In Backrooms, nuovo horror che arriva in sala questa settimana, convergono alcune delle linee guida più riconoscibili del cinema dell’orrore contemporaneo. Innanzitutto la casa, A24, che lo distribuisce a livello internazionale [da noi arriva con I Wonder Pictures] e la Atomic Monsters tra i producer. In secondo luogo il fatto di essere figliato da un fenomeno web: si tratta del secondo lungometraggio horror arrivato in sala in questo mese di maggio, dopo la bella sorpresa di nome Obsession, a dover ringraziare il grande riscontro avuto su un canale YouTube. In ultimo il guardare alla paura, allo spavento e al male in modo volutamente calcolato, freddo, geometrico. Un’ossessione, questa, che accomuna tanti degli autori raggruppati all’interno della nuova wave marchiata come elevated horror, in modo da renderli a pelle antipatici e un po’ snob. Spocchia a parte – che in alcuni casi può esserci, in altri no – siamo di fronte a un movimento, a un nuovo modo di intendere e di raccontare il mortifero, il terrorizzante, che non arriva più dall’esterno come aggressione di un killer armato più o meno efferato, e nemmeno più dall’interno di un nucleo familiare o amicale rassicurante. Il nero, ora, ci raggiunge dal sentito, dal pensato, dal percepito, e ancor più dalle aberrazioni di questo percepire sé stessi e il mondo circostante, piagato in qualche modo dalla società globale e dal suo marcire.
Tornando a Backrooms, il fenomeno su cui mette radici inizia a diffondersi sul web nel 2020, a partire da alcune
immagini dell’anno precedente pubblicato su 4chain, che avevano avuto talmente seguito da generare un creepypasta. In quello, come nei cortometraggi generati con la regia del giovanissimo Kane Parsons [che dopo internet, ora esordisce alla regia di un film a soli 20 anni], venivano raccontati luoghi abbandonati, surreali, solitamente vuoti o arredati con pochissimi oggetti utilizzati in maniera non ordinaria. Stanze che sembravano appartenere a un intricato e infinito labirinto di luoghi sempre uguali, ma che proponevano ogni volta una piccola variazione in assurdo, e che si presentavano ossessivamente con una carta da parati gialla e un’illuminazione al neon: un’atmosfera inquietante e triste e un’aria da luogo abbandonato.
Queste stanze diventano presto una sorta di specchio di luoghi quotidiani e abitati; spesso si sviluppano, come realtà riflesse e parallele, al di là delle pareti domestiche, in un piano extradimensionale a cui si può accedere solo attraverso dei glitch di questo piano di reale.
Il fenomeno delle backrooms arriva in mano a Parsons nel 2022, che all’epoca era sedicenne, e realizza per il suo canale YouTube un video di poco più di 9 minuti sull’argomento. Il titolo è The Backrooms (Found Footage) e oggi conta oltre 73 milioni di visualizzazioni. Il corto, nato come esperimento di analog horror, propaggine del found footage caratterizzata da bassa risoluzione e uno stile visivo che ricordano la televisione e le registrazioni VHS, segna anche l’incipit del lungometraggio ora in sala. Dopo questa breve intro, utile a dare un’infarinatura sporca e ansiogena dell’argomento agli spettatori, Kane Parsons prova a trasformare il suo esperimento in un messaggio vero e un creepypasta in una metafora che mescola horror e psicosi.
Lucio Fulci considerava la psicoanalisi una “enorme fregnaccia inventata inventata dal signor Sigmund Freud, noto cocainomane, per guadagnare soldi facendosi raccontare stupidaggini”. Tiziano Sclavi non la pensava poi tanto diversamente, dichiarando di essere “stato in analisi per venticinque anni. Un enorme spreco di tempo e di denaro, almeno per me”.
Il rapporto di Parsons, esponente della generazione Z, con la terapia è diverso. Non per forza salvifico, ma necessario per affrontare l’io e una quotidianità che, ormai, sono andati a pezzi e non possono essere ricostruiti. Bisogna, però, cercare a tutti i costi di non smarrire i poco cocci rimasti, perché il ricordo di una passata interezza, come scopriremo proprio perlustrando insieme a lui le backrooms, è talmente malmesso da non poter essere altro che sbiadito, sbagliato, grossolano. Ma rappresenta comunque l’unico appiglio utile per illuderci di esistere e di poter ancora tenere in vita e alimentare [letteralmente parlando] il nostro io.
Ambientato nel 1990, Backrooms racconta la vita di Clark [Chiwetel Ejiofor], architetto fallito che, per sbarcare il lunario, ha dovuto reinventarsi venditore di mobili. L’uomo ha visto naufragare il suo matrimonio, perso la sua casa che continua a pagare per la ex, e anche il nuovo lavoro non sembra volergli sorridere. Tra uno spot vestito da pirata sulle tv private e il tentativo di risolvere un grosso problema con le bollette dell’elettricità dello showroom che per lui è anche casa d’appoggio, l’uomo fa una scoperta scioccante nel seminterrato: una sorta di varco dimensionale che, attraverso una normalissima parete bianca, conduce a un’angosciante e infinita distesa di stanze d’ufficio vuote o quasi, illuminate da luci al neon fluorescenti e con tristi pareti gialle. L’uomo cerca di capacitarsi, di riportare tutto sul piano del possibile disegnando delle cartine dei posti scoperti o parlandone con la sua terapeuta, la dottoressa Mary Kline [Renate Reinsve], una donna già di per sé piena di traumi e complessi, che per tentare di distrarsi dai suoi nodi si fa carico di quelli degli altri.
Quando l’uomo scompare nel nulla, però, la psicologa decide di andare alla sua ricerca e, una volta avuta la prova tangibile, i vaneggiamenti del paziente erano realtà, di addentrarsi in un mondo altro per riportarlo nel piano di realtà che fino ad allora avevano condiviso.
Se Fulci e Sclavi avessero avuto una terapeuta pronta a tuffarsi fisicamente all’interno dei loro incubi l’avrebbero pensata in maniera diversa?
Backrooms segue l’equilibrio e la volatilità del suo protagonista e della materia che nasconde nell’orrore: si presenta su grande schermo con una prima parte riconoscibile e più digeribile, anche grazie alla grammatica filmica del found footage e delle riprese in soggettiva. Poi inizia volutamente a perdersi nel ridondante, diventando qualcos’altro, cercando di creare un nuovo tassello nella narrazione contemporanea dell’orrore e aprendosi a differenti interpretazioni.
Come in molti esempi di film dell’orrore contemporanei, infatti, non tutto viene spiegato [in particolare una linea narrativa che lega la sequenza dell’incipit con il finale], ma l’atmosfera da incubo, le presenze inquietanti e grottesche che di tanto in tanto popolano le stanze, gli spazi geometrici che via via si deformano e perdono senso euclideo, riescono a creare uno strano senso di agitazione e smarrimento. Lo stesso smarrimento mentale che, attraverso il suo protagonista, Parsons vuole prendere in esame [se non analizzare in modo approfondito], proponendolo come possibile spiegazione dell’esistenza delle backrooms e di quella realtà altra e altera, astratta ma estremamente pericolosa, che coesiste con quella che pensiamo di abitare, e che abita noi mentre continuiamo a sviluppare ragionamenti, loop mentali e comportamentali, ricordi, sbagli, rimpianti. Altre stanze del labirintico sottoscala a cui potremmo accedere oltrepassando il confine dell’io, per incontrare fisicamente gli errori e i rimpianti che si incarnano in incubi allucinati e ci cercano per cibarsi di noi e ingigantirsi.
Il film guarda al Genere anche con citazioni [la più riconoscibile è quella a Non aprite quella porta], un mood e un paio di personaggi dall’aria davvero lynchiana, una sequenza de La storia infinita in TV e un paio di scene sanguinolente, ma esagera con l’algidità e l’iper-ragionamento, andando poi a lesinare, ad esempio, nello sviluppo dei personaggi, perdendo sul piano dell’empatia.
Non fa innamorare, ma lascia pensare…
Luca Ruocco
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PASSENGER
Regia: Kane Parsons
Con: Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell
Uscita in sala in Italia: mercoledì 27 maggio 2026
Sceneggiatura: Will Soodik
Produzione: 21 Laps Entertainment, Atomic Monster, North Road Films, Phobos
Distribuzione: I Wonder Pictures
Anno: 2026
Durata: 110’
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