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KILL BILL – THE WHOLE BLOODY AFFAIR di Quentin Tarantino

Quando nel 2003 e nel 2004 Kill Bill: Volume 1 e Kill Bill: Volume 2 arrivarono nelle sale a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, il pubblico ebbe immediatamente la sensazione di trovarsi davanti a un unico organismo narrativo spezzato in due tronconi. Una necessità produttiva e distributiva più che artistica: troppo esteso, troppo irregolare, troppo traboccante per essere contenuto in un solo film. Eppure, per oltre vent’anni, la versione realmente pensata da Quentin Tarantino è rimasta una sorta di leggenda cinefila, evocata in interviste, festival e racconti di proiezioni private: Kill Bill – The Whole Bloody Affair.

Più che una semplice “director’s cut”, The Whole Bloody Affair rappresenta il tentativo di restituire continuità a un’opera nata come flusso unico, come un gigantesco revenge movie che attraversa kung-fu, western all’italiana, chambara, exploitation, melodramma e cartoon ultraviolento senza mai chiedere permesso. Non è soltanto una questione di minutaggio o di scene reintegrate: cambia il respiro stesso del racconto. Visti consecutivamente, senza interruzioni editoriali o cliffhanger costruiti per separare i due capitoli, i film smettono di dialogare tra loro e diventano finalmente una sola lunga cavalcata funebre.

La differenza più evidente riguarda il montaggio. Nella versione distribuita al cinema, il primo volume possedeva un ritmo feroce, quasi epilettico, mentre il secondo rallentava improvvisamente virando verso il western malinconico e il dramma sentimentale. The Whole Bloody Affair armonizza questi estremi. Tarantino riorganizza i passaggi, elimina alcune cesure e soprattutto lascia che i toni si contaminino con maggiore naturalezza. La Sposa non sembra più attraversare due film diversi, ma un unico viaggio di morte e redenzione.

Tra le modifiche più discusse c’è naturalmente il massacro alla Casa delle Foglie Blu. Nella release occidentale di Volume 1, la lunga battaglia contro gli 88 Folli venne parzialmente convertita in bianco e nero per evitare restrizioni censorie legate all’eccessiva quantità di sangue. In The Whole Bloody Affair la sequenza ritorna integralmente a colori: un’esplosione cromatica quasi astratta, dove il rosso diventa linguaggio visivo prima ancora che effetto splatter. È una differenza apparentemente tecnica, ma basta a trasformare l’intera scena in una sorta di balletto allucinato, ancora più vicino al cinema di arti marziali che Tarantino ha sempre venerato.

L’aggiunta più preziosa, però, riguarda il segmento anime dedicato a O-Ren Ishii. Già nella versione cinematografica il flashback animato rappresentava uno dei momenti più sorprendenti dell’opera, una deviazione stilistica radicale che sembrava uscita da un’altra dimensione narrativa. In The Whole Bloody Affair questa sezione viene ampliata con materiale inedito che approfondisce ulteriormente l’ascesa criminale di O-Ren e il suo passaggio da bambina traumatizzata a figura mitologica della yakuza. Tarantino indugia maggiormente sul lato tragico del personaggio, lasciando emergere non soltanto la violenza del suo passato, ma anche una certa malinconia predestinata.

L’effetto è curioso: invece di interrompere il ritmo del film, questo ampliamento lo rende ancora più immersivo. Come se Tarantino, da sempre collezionista compulsivo di linguaggi cinematografici, avesse deciso di concedersi qualche minuto in più per celebrare apertamente il suo amore verso l’animazione giapponese adulta degli anni Ottanta e Novanta. Non è un semplice extra, ma una dichiarazione d’intenti.

Anche altri dettagli minori acquistano nuovo peso nel montaggio integrale: dialoghi più lunghi, raccordi differenti, tempi dilatati che permettono ai silenzi di respirare. In particolare, il confronto finale tra La Sposa e Bill assume una dimensione ancora più malinconica. Privato della lunga attesa tra un’uscita cinematografica e l’altra, il personaggio di Bill perde l’aura da “boss finale” costruita artificialmente dal marketing e torna a essere ciò che probabilmente Tarantino aveva sempre immaginato: un fantasma romantico, stanco, quasi consapevole di appartenere a un mondo ormai estinto.

Assistere a Kill Bill – The Whole Bloody Affair in sala significa soprattutto vivere un’esperienza che il cinema contemporaneo sembra aver quasi dimenticato: l’idea della maratona come rito collettivo. Oltre quattro ore di proiezione in cui il tempo smette gradualmente di funzionare secondo regole ordinarie. A un certo punto non si percepisce più la durata; si entra dentro il film come dentro un romanzo d’avventura febbrile, lasciandosi trascinare dal susseguirsi di capitoli, musiche, duelli e improvvise deviazioni emotive.

Ed è forse proprio qui che emerge con più chiarezza la forza espressiva di Tarantino. Non tanto nella citazione cinefila [ormai parte integrante della sua immagine pubblica] quanto nella capacità quasi musicale di orchestrare registri opposti. In quattro ore si passa dalla slapstick comedy alla tragedia, dal western crepuscolare all’exploitation più selvaggia, senza che il film perda mai identità. The Whole Bloody Affair diventa così qualcosa di raro: non una versione estesa pensata per completisti, ma la forma definitiva di un’opera volutamente eccessiva, concepita per travolgere lo spettatore e lasciarlo esausto, divertito, stordito.

Un cinema che non teme l’abbondanza, anzi la rivendica con orgoglio. E che, visto oggi in una sala buia, conserva ancora la sensazione di un gesto libero, gigantesco, quasi irresponsabile nel senso migliore possibile del termine.

Paolo Gaudio

InGenere Cinema

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