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ALONE di Johnny Martin

Johnny Martin è un noto stunt-man americano con più di duecento film all’attivo. Nel 2003 fonda la casa di produzione Martini Films con la quale inizia lui stesso a girare film. Nel 2017 ha l’onore di dirigere Al Pacino nel film Hangman e quest’anno presenta al Trieste Science + Fiction il lungometraggio distopico Alone.

Aidan si sveglia una mattina e trova la città nel caos. Un giornalista alla televisione illustra la situazione mondiale annunciando lo stato di pandemia. Il virus si propaga a vista d’occhio e le persone si infettano velocemente. Il quarantesimo giorno d’isolamento l’uomo decide di suicidarsi.

Mentre è appeso al soffitto nota nel palazzo di fronte una ragazza ancora viva. I due iniziano a conoscersi comunicando alle finestre. Spinto dalla fame e dal desiderio di abbracciare Eva, Aidan esplora gli appartamenti limitrofi alla ricerca di cibo, finendo in un’accurata trappola.

Aidan si registra con una videocamera poco prima di impiccarsi al soffitto. Un flashback didascalico e piatto ci riporta indietro di 40 giorni. Lui e una bellissima donna sono distesi a letto. Al suo risveglio la città è nel caos. Elicotteri che si schiantano, urla, bambine divorate da uomini e sirene continue. Le linee telefoniche sono occupate, così inizia a registrare un vlog dove si racconta al resto del mondo. Il quarantesimo giorno, senza via d’uscita, decide di suicidarsi.

Prima di fare un’analisi costruttiva, è doveroso affrontare il parallelismo con il film coreano #Saraitda [2020] del regista Cho Il-yung, uscito lo stesso anno. Entrambi sono tratti dal racconto Dead Days di Matt Naylor.

Nel film di Johnny Martin le vittime della pandemia sono coscienti e continuano a pronunciare l’ultima parola detta prima di trasformarsi. Un aspetto trascurato che poteva aumentare la tensione e la suspense giocando con le parole stesse per ingannare il protagonista [Tyler Posey]. Un personaggio poco caratterizzato. Non sappiamo nulla della sua vita che non ci viene nemmeno suggerita attraverso le azioni che compie. Cho Il-yung ci introduce sin dall’inizio chi sia il protagonista del film.

L’adolescente Oh Joon-woo [Yoo Ah-in] è un game streamer che, trovandosi in una situazione di difficoltà, sfrutta le proprie competenze e il proprio sapere per sopravvivere. Mentre Aidan si racconta inutilmente in un vlog, Oh Joon-woo sfrutta senza perdere tempo i social per chiedere aiuto e segnalare la sua posizione postando una semplice foto su Instagram prima di perdere il segnale. L’inventiva del protagonista coreano, a differenza di quello americano, contribuisce a ritmare l’azione, senza eseguire azioni inutili alla narrazione, come tentare la fuga quattro volte per i corridoi del palazzo.

C’è inoltre un grosso problema di messinscena nel film americano. Sono passati quarantadue giorni e i due protagonisti hanno il medesimo aspetto, nessun cambiamento fisico dettato dallo stress e dalla situazione di survivalismo in cui si trovano. Un trucco totalmente poco credibile e incongruo con il contesto in cui i due personaggi si trovano. Ecco, invece, che la scelta del coreano di sviluppare la storia in pochi giorni giustifica il loro aspetto fisico ben tenuto.

L’infetto in entrambi i film non viene usato come critica sociale ma come pretesto narrativo per isolare la vita di due persone concentrandosi poi nel rapporto con uno spazio stretto e claustrofobico come l’appartamento. Ancora una volta la scelta vincente è coreana, che sceglie due hikikomori, abituati alla solitudine interiore, per affrontare la pandemia esterna a differenza dei protagonisti di Alone, due persone abituate a condurre una vita frenetica in uno spazio esterno.

Ultimo aspetto è l’uso della parola nei due film. Il film americano è profondamente verboso, la parola impedisce alla tensione di evolversi e di svilupparsi, specie nell’incontro con il personaggio interpretato da Donald Sutherland. Edward, un uomo anziano acciecato dall’amore per la moglie defunta, tanto da volerla continuare ad avere, anche se infetta, a qualsiasi sacrificio questa decisione comporti. Questa sequenza dovrebbe essere la più intensa e tesa del film ma finisce per essere rallentata dal verboso dialogo. Nel film coreano, invece, il regista sceglie di ridurre al minimo l’uso della parola per l’intero arco narrativo del film, riuscendo a inquietare e tenere in tensione continua il pubblico.

La fantasia degli espedienti messi a punto dai due giovani coreani sono tutti elementi vincenti di #Saraitda, che con piacevoli soluzioni narrative e stilistiche oscura il film americano in molteplici punti.
Giulio Golfieri [RATS]

ALONE

Regia: Johnny Martin
Con: Tyler Posey, Summer Spiro, Robert Richard, Donald Sutherland
Uscita in sala in Italia: /
Sceneggiatura: Matt Naylor
Produzione: HIG Productions
Distribuzione: Highland Film Group
Anno: 2020
Durata: 95’

InGenere Cinema

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