Il mondo soffre di una malattia che sta uccidendo milioni di persone e portandone miliardi alla follia mentale. Il virus viaggia attraverso i continenti dentro le persone, portando molti all’autodistruzione. Pochi riusciranno a raggiungere una nuova evoluzione spirituale. Spillover è la storia di quei pochi.
Questa la sinossi di Spillover primo lungometraggio da regista di Gianluigi Perrone, uomo di cinema, conoscitore e storico del cinema di Genere, allievo e amico del maestro Alejandro Jodorowsky.
Il suo spirito e la sua creatività si muovono tra l’Italia [dove tra sceneggiatura e produzioni si è notare con film come Morituris, 2011, Ritual – Una storia psicomagica e Oltre il Guado – Across the River, 2013, o Eva Braun, 2014] e la Cina [dove attualmente risiede e dove ha dato il via alla sua carriera da regista con progetti che utilizzano anche VR e IA come The 7th Night of Thelema: A Virtual Ritual, 2017, o Trascend, 2018].
Durante il momento più buio della pandemia da coronavirus covid-19, Perrone è stato fra i primi autori a sentire il bisogno di raccontare quell’improvviso dramma globale. Per farlo, il regista ha dato via a una spericolata produzione indie, divisa su più Paesi, con l’intento di realizzare un viaggio cinematografico/spirituale, che utilizzasse sia la grammatica del realismo che quella del Genere fantastico/fantascientifico, per arrivare a creare un’opera “salvifica”, jodorowskianamente parlando.
Il film, dopo aver circuitato in festival internazionali, arriverà a breve anche in Italia e noi abbiamo avuto il piacere di vederlo e di tornarne a parlare con Gianluigi.

[Luca Ruocco]: Vorrei che prima di tutto raccontassi ai lettori di InGenereCinema.com come e quando hai deciso di dare vita a “Spillover”.
[Gianluigi Perrone]: Io vivo in Cina, a Pechino, dove ho famiglia. All’epoca del primo focolaio del Covid era nata da appena due mesi mia figlia, e tutta la rivoluzione emotiva che vivevamo come neo-genitori si univa a questo improvviso, imprevisto e sconosciuto pericolo. Quando il focolaio era ancora solo a Wuhan siamo partiti per l’Italia, in Puglia dove c’è la mia famiglia di origine. Arrivati lì in Italia, unici a venire dalla Cina con un infante, siamo stati contattati da autorità e stampa, tra cui giornali nazionali e televisioni. A quel punto qualche pazzo del mio paese natale ci ha denunciati alla polizia come “untori”, ovviamente denuncia risultata in nulla. Inoltre nel vicino Penitenziario di Taranto c’erano state delle evasioni. A quel punto la mia testa di sceneggiatore ha cominciato a romanzare tutta questa situazione e in quelle settimane ho girato in campagna il cortometraggio L’Arabo Cinese che è integrato parzialmente in Spillover. In breve, il fatto che io avessi modo di girare in Italia, dove sono nato, in Cina, dove vivo, e negli Stati Uniti, dove lavoro spesso, mi ha portato a pensare a un film corale che avesse le stesse caratteristiche della storia del corto originale. Io sono un grande estimatore dei film corali, in particolare quelli di Paul Thomas Anderson [Magnolia, Boogie Nights], e di Innaritu [Babel, Amoresperros, 31 Grammi]. E naturalmente Quentin Tarantino che è spesso citato subliminalmente nel film. Ho una lunga carriera nel cinema come script doctor e produttore ma questo è il mio primo lungometraggio ufficialmente da regista. Non volevo esordire con un film ambientato in una stanza o su una zona grande quanto una mattonella, giusto per dire di aver fatto un film. Il primo film è un biglietto da visita e volevo provare di essere in grado di fare qualsiasi cosa.

[LR]: Nel raccontare la pandemia, come momento di cambiamento globale, ha deciso di costruire un grande mosaico di storie parallele, che si svolgono in luoghi anche molto lontani l’uno dell’altro. All’interno di queste storie affronti temi intimi e personali come la genitorialità, o la genitorialità mancata, ma anche macro-temi che si accostano alla pandemia, come il cambiamento climatico e una guerra mondiale. Come sei arrivato a costruire questa mappa tematica che rimbalza dal piccolo al grande e viceversa?
[GP]: Le sceneggiature sulle quali ho lavorato fino ad ora sono tutte più o meno lineari, anche se magari con qualche sperimentazione, ma basate bene o male sul “viaggio dell’eroe”. In questo caso, pur essendoci una protagonista che ha un arco narrativo più complesso e più tempo sullo schermo, è un vero e proprio film d’ensemble, quindi mi sono voluto cimentare, sia in fase di scrittura che di montaggio, con tecniche di cui a volte avevo sentito parlare. Non esiste una sceneggiatura unica di Spillover. Esistono sceneggiature di tutti i personaggi che si intrecciano tra di loro in una narrazione non lineare, e ognuno degli attori ha ricevuto la parte che interessa il suo personaggio ma non quella degli altri, quindi finchè non hanno visto il film non hanno saputo cosa succedeva agli altri e come sarebbero stati connessi tra di loro. So che David Lynch faceva così. Poi avevo una scaletta degli eventi. Uno dei possibili titoli era Mosaic, e infatti ho cambiato molte volte l’ordine del montaggio, e vi sono moltissime scene tagliate che raccontano altre storie dei protagonisti che finiranno nell’edizione speciale dell’home video. Il primo cut era di 4 ore e mezzo. Montare un film corale è decisamente più complicato e mi ha richiesto del tempo, a maggior ragione perchè parlavano tutti lingue diverse.

[LR]: Il film è stato girato fra la Cina, l’Italia e gli Stati Uniti. Una scelta produttiva importante anche in un periodo ordinario, ma che risulta ancor più che coraggiosa nel momento pandemico in cui hai lavorato al film. Da cosa viene questa scelta e quali sono state le difficoltà che hai vissuto nei singoli Paesi?
[GP]: Sì, sono un incosciente e mi piace complicarmi la vita. La scelta era pratica perchè era un evento globale, io volevo fare un grande film, e potevo farlo per via della mia posizione professionale internazionale, come ponte tra continenti per le produzioni. Non si trattava di fare tanti piccoli cortometraggi in giro per il mondo, perchè le singole storie, se messe tutte insieme in ciò che è stato girato, raggiungono la lunghezza di un lungometraggio. E’ come se avessi girato una miniserie. Questo però ha creato dinamismo in fase di montaggio. Il film è di 2 ore e 10 adesso, ma è molto dinamico perchè succedono moltissime cose. Tuttavia il fatto che ci trovassimo durante la pandemia mi ha dato delle “scuse” produttive che hanno alleviato lo stress. Di fatto è stata la produzione più tranquilla perchè avevo la possibilità di girare e poi fermarmi per mesi, montare, e poi tornare a girare. E poi a volte la crew era ridotta all’osso e questo era anche una cosa buona. Anche questi sono metodi che seguono grandi autori del cinema e questi metodi permettono di lavorare meglio. Il tempo è ciò che si compra nel cinema coi soldi. Se puoi permetterti di prendere tempo il risultato sarà migliore. Gli unici nei sono stati che alcune riprese in Italia le ho dovute fare da remoto, fornendo storyboard e indicazioni su camera e lenti, e negli Stati Uniti ho dovuto cambiare un po’ la trama, rinunciando ad attori di nome e a una scena di guerriglia urbana con i tizi con la maschera iconica del film che distruggevano Portland. Questo non è però colpa della pandemia ma del governo USA.

[LR]: Oltre che per temi e location, i diversi momenti narrativi di “Spillover” sono anche caratterizzati da una fotografia che varia per colori e tonalità. Ci racconti come hai lavorato su questa parte del film? Oltre che sceneggiatore e regista sei anche il direttore della fotografia.
[GP]: Per me personalmente fare la fotografia di un lungometraggio era la sfida di questo film. Le altre cose, scrivere, dirigere e montare, le avevo già fatte in passato. Ho studiato la fotografia su progetti alimentari, corti, TVC, spot pubblicitari, video musicali, dove ho sperimentato negli anni questo preciso stile colorato. Ho chiesto consiglio a Nicolas Winding Refn, che condivide con me la passione per la fotografia di Richard Kern e Kenneth Anger, ma ci metto anche Andres Serrano, e mi sono ispirato al lavoro di direttori della fotografia quali Robbie Ryan, Sean Bobbitt [quello di Shame di Steve McQueen] e naturalmente Christopher Doyle [Wong Kar Wai]. Ci sono anche suggestioni di Tarkovskij e M. Night Shyamalan, che infatti ha lavorato con Doyle in Lady in the Water. È naturalmente difficile essere omogenei in un mosaico produttivo e narrativo di questo tipo, tuttavia era fondamentale per me creare un linguaggio subliminale nei colori, che hanno tutti un significato preciso narrativo e emotivo. Alcuni spettatori nei test e nelle proiezioni lo hanno notato “Quel colore vuol dire questo, quell’altro vuol dire quello”. E il film è visivamente piacevole, con una colorazione che definirei “balsamica”, che lo rende molto originale. Non credo sia mai stato fatto nulla specificatamente con questo look in passato.

[LR]: Nelle tuo film racconti la pandemia anche come un momento di enorme e inattesa trasformazione e nelle tue note di regia parli di “Spillover” come di “un viaggio spirituale di coloro che ce l’hanno fatta”. Accettare il cambiamento è parte di un processo di evoluzione? Di salvezza?
[GP]: Il concetto di base è animistico ovvero: il Pianeta Terra è un organismo. Noi siamo cellule di un fluido organico che hanno una malattia, e sono in uno stato di evoluzione. L’evoluzione porta a diverse destini per i componenti di una specie. C’è chi si evolve, chi no. Per malattia poi non intendo tanto il Covid, ma le conseguenze neurologiche della pandemia che hanno colpito tutti, a prescindere se abbiano preso il virus o meno. Alcune onlus sanitarie, in Italia SoleTerre, hanno accettato di cooperare con il film, e infatti compaiono nel disclaimer in chiusura dello stesso.

[LR]: Il lato esoterico, misterico del tuo film rimanda direttamente ai tuoi trascorsi con Jodorowsky. Cosa ti ha colpito del suo pensiero, come ti ci sei avvicinato e come lo hai trasformato nel tuo percorso e nel tuo film?
[GP]: Ho lavorato con Alejandro Jodorowsky prima di andare a vivere in Cina, in un film che si chiama Ritual, e siamo rimasti vicini. Lui mi ha fatto delle cose… A quel punto ho abbracciato un certo tipo di filosofia, che mi ha spinto a esplorare anche le filosofie asiatiche, anche professionalmente, come il buddismo tibetano, il taoismo cinese, lo sciamanesimo siberiano. Ho girato in questi posti. Il fatto che Alejandro facesse film per curarsi, e eventualmente per “dare le chiavi per potersi curare” agli altri, è perfettamente in linea con il concetto di atto psicomagico. La psicomagia è arte terapeutica. Attraverso un atto o una performance tu “vomiti”, ti liberi o almeno elabori un tuo nodo karmico, un trauma in pratica. Fare un film implica passare anni, attraverso diversi tipi di arti diverse, su uno specifico argomento. La pandemia è un trauma collettico universale. Di fatto Spillover è il film più importante del millennio, per questo. E’ una medicina e alcune persone che lo hanno visto sono state curate. Sarà un placebo ma io stesso non ho mai preso il Covid, pur a contatto con persone malate. Questo approccio al cinema è entusiasmante. Ero deciso, dopo tanto orrore, a fare piangere lo spettatore.
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[LR]: Ci sono rimandi, riferimenti o scintille di ispirazione che rimandano ad altri pensatori...
[GP]: Ci sono richiami a diverse culture e filosofie. Immagini buddiste e cristologiche, e un lavoro importante subliminale nelle immagini nascoste e nel sound design. I personaggi sono archetipi junghiani, e ognuno di essi è parte di un disegno specifico. Sono tutte storie vere romanzate ma sono interconnesse in base a precisi schemi mentali. Io dico che Spillover è come una cattedrale, dove se guardi bene o a lungo o più volte puoi sempre scoprire cose nuove e simbolismi diversi.
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[LR]: Mi sembra che in “Spillover” fra i tuoi intenti ci sia anche quello di raccontare la donna con una sensibilità e un’attenzione molto marcate. Anche riguardo al cast, la presenza femminile è predominante…
[GP]: Casualmente mi capita spesso di sviluppare progetti i cui protagonisti sono donne. Forse perchè sono appunto progetti che esplorando il mondo dei sensi, della percezione, dell’intuito che sono molto più sviluppati nel femminile. Per la storia da cui è nato Spillover esplora la genitorialità e quindi anche quella femminile in tutti gli spettri, inclusa la maternità mancata. Nel film ci sono anche la mia compagna e mia figlia in piccoli cameo.

[LR]: Come hai scelto il cast del film?
[GP]: Con provini. Non citerò tutti, perchè sarebbe un elenco noioso ma è stato l’apice della mia esperienza come actor trainer poter lavorare con attori di background molto differenti, da qualsiasi angolo del mondo, persino gli asiatici sono un po’ da Pechino, un po’ da altre zone della Cina e dell’Asia, e c’è un livello di lettura che è probabilmente incomprensibile gli occidentali ma che sottolinea queste differenze sociali. Ognuno reagisce diversamente a un grande trauma, e in base alla cultura è diverso. Volevo però universalizzare la conservazione della specie, la genitorialità, e l’empatia per momenti molto traumatici. Gli attori sono stati tutti bravissimi, e disponibili. Veramente brillanti. Forse la cosa migliore del film è proprio la prova attoriale perchè si è creata una sorta di sana competizione tra contenienti e gli italiani volevano fare meglio degli americani che volevano fare meglio degli asiatici che volevano fare meglio degli italiani.
[LR]: Sei andato a rispolverare una delle figure classiche delle storiche epidemie di peste: il monatto, che aveva il compito di trasportare nei lazzaretti i malati o i morti e che per non infettarsi a sua volta indossava la maschera a becco. Cosa diventa questa figura iconica nel mondo di “Spillover”.
[GP]: Era quasi d’obbligo. Mi ricordo che volevo mettere molti di loro con queste maschere in un contesto tipo Todo Modo, ma alla fine si è ridimensionato a una situazione come V per Vendetta. Anche lì Moore parla di un potere occulto che sfacciatamente spiega il proprio controllo mediatico alle masse. Il film è stato scritto all’inizio della pandemia quindi non sapevo che ci sarebbe stata la guerra, che ci sarebbero stati dei potenti che se ne sarebbero infischiati dell’opinione pubblica per commettere crimini contro l’umanità, che sarebbe stato esposto questo potere occulto. Oltre alla scena di guerriglia collettiva, con decine di questi con la maschera, un’altra scena che non è poi più stata girata era all’inizio e alla fine del film, in cui si vedeva sia una di queste figure nel medioevo che una nel futuro in un mondo post atomico. Era un inizio più alla L’armata delle Tenebre. Tuttavia preferisco di gran lunga questi inizio e fine che ci sono adesso.

[LR]: Quanto è durato il periodo di lavorazione del film e che circuitazione ha avuto finora?
[GP]: Il film è stato girato in un mese, ma diviso nel tempo, e il montaggio è durato un anno e mezzo, Poi il film è stato congelato perchè i distributori cinesi mi hanno detto che il film era troppo sensitive perchè l’argomento era politico. “Ma il film parla bene della Cina”. Vabbeh, loro sono così… Il problema è che se poi il film ha esposizione internazionale rischio di essere cacciato via alla peggio. Le tensioni politiche non hanno solo fatto perdere soldi alla produzione e partner americani, ma hanno limitato la distribuzione. Anche infischiandomene, molti festival hanno preferito non mostrarlo, e alla fine ho optato per cercare solo la distribuzione. Sia negli Stati Uniti che in Europa.

[LR]: Abbiamo anticipato che “Spillover” arriva finalmente in Italia. Ci puoi dire di più?
[GP]: Oltre che negli Stati Uniti e in Canada, il film ha trovato uno sbocco anche in Italia. Non ho una data esatta ma sarà disponibile sia digitalmente che analogicamente. Ci sarà anche un cofanetto edizione limitata con una marea di inserti speciali e un artwork esclusivo dell’artista spagnolo Miguel Angel Martin che ha fatto una locandina apposita per il film. Ci piacerebbe che fosse anche visto in qualche sala ma non vogliamo pagare, quindi, se qualcuno ha sale e vuole mostrarlo, o vuola avere l’edizione limitata speciale deve contattarmi a touchme@polyhedronvrstudio.com oppure attraverso i miei canali Youtube [Mind Cathedral, Genda Giada, Psychomagick].

[LR]: Oltre che sulla distribuzione del tuo film, su cosa stai lavorando al momento?
[GP]: Dato che Spillover, pur essemdo uno psicodramma di fantascienza, e non particolarmente ostico, ha suscitato il fantasma della censura che mi segue dagli esordi come la nuvoletta di Fantozzi, mi sono deciso a fare una cosa più commerciale, ma pur sempre “cool”. In questo momento sto montando una docuserie sul mondo del prowrestling in Cina, che proporrò alle piattaforme. Si chiama The Slam e racconta in maniera ironica, bizzarra, inedita e a volte anche drammatica, il mondo del wrestling dalla prospettiva di questi performer folli in Cina che operano come agli albori delle federazioni americane, quando era un show itinerante e i lottatori combattevano nei bar o eventi con 300 persone. Sto cercando fondi per la postproduzione ma intanto me lo monto da me, e siamo a buon punto. Magari esce prima questo di Spillover.
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[LR]: Grazie, Gianluigi.
[GP]: Grazie a InGenere Cinema per lo spazio prezioso.
Luca Ruocco
[Roma/Pechino, agosto 2025]
InGenereCinema.com Gazzetta del Cinema e della Cultura Horror, del Fantastico, del Bizzarro e dello Straordinario