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CYRANO di Joe Wright

Joe Wright certamente sa cos’è il teatro. Figlio di genitori marionettisti che a Londra ne hanno addirittura fondato uno, il Little Angel Theatre, dove egli stesso ha lavorato, ha poi studiato all’Anna Scher Theatre School di Islington e si è laureato in Belle Arti al Camberwell College of Arts.

Ci si aspetta, dunque, che uno come lui conosca alla perfezione il Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand [un’opera pilastro della storia del teatro moderno] e che sappia certamente la responsabilità di cui ci si deve fare carico nel momento in cui si decida di metterci mano e riadattarlo. Wright non è di certo il primo ad avventurarsi nella trasposizione cinematografica di quella commedia in cinque atti di cui tutto il mondo conosce almeno qualche verso, poiché già dai primi anni del Novecento [appena tre anni dopo il suo debutto in teatro a Parigi] il personaggio di Cyrano iniziò ad essere rappresentato sul grande schermo; ma è di certo il primo ad aver scelto di farla diventare un musical per il cinema.

Cyrano di Joe Wright, però, non è il diretto adattamento cinematografico della suddetta opera tardo ottocentesca di Rostand, bensì la trasposizione di un ulteriore adattamento: quello del musical per Broadway scritto da Erika Schmidt [anche sceneggiatrice del film] e interpretato da Peter Dinklage e Haley Bennett, in entrambe le opere rispettivamente Cyrano e Rossana.

 

Un’operazione, dunque, fin troppo azzardata e carica di ambizioni, estremamente esposta al rischio di rivelarsi un completo disastro.

Ma iniziamo dai lati positivi.

L’idea di trasformare le problematicità del naso più conosciuto di sempre nella complessità di vivere con una disabilità fisica come il nanismo – di cui Peter Dinklage è diventato un po’ l’emblema – è certamente interessante, anche se forse non vincente. Non soltanto per questo, quello di Wright è di certo il Cyrano dell’inclusione: vediamo anche per la prima volta un Cristiano – Christian, per la verità – di colore [Kelvin Harrison Jr], così come è di colore il capitano Le Bret, interpretato da Bashir Salahuddin.

Wright sa come muovere una macchina da presa e ce lo dimostra fin dalla primissima sequenza in camera di Rossana, in uno splendido piano sequenza che segue la vestizione della dama prima di andare a teatro; tantissime sono le inquadrature degne di nota e la regia ci delizia con movimenti di macchina lunghi e armoniosi e un montaggio pressoché invisibile. Il meraviglioso lavoro sulla fotografia del DOP Seamus McGarvey nasconde anche un tocco nostrano – concedeteci un po’ di patriottismo – del DIT Sandro Magliano.

Gli attori sono tutti in parte, tutti molto centrati e Peter Dinklage riesce, come al suo solito, con un lavoro certosino di micro-espressività, a donarci un’interpretazione di grande valore.

Ma c’è un macigno troppo grosso in questo Cyrano, un peso enorme che oscura e si trascina sul fondo anche tutto ciò che di estremamente buono c’era nel film.

L’adattamento del musical è quanto di più lontano possa esserci dal vero Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand. Di quel poema epico-cavalleresco che incarnava i valori dell’amore vero e del coraggio, che covava in sé la capacità di far ridere e sognare, che faceva della poesia l’unico mezzo che un uomo possa avere per raggiungere ogni sua aspirazione e per superare le frustrazioni della vita, non resta nient’altro che una favoletta senza spessore, con qualche canzoncina pop qua e là [le musiche dei The National non sono in nessun modo degne di nota e sviliscono ogni tentativo di restituire all’opera la sua maestosità] che nulla aggiunge alla narrazione e al film. Nulla resta della tridimensionalità del personaggio di Cyrano, uno dei migliori mai scritti, così come anche lo spessore dei caratteri di Rossana e di Cristiano viene completamente appiattito, trasformandoli in bidimensionali personaggi dalle ombreggiature disneyane.

Così come i personaggi, viene spolpata anche la storia, ridotta all’osso, indebolita, impoverita: basti pensare che nel testo originale ha una durata di oltre tre ore e qui invece viene ridimensionata a 120 minuti che, eliminando le canzoni – totalmente inutili dal punto di vista narrativo – si ridurrebbero a degli scarsi 90.

 

Dulcis in fundo, la rima con cui tanto egregiamente il povero Rostand si era destreggiato e che aveva reso grande l’opera, viene completamente dimenticata da Erika Schmidt, se non per un piccolo rimando all’inizio del film [e precisamente nella scena del teatro] che lascia aperta nello spettatore una malriposta speranza di poterne godere ancora durante il resto della pellicola. Spoiler: non accadrà.

Insomma, amici di InGenereCinema.com, sembra chiaro che chi scrive sia particolarmente affezionata al testo di Rostand e che non abbia ritrovato nel film di Wright neanche un quinto di quanto era riuscito a rendere omaggio all’originale, per esempio, Jean-Paul Rappeneau con il suo Cyrano de Bergerac del 1990, con uno splendido Gerard Depardieu.

Se invece non avete mai letto né visto nulla e l’unico Cyrano de Bergerac che ricordate è quello con la kappa [citazione solo per intenditori], allora forse potrete trovare soddisfazione nell’opera di Wright, che è certamente lodevolissima dal punto di vista della regia, della fotografia e dell’interpretazione.

Ma tutto questo, a volte, non basta.

Irene Scialanca

CYRANO

Regia: Joe Wright

Con: Peter Dinklage, Haley Bennett, Kelvin Harrison Jr., Ben Mendelsohn, Bashir Salahuddin, Monica Dolan, Joshua James, Anjana Vasan, Ruth Sheen, Mark Benton, Richard McCabe, Peter Wight, Tim McMullan

Uscita in sala in Italia: giovedì 3 marzo 2022

Sceneggiatura: Erika Schmidt

Produzione: MGM e Working Title Films

Distribuzione: Eagle Pictures

Anno: 2021

Durata: 124’

InGenere Cinema

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