Emerald Fennell affronta Cime tempestose con l’ambizione dichiarata di attraversare il classico e riportarlo nel presente. Non è un’operazione neutra. È un gesto di appropriazione, quasi di sfida. E come ogni sfida, si gioca su un equilibrio sottile tra rilettura e tradimento.
La prima evidenza è estetica: Fennell lavora per immagini patinate, composte come reel di Instagram: controluce dorati, ralenti studiati, corpi scolpiti dalla fotografia, dettagli epidermici che chiedono di essere condivisi prima ancora che compresi. È un’estetica coerente con il suo percorso autoriale, ma applicata a Cime tempestose produce un effetto di raffreddamento. La brughiera non è più spazio metafisico e selvaggio, ma fondale glamour; il fango diventa texture; il vento styling. La modernizzazione è dichiarata, quasi programmatica, ma finisce per sembrare forzata. Più che attualizzare ciò che ha scritto Brontë, lo ingloba in un immaginario contemporaneo che lo leviga.
Il secondo asse è quello del turbamento erotico. La regista di Saltburn spinge sulla dimensione carnale del rapporto tra Catherine e Heathcliff, accentuandone la componente di dominio, dipendenza, pulsione
distruttiva. A tratti l’erotismo sfiora un’estetica BDSM, con una consapevolezza quasi teorica delle dinamiche di potere. È qui che il film cammina su un crinale pericoloso: potrebbe trovare una propria radicalità, una gloria oscura e coerente con la violenza emotiva del romanzo; oppure scivolare nell’autocompiacimento. Troppo spesso accade la seconda ipotesi, cari Amici di InGenerecinema.com. Il desiderio diventa posa, il trauma coreografia. Il rischio non è l’eccesso, ma la stilizzazione dell’eccesso.
La distanza dal materiale originale è ampia. Nel romanzo, la natura è forza primordiale, quasi
cosmica; qui è elemento scenografico. In Brontë, la passione è ferina, indecifrabile, moralmente ambigua; nel film assume contorni più leggibili, psicologizzati, talvolta prevedibili. La stratificazione narrativa viene semplificata in favore di un flusso più lineare e immediato. Si perde la dimensione gotica più cupa e metafisica, quella in cui amore e morte si confondono senza bisogno di essere spiegati.
Ciò che resta in comune è il nucleo tossico della relazione. L’idea che l’amore possa essere un campo di battaglia, un’ossessione che divora e definisce. In alcuni momenti, soprattutto nei silenzi e negli sguardi trattenuti, si intravede un’eco autentica della furia brontëiana. Ma sono lampi isolati, che non riescono a imporsi su un impianto troppo consapevole di sé.
Detto ciò, Emerald Fennell dimostra grande mestiere: la messa in scena è controllata, il ritmo calibrato, le interpretazioni dirette con precisione. Nulla è lasciato al caso. Ed è forse proprio questo il problema: l’artificio è sempre visibile. Ogni inquadratura sembra dire “guardami”. Ogni scelta appare pensata per essere letta come scelta.
Il risultato è un film che ambisce alla vertigine ma resta prigioniero del proprio dispositivo estetico. Un Cime tempestose elegante, provocatorio, tecnicamente ineccepibile, ma emotivamente innocuo. Un film mancato, a tratti pretenzioso, in cui la forma finisce per soffocare la tempesta.
Paolo Gaudio
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CIME TEMPESTOSE
Regia: Emerald Fennell
Con: Margot Robbie, Jacob Elordi, Owen Cooper, Hong Chau, Alison Oliver, Shazad Latif, Charlotte Mellington, Vy Nguyen
Uscita sala in Italia: giovedì 12 febbraio 2026
Sceneggiatura: Emerald Fennell
Produzione: LuckyChap, MRC Film
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Anno: 2026
Durata: 136’
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