Quando una coppia creativa che ha sempre lavorato in simbiosi decide, anche solo temporaneamente, di procedere in solitaria, la curiosità nasce inevitabilmente nello spazio lasciato vuoto: in ciò che manca, più che in ciò che cambia. In questo senso, Marty Supreme è prima di tutto un film da leggere in controluce.
Ambientato nella New York degli anni Cinquanta, racconta la vita di Marty Mauser, un giovane ambizioso e scapestrato con una passione sfrenata per il ping pong.
Lavorando nel retrobottega di un calzolaio, Marty sogna di diventare una stella nel nascente panorama del tennis da tavolo e brevetta la propria pallina, la Marty Supreme, simbolo della sua determinazione e del desiderio di emergere in un mondo che non crede nelle sue capacità. Il ping pong diventa la sua via d’uscita, un linguaggio attraverso cui ridefinirsi e affermare la propria identità. La sua vita frenetica oscilla tra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria, portandolo oltre i confini del suo quartiere verso città come Londra, Tokyo e Parigi, con l’obiettivo di trasformare una passione personale in una carriera riconosciuta a livello internazionale. Marty è un mix di romanticismo e ottimismo incrollabile, pronto a sfidare ogni limite pur di raggiungere la gloria.
Marty Supreme è un film che prende forma da un’assenza significativa. Il primo lavoro di Josh Safdie senza il fratello Benny si configura come una sorta di side B di Diamanti Grezzi: ne riprende l’urgenza, la struttura a tempo, il protagonista respingente, ma ne ridimensiona l’ambizione, scegliendo una traiettoria più controllata e meno radicale.
Il personaggio centrale è costruito per risultare divisivo, spesso apertamente antipatico. È una figura in costante disequilibrio, schiacciata da debiti, promesse non mantenute e scelte sbagliate. Il racconto procede come una corsa continua verso il collasso, coerente con l’ossessione safdiana per il tempo come dispositivo narrativo e morale, ma priva della ferocia autodistruttiva che caratterizzava i lavori precedenti.
A emergere con maggiore forza è invece la dimensione cinefila del film, un omaggio esplicito e sentito al cinema indipendente americano, in particolare a quello newyorkese: fisico, nervoso, imperfetto. Il cameo di Abel Ferrara assume in questo senso un valore simbolico preciso, quasi programmatico: non una semplice citazione, ma un allineamento ideale, una dichiarazione di appartenenza.
Timothée Chalamet offre una prova solida e misurata, evitando qualsiasi scorciatoia empatica. Il suo lavoro è tutto giocato sulla sottrazione, su una tensione interna costante che rende il personaggio credibile senza mai renderlo accomodante.
Determinante anche la fotografia in 35mm di Darius Khondji, che restituisce al film una materialità ormai rara: la grana dell’immagine non è decorativa, ma parte integrante del racconto, capace di ancorarlo a una fisicità concreta e quasi tattile.
Tuttavia, il limite principale del film si manifesta nel finale. L’epilogo, pur efficace sul piano narrativo, non riesce a emanciparsi davvero dalla retorica del film sportivo americano, ripiegando sul consueto arco di riscatto dell’underdog. Una scelta che attenua la portata del film e ne ridimensiona l’eventuale ambizione di rottura.
Marty Supreme è dunque un film riuscito, coerente, attraversato da una chiara consapevolezza cinefila. Più che una rivoluzione, però, appare come una conferma: matura, interessante, ma meno incisiva di quanto annunciato.
Paolo Gaudio
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MARTY SUPREME di Josh Safdie
Regia: Josh Safdie
Con: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Fran Drescher, Odessa A’zion, Sandra Bernhard, Abel Ferrara, Penn Jillette, Spenser Granese, Tyler the Creator, Kevin O’Leary
Uscita sala in Italia: giovedì 22 gennaio 2026
Sceneggiatura: Josh Safdie, Ronald Bronstein, Shadmehr Rastin
Produzione: A24, Elara Pictures, IPR.VC
Distribuzione: I Wonder Pictures
Anno: 2026
Durata: 149′
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