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RUN di Aneesh Chaganty

Avete mai sentito parlare del principio di mediocrità? Qualunque fenomeno osservato può verificarsi o essersi verificato molte altre volte nell’universo. Dunque, non c’è nulla di speciale – in chiave cosmologica – sulla Terra e nell’Umanità. È tutto un ripetersi di situazione già affrontate, viste, ispezionate e catalogate, tutto è nella media, ma questo è bene. Almeno dal punto di vista dell’astronomo o del filosofo della scienza.

Ma da un punto di vista più prosaico come quello cinematografico, la mediocrità può avere qualcosa di buono? Il risultato mediano può dirsi soddisfacente o appagante? E contribuire alla vita dell’arte cinematografica? Per rispondere a questi interrogativi ci viene in soccorso Run, opera seconda di Aneesh Chaganty che appare il trionfo del cinema medio.

Run racconta la storia di Chloe, una ragazza adolescente disabile che vive con sua madre, Diane. Apparentemente non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse per il comportamento della donna, così legata morbosamente a sua figlia da risultare inquietante e invadente. Diane ha cresciuto la ragazza in totale isolamento e controllando ogni sua mossa, ogni suo gesto. La giovane, trovandosi sulla sedia a rotelle, è impossibilitata a muoversi senza l’aiuto materno e in tutti questi anni ha studiato a casa, istruita dalla stessa Diane.

Solo ora che è cresciuta, Chloe inizia a notare che quello di sua madre è un atteggiamento sinistro ed esageratamente maniacale. Questa morbosità materna spinge la ragazza a mettere in discussione il rapporto con il genitore e a indagare in casa, alla ricerca di qualcosa che possa permetterle di comprendere più a fondo perché la madre si comporti così.

Chloe trova le pillole che la madre le somministra con un’etichetta diversa e alcuni documenti riguardanti un cambio di nome, ma quando decide di approfondire le ricerche su internet, improvvisamente la connessione salta. È così che la giovane inizia a sospettare che dietro il sinistro comportamento di sua madre si nascondano terribili segreti.

Costruito per aderire perfettamente ai codici del thriller, Run è ciò che si definisce come “film di maniera”, inteso come quel prodotto da Studio realizzato per occupare una casella ben precisa e nient’altro. Ogni scelta è basata su esperienze cinematografiche precedenti, siano esse di trama o di atmosfera poco importa. Ciò che davvero conta è non tradire le aspettative degli spettatori: cercano un thriller, e quello bisogna dargli. Non importa se l’evoluzione della storia è prevedibile, i colpi di scena scontati e la risoluzione consolatoria.

Quello che da valore a questa operazione è aver dato al pubblico ciò che era venuto a vedere, vale a dire, l’intrattenimento senza complicazioni per cui ha pagato. Cosa c’è di male in questo? – vi chiederete voi, cari Amici dell’Horror. Nulla, soprattutto quando questo tipo di operazione è condotta con grande consapevolezza e mestiere come nel caso di Run.

Infatti, Aneesh Chaganty sa benissimo in quale solco deve muoversi e conosce perfettamente le necessità del suo pubblico. Ogni sua scelta è scientifica: dalla mono-location per abbattere i costi, all’utilizzo della musica ossessiva e prepotente. Dalla linearità della narrazione, alla scelta di una vera regina dell’horror – Sarah Paulson – come villain. Basta un’inquadratura dell’attrice per capire che di lei non ci si può fidare.

Un vero vademecum del cinema medio di Genere, tuttavia, fatto con mestiere, evitando sciatterie o scivolate troppo sopra le righe.

Insomma, Run è quel cinema medio che contribuisce al sostentamento della settima arte e se non è bene questo, almeno, non fa alcun male.

Paolo Gaudio

RUN

Regia: Aneesh Chaganty

Uscita sala in Italia: giovedì 10 giugno 2021

Con: Sarah Paulson, Kiera Allen, Onalee Ames, Pat Healy, Carter Heintz, Clark Webster

Sceneggiatura: Aneesh Chaganty, Sev Ohanian

Produzione: Lionsgate

Distribuzione: Lucky Red

Anno: 2020

Durata: 99’

InGenere Cinema

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