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I cortometraggi di #CORTIMANCINI

Si è svolta martedì 29 settembre a Roma, all’arena cinematografica all’aperto di Piazza Mancini, #Cortimancini, una serata di proiezione di cortometraggi indipendenti organizzata da Gabriele Tacchi e Magenta Production.

Noi di InGenereCinema.com eravamo presenti alla serata e vi parliamo dei cinque cortometraggi proiettati, differenti per Genere e registro cinematografico, legati tutti però da una sola caratteristica: essere figli di produzioni indipendenti.

La serata si è aperta con Tutta la felicità di Federico Melis, cortometraggio drammatico che racconta la storia di un padre e dei suoi sentimenti di fallimento nei confronti dei propri figli. Il film è ben diretto e ben interpretato, vanta la presenza nel cast di Sonia Viviani, che ha contribuito anche alla stesura della sceneggiatura insieme allo stesso Federico Melis e a Gianfilippo Grasso. La sofferenza del protagonista [Luciano Curreli] è efficacemente espressa con un montaggio che racconta il suo essere un outsider della propria famiglia. Questo linguaggio ci sembra, però, in alcuni momenti, un po’ troppo insistito: il rischio che si corre è quello di far sentire anche lo spettatore così distaccato dalle vicende della storia come lo è Curreli. Nonostante questo, la tematica trattata è molto attuale e certamente emozionante.

Si è passati poi a Deformazione professionale di Daniele Morelli: in un futuro prossimo, lavorare è diventato un privilegio ed è possibile sostenere solamente un colloquio di lavoro ogni due anni. Per Luca Smeraldo ottenere un lavoro sarà una questione di vita o di morte, nel vero senso della parola. È chiaramente provocatorio l’intento di Morelli, che racconta con il tono dell’esagerazione quanto sia difficile e spesso alienante trovare un impiego ai giorni nostri. La regia è attenta al dettaglio e predilige l’uso dei primi piani, per mostrare la frustrazione data dalle vessazioni a cui il protagonista è costretto a sottostare. La sceneggiatura si esprime in un racconto lineare che sfocia in un finale necessariamente sopra le righe, ben amalgamato al resto del racconto.

L’oro di famiglia di Emanuele Pisano è la storia di un giovane ladruncolo che deve confrontarsi con una rapina andata male. Tra la refurtiva, un oggetto cattura la sua attenzione: non oro, non argento e non antichi cimeli, ma qualcosa di molto più prezioso che vale la pena restituire. Una sceneggiatura delicata e toccante e una regia con un’identità ben definita fanno da cornice alla bellissima prova d’attore di Danilo Arena, che rapisce ed emoziona. La storia procede seguendo un ritmo sostenuto, il personaggio di Arena – seppure non sia esattamente un carattere piacevole – risulta da subito interessante e ben costruito. Il finale, anche se forse leggermente prevedibile, commuove e sa rasserenare lo spettatore, in pensiero per le sorti del ladruncolo a cui è facile volere bene.

È la volta poi de Il vestito di Maurizio Ravallese: un immigrato lavora in una lavanderia col solo scopo di comprarsi un abito da cerimonia. Un giorno viene scoperto a rubare un vestito a uno sposo appena abbandonato all’altare. Per espiare la sua colpa, dovrà vendicare l’uomo che ha rapinato.

Ottimo cast per questo cortometraggio, che vede Christian Iansante [di cui è, ahimé, più presente la voce che la faccia] confrontarsi con Danilo Arena che, anche questa volta, mostra buonissime capacità di interpretazione nelle vesti di un immigrato arabo che parla a malapena l’italiano. Forse proprio per ovviare a questo problema, la struttura narrativa del film prevede per buona parte la voce fuori campo di Iansante che giustifica le azioni di Arena: è proprio lui, infatti, ad obbligare il giovane a seguire un ordine piuttosto bislacco. Il cortometraggio è godibile, divertente in alcuni punti e con finale a sorpresa.

Per concludere, parliamo di Magenta – “Elementary, my dear Chthulu” di Gabriele Tacchi ma, siccome chi scrive ha avuto ruolo nella sceneggiatura del cortometraggio, per correttezza passa la palla al caporedattore di InGenereCinema.com Paolo Gaudio.

Sara ha rubato un reperto archeologico, un manufatto in pietra dall’aspetto misterioso e antichissimo noto come l’occhio Magenta. Presto, la donna si accorge che la pietra ha dei poteri sovrannaturali straordinariamente potenti. Spaventata e in cerca di risposte, si rivolge a coloro che sembrano essere gli unici in grado di aiutarla: un eccentrico consulente misterico e il suo assistente.

Davvero un oggetto curioso l’ultimo cortometraggio di Gabriele Tacchi, che con coraggio e ambizione unisce l’orrore profondo del Solitario di Providence, alle indagini dell’investigatore per eccellenza, nato dalla penna di Sir Conan Doyle. Una Roma minacciata da nubi fosche e sinistre rappresenta il contesto nel quale Tacchi realizza questo particolare mash-up dai toni orrorifici e dall’aspirazione crime. Con un abbrivio lungo dodici minuti che introduce a qualcosa di più strutturato come una serie tv o un lungometraggio, Magenta – “Elementary, my dear Chthulu” conquista per la passione e la sincerità dello sguardo e del modo di trattare una materia così cara a tutti noi Amici dell’Horror. Forse, ci sarebbe piaciuto di più se l’ingresso della creatura fosse stato più mostrato e meno suggerito. Tuttavia, siamo certi che lo scontro/incontro tra Scherlock e Lovecraft è solo all’inizio. Nel frattempo, Magenta – “Elementary, my dear Chthulu” si sta facendo notare in moltissimi Festival underground in giro per il mondo, ricevendo di premi e menzioni d’onore. Ad maiora!

Insomma, #Cortimancini è stata un’iniziativa interessante, che ha dato spazio alla proiezione [ahinoi, fin troppo rara] di cortometraggi indipendenti, esperienze cinematografiche troppo sottovalutate che invece spesso nascondono grandissima qualità e meritano di essere scoperte e mostrate. Ci auguriamo, quindi, che la rassegna veda una seconda, fortunata edizione.

Questa volta Covid free!

Irene Scialanca + Paolo Gaudio

InGenere Cinema

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