nonno!
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[LR]: Senti, invece, parliamo un po’ invece di Dylan Dog e delle caratteristiche sia del personaggio che del fumetto che poi l’hanno portato a diventare quello che è diventato negli anni. A un certo punto, quando io ero un ragazzo delle scuole medie e superiori, era un fenomeno di costume a tutti gli effetti. Cioè, chiunque aveva andando a scuola almeno un Dylan Dog nello zaino, sempre, non mancava a nessuno.
Dylan Dog era un nuovo tipo di personaggio: non era più un eroe puro, quindi anche rispetto a quelli che Bonelli aveva lavorato maggiormente nella sua storia, cominciava a essere un personaggio con tante paure, con alcuni difetti. Non doveva vincere per forza e poi c’era questo continuo gioco di citazioni che aveva impostato anche direttamente Tiziano Sclavi. Anche già dal primo numero di Dylan ci sono dei rimandi diretti al cinema di Romero, per esempio, e a mille altre cose. Poi, andando avanti, ha cambiato comunque il tiro, magari il macro-Genere di riferimento, però comunque questa cosa postmoderna del citare, rielaborando chiaramente quello da cui partiva, è sempre rimasto e ce la vedo anche molto anche nei tuoi Dylan Dog. Volevo sapere se questa è una caratteristica richiesta oppure è una cosa che ti veniva naturale, cioè il guardare per esempio molto al cinema per creare le storie o per ispirarti a un personaggio…
[CC]: Allora, mi veniva naturale. Tu tieni conto che per una serie di casi, io mi sono trovato in linea, praticamente totale, con Tiziano Sclavi su quasi tutto quello che lui scriveva su Dylan. Quando io ho scritto Goblin, potevo immaginare che Sclavi fosse una persona sensibile, ma non che fosse così preso contro la vivisezione, con la causa animalista, giustamente. O ancora non sapevo che Sclavi avesse l’orrore delle vacanze, per esempio. E quindi, di nuovo, anche in determinati piccoli dettagli mi ero reso conto di essere davvero in linea con lui. Non parliamo poi del cinema, delle citazioni… Poi, ovviamente, ognuno può avere i suoi gusti su una cosa o sull’altra, però sai cosa? Io mi ricordo una volta gli ho detto che io ci muoio dietro a Dylan Dog, lui mi ha detto: «Tu devi viverci dietro ad Dylan Dog, non morirci»
E quindi mi piaceva così tanto che poi mi ci calavo. Poi tu tieni conto, davvero, lo facevo sia per lavoro e anche per piacere. Io me ne leggevo, rileggevo un pochino al giorno, tutti i giorni, come training, prima di cominciare a scrivere. Ma era anche un mio piacere, per questo ti dico, li so quasi a memoria, perché alcuni passaggi, certe cose, leggevo e ci vedevo dentro il cinema, stacchi in una pagina, uno bussa nella scena dopo, apre un altro da un’altra parte. Era proprio cinema. Oppure quelle dissolvenze che si rimpicciolivano sempre di più, Sclavi ha trasportato il cinema nel fumetto.
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[LR] Secondo te quali sono le caratteristiche di Dylan come personaggio che sono riuscite a far breccia proprio in un pubblico così vasto? Dylan, per esempio, è il primo personaggio SBE che arriva molto anche a un pubblico femminile…
[CC]: Può essere quella componente di sensibilità particolare, la simpatia, l’imperfezione a suo modo. Poi è chiaro che è sempre un personaggio dei fumetti che risolve il caso in qualche modo. Non lo so, a volte la fragilità, che è una cosa che a me in qualunque personaggio che ho fatto prima e dopo e via di seguito, compresi i miei, ho messo. Voglio dire, la fragilità secondo me è fondamentale. Dylan ha proprio tutto. Se tu pensi a Memorie dell’Invisibile: c’è l’eroe di carta, o l’anti-eroe di carta, che piange per amore a una prostituta. Ma quando mai? Ok, è una storia d’amore universale, fighissima, ma molto realistica anche, perché lei è quello che è. Cioè voglio dire, lei ha un linguaggio spigliato, divertente, brillante. C’è la, non so come dire, la rottura dei meccanismi narrativi classici. Il cattivo non lo scoprono, tra l’altro, si denuncia lui da solo a due terzi di storia. E poi che cazzo succede? C’è un Groucho che forse non è mai stato così umano. Quando lui è lì così, verso la fine, dice «Capo…», lui rimane fermo e dice «Groucho, io mi sposo». E Groucho non fa più battute, perché capisce che rimarrà solo, e rimane lì, mi pare ci sia il primissimo piano degli occhiali e dice «E con chi?» «Bree Daniels.»
Credo che l’abbiano messo in qualche sussidiario, tra l’altro, se non sbaglio. Cioè è un libro di testo. Per chi vuole, a mio parere, sceneggiare fumetti, le storie di Sclavi sono libri di testo. Ma sono libri di testo molto piacevoli da leggere. Io mi ricordo che all’epoca avevo una fidanzata che non lo conosceva, ma se li ha recuperati tutti sul sofà a casa mia ed era lì che si divertiva, li seguiva, rideva. Ci sono queste storie dinamiche. Ecco questo lui me lo diceva, fai molti cambi di scena, cerca di essere dinamico. Soprattutto fai una storia, fondamentale questo, in cui a pagina 10 non han già capito tutto.
La bravura sua, che io ogni tanto ho cercato di prendere è che Sclavi riusciva a partire con 10 pagine fighissime senza sapere dove sarebbe finito. E poi ogni volta trovava il finale. Io l’ho fatto per Dylan, credo, una volta sola. Per la storia, forse, delle mie a cui sono più affezionato di Dylan, Il confine. Poco dopo il 100, mi pare. In quel periodo c’erano moltissimi disegnatori a cui dare da lavorare. Lì davi 10 pagine a ognuno. Poi io ero più lento di Sclavi, lui era molto più veloce. E quindi ce ne erano, metti 7-8 a disegnare in contemporanea. A un certo punto mi dicono, ha finito anche Dall’Agnol. E allora dico, vabbè, come inizio? Inizio, provo a iniziare in un modo che non si è mai iniziato. Muoiono tutti. Muore la cliente di Dylan, muore Dylan e muore anche Groucho. E poi vediamo cosa succede…
La video-intervista integrale di Luca Ruoco a Claudio Chiaverotti per i 40 anni di Dylan Dog continua sul Canale YouTube di InGenereCinema.com!
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Dylan Dog: 40 anni di incubi – Intervista a Claudio Chiaverotti
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