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FESTA DEL CINEMA DI ROMA 2025 – Il Report

Venti anni di Festa del Cinema di Roma. Un traguardo importante per una manifestazione che, con il tempo, ha saputo ritagliarsi il suo spazio, diventando appuntamento fisso per professionisti e appassionati. Anche in questa edizione, l’atmosfera all’Auditorium Parco della Musica è stata quella di una grande casa del cinema con platee affollate, discussioni nei foyer e tanto cinema di Genere. Proprio così, in un’edizione variegata e senza un vero film simbolo, la selezione ufficiale ha proposto tante pellicole di quelle che noi di InGenereCinema.com amiamo e ricerchiamo. Tra grandi nomi e scoperte più laterali, la sensazione è che la Festa voglia rintracciare un equilibrio tra autorialità e intrattenimento proprio attraverso il Genere e anche quando i film non convincono del tutto, resta la percezione di un festival che ha il coraggio di proporre, più che di compiacere. Allora non ci resta che cominciare con il nostro consueto report dei titoli di Genere più attesi e interessanti.

Sigla!

EDDINGTON di Ari Aster

C’è qualcosa di magnetico in Eddington e si percepisce fin dai primi minuti. Il film costruisce un universo riconoscibile ma al tempo stesso perturbante, dove la tensione nasce da piccoli gesti, sguardi, silenzi che si allungano più del dovuto. Ari Aster lavora sulla durata e sull’attesa, dosando il mistero con un controllo formale ammirevole: l’immagine è pulita, la messa in scena precisa e ogni dettaglio sembra contenere un segreto.

Fino a circa quaranta minuti dalla fine, Eddington funziona alla perfezione: la storia tiene, i personaggi respirano, e l’angoscia cresce in modo organico, senza forzature. Poi, qualcosa si allenta. La tensione inizia a disperdersi, forse perché il film si apre a un livello più simbolico e l’assurdo si manifesta prepotente, perdendo un po’ del suo passo narrativo. Ma anche in questa fase, meno compatta e più sopra le righe, resta la sensazione di un’opera viva, coerente, realizzata con consapevolezza grande capacità di rintracciare la contemporaneità.

È un film che parla del fallimento [di una generazione, di un Paese, di un uomo] e lo fa attraverso un linguaggio, quello del western, che amplifica le contraddizione del racconto e della nostra attualità. Un piccolo vortice emotivo che dimostra come il cinema di Ari Aster, quando è fatto con sincerità e visione, non ha bisogno di iperboli o clamori per colpire.

THE TOXIC AVENGER di Macon Blair

Il remake di The Toxic Avenger è un esperimento curioso: da un lato c’è l’intento di aggiornare un classico del cinema underground, dall’altro la voglia di renderlo fruibile a un pubblico più ampio. Il risultato, purtroppo, è un film sospeso, che non riesce mai davvero a scegliere la sua direzione.

L’anarchia visiva e la sporcizia punk dell’originale sono qui sostituite da un’estetica più levigata, quasi da blockbuster “di nicchia”. Tutto è più ordinato, più pulito, ma anche meno libero. Dove una volta c’erano eccesso e provocazione, oggi troviamo ironia controllata e un gusto citazionista che si ferma alla superficie.

Non mancano momenti divertenti, né qualche intuizione di messa in scena, ma il cuore selvaggio del Vendicatore Tossico resta confinato ai margini. È un film che sembra aver paura della propria stessa follia, come se non osasse spingersi oltre per non perdere il pubblico generalista. E così, quello che poteva essere un atto d’amore per il cinema di serie B diventa un prodotto curioso, ma troppo timido per lasciare davvero il segno.

IL GRANDE BOCCIA di Karen Di Porto

Il grande Boccia è un film che, sulla carta, promette moltissimo: un racconto di provincia, quello che passò alla storia come il peggior regista italiano, la possibilità di raccontare il cinema dal basso, come mestiere fragile e resistente. Ma tra l’intenzione e il risultato finale si apre uno spazio difficile da ignorare.

Karen Di Porto sembra avere uno sguardo sincero, innamorato dei suoi personaggi perdenti e del mondo cialtrone che racconta. Eppure, tutto si ferma a un passo dal diventare qualcosa di davvero cinematografico. La visione è incerta, il ritmo a tratti affannato, e la povertà dei mezzi finisce per castrare ogni tentativo degno di nota. Ci sono momenti in cui il film si accende [un volto, una battuta, una piccola verità che emerge per caso] ma sono lampi isolati, subito inghiottiti da un’idea di cinema che sembra ancora in costruzione.

È un’opera fragile, ma non presuntuosa: un gesto onesto, che forse paga la mancanza di una struttura più solida e un impianto produttivo più grande. In un panorama dove tutto tende a somigliarsi, però, anche l’imperfezione ha un valore. Il grande Boccia resta un film minore, ma sincero nel suo fallimento.

QUEENS OF THE DEAD di Tina Romero

Ci sono film che arrivano troppo presto e altri che arrivano troppo tardi. Queens of the Dead purtroppo appartiene alla seconda categoria. L’idea di partenza è esplosiva: un gruppo di drag queen sopravvive a un’apocalisse zombie in una notte di follia e glitter. Ma ciò che sulla carta poteva essere irresistibile, sullo schermo si traduce in un racconto moscio, senza ritmo, incapace di mantenere l’energia promessa.

Il tono vorrebbe essere irriverente e camp, ma manca di mordente. I dialoghi arrancano, le gag non decollano, e la regia di Tina Romero [figlia del compianto George] sembra più preoccupata di confezionare un prodotto “cool” che di trasmettere autentica vitalità. Inoltre, c’è un ritardo concettuale evidente: l’estetica queer e l’ironia horror avrebbero potuto dire qualcosa di nuovo vent’anni fa, oggi invece rischiano di suonare come una formula ripetuta.

Peccato, perché si intravedono momenti di tenerezza, e un sincero desiderio di appartenenza, ma il film non riesce mai a trovare una sua voce. Finisce per sembrare un omaggio stanco, più che una vera esigenza di racconto. Davvero un peccato per noi tutti Amici dell’Horror.

DRACULA – L’AMORE PERDUTO di Luc Besson

E qui arriviamo alla bomba che dividerà: Luc Besson firma uno dei film più sorprendenti e divisivi di tutta la Festa. Con Dracula – L’amore perduto rilegge il romanzo di Stoker come se fosse un’avventura romantica per ragazzi, ma con una malinconia adulta che ne attraversa ogni scena. Il risultato è un film luminoso, poetico, e profondamente personale.

Il suo Dracula non è un mostro, ma un viaggiatore del tempo, un innamorato perduto che attraversa i secoli e la e corti di tutti il mondo per inseguire un sentimento. Besson gioca con il mito, lo semplifica, lo ribalta, e lo rende accessibile senza banalizzarlo. C’è humour, leggerezza, e una malinconia struggente che arriva dritta al cuore.

Visivamente è un piacere: costumi sontuosi, scenografie che sembrano disegnate con la luce, un uso dei colori che alterna toni caldi e freddi come stati d’animo. Per non parlare della musica di Danny Elfman o dell’interpretazione di Caleb Landry Jones. È un film romantico e coraggioso, che osa essere sentimentale in un’epoca di cinismo. I puristi lo odieranno, ma poco importa: Dracula – L’amore perduto è un gesto libero, un atto di fiducia nel potere dell’immaginazione. Di questi tempi è davvero tanta roba.

Paolo Gaudio

InGenere Cinema

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