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LA MASCHERA DI EDGAR ALLAN POE di Gianfilippo Maria Falsina Lamberti

Come ormai è noto, amici di InGenereCinema.com, la nostra Gazzetta della Cultura del Fantastico ricerca stupore e meraviglia in ogni dove. Tale, rigidissima, ricerca ci ha condotto al Teatro Petrolini, dove è andata in scena la compagnia Grand Guignol de Milan con La maschera di Edgar Allan Poe.

Avete letto bene, Grand Guignol, genere teatrale del quale la compagnia si propone di essere colei che ha riportato in Italia, dopo quarantasei anni, questo stile. Per chi non lo sapesse, il Grand Guignol nasce a Parigi alla fine dell’800, proponendo al pubblico spettacoli macabri e cruenti con l’utilizzo di curiosi effetti speciali particolarmente sanguinolenti. Citiamo da Wikipedia: “Gli spettacoli si servivano spesso di effetti speciali più o meno rudimentali ed erano incentrati soprattutto sulla potenza visiva delle immagini orrorifiche, sulla sofferenza degli innocenti, sugli infanticidi, sulla pazzia e la vendetta. Spesso contenevano riferimenti all’occultismo e al paranormale e occasionalmente venivano rappresentate anche scene di sesso e di perversione”.

Dunque, amici dell’horror, capirete il nostro entusiasmo nel poter assistere a una rappresentazione del genere qui, a Roma, dopo tutti questi anni.

7 ottobre 1849, Baltimora. Il Maestro dell’orrore e del mistero Edgar Allan Poe è morto in circostanze del tutto misteriose dopo quattro giorni di agonia. Ritrovato la notte del 3 ottobre a girovagare per le strade di Baltimora con abiti non suoi e in stato confusionale, ha passato le ultime notti a invocare il bizzarro nome Reynolds, che, tuttavia, nessuno tra gli amici e i parenti dello scrittore è riuscito a identificare.

In collaborazione internazionale con la compagnia National Edgar Allan Poe Theatre di Baltimora, attraverso testimonianze e documenti gentilmente concessi dalla Casa Museo di Poe, La maschera di Edgar Allan Poe racconta l’indagine circa questa misteriosa morte. Quattro personaggi e quattro possibili cause del decesso del Maestro del mistero in un classico giallo che si svolge all’interno della taverna di East Lombard Street la notte del 3 ottobre 1849.

Abbiamo assistito, dunque, allo spettacolo con le migliori aspettative ed eccitati di poter vedere in scena, dal vivo, quel Genere che tanto amiamo. Tuttavia, all’apertura del sipario e con lo scorrere del tempo, ci siamo resi conto che le nostre attese erano mal riposte.

Gli attori in scena conoscono certamente il mestiere e danno prova di avere una buona formazione accademica. Nonostante questo, risultano – chi più, chi meno – troppo acerbi: è evidente che c’è bisogno di una maggiore esperienza di palcoscenico, al fine di modulare un registro fin troppo sopra le righe e – dunque – incline alla piattezza. Il troppo, infatti, se costante, risulta uguale al troppo poco. Detto questo, la recitazione non è assolutamente il punto debole di questa messa in scena.

Ciò che appare più fragile sono la regia e la drammaturgia. Se la prima è estremamente minimale e si limita a una costruzione scenica che non lascia spazio a originalità di nessun tipo [nonostante la materia trattata offrirebbe grandi spunti creativi], la seconda si chiude in uno schematismo ripetitivo che impedisce la creazione di quella tensione necessaria a un racconto di Genere. L’escamotage del narratore così costruito, ad esempio, rompe la sospensione dell’incredulità scivolando in un cliché da presentatore di quiz televisivi che poco aderisce alla narrazione del terrore di fine ‘800. Per ovviare a questi limiti e a evidenti buchi di scena tra una ricostruzione e l’altra, si abusa dell’uso della musica nella speranza di sostenere un ritmo troppo spesso assente.

Scelte così naif si ritrovano anche in una scenografia senza personalità, utilizzata, ahimé, tradendo le regole della messa in scena: al cambio di ambiente, infatti, l’assetto scenografico non varia. Sarebbe stato più opportuno, a questo punto, eliminarla del tutto, creando spazialità ad esempio con l’utilizzo delle luci o di oggetti di scena simbolici ed efficaci, nonché rapidamente rimovibili all’occorrenza.

Visto che noi di InGenereCinema.com siamo amanti della meraviglia, avremmo potuto soprassedere a ogni leggerezza tecnica, se solo la compagnia ci avesse davvero mostrato il Grand Guignol.  La vera, grande, delusione cocente è che La maschera di Edgar Allan Poe lascia a bocca asciutta gli amanti dell’horror, proprio perché di horror non c’è traccia. Lo spettacolo si avvicina più a una commedia degli intrecci basata su un’indagine qualunque [anche perché il personaggio di Edgar Allan Poe risulta quasi un pretesto narrativo per avere un cadavere illustre], che al ritorno del terrore sul palcoscenico.

Nessun uso di effetti speciali, dunque, né un rivolo di sangue, neppure una nuvola di fumo hanno visto le tavole del palcoscenico del Petrolini. A nostro avviso è questa la mancanza più grave per una compagnia che si vanta di essere la prima a riportare in scena questo genere teatrale.

Tuttavia, ogni tipo di sperimentazione e di riproposizione di linguaggi che sembrano aver fatto il loro tempo, soprattutto quelli che cercano di proporre il Genere così come lo amiamo, ci fanno ben sperare. Ci auguriamo, vista la natura stessa del teatro che permette una continua evoluzione, che il Grand Guignol de Milan possa, presto o tardi, aderire davvero a questo linguaggio che noi tanto amiamo e sosteniamo sulle nostre pagine.

Paolo Gaudio

LA MASCHERA DI EDGAR ALLAN POE

Regia: Gianfilippo Maria Falsina Lamberti

Cast: Michelangiola Barbieri Torriani, Lorenzo Andrea Paolo Balducci, Mattia Maffezzoli, Gianfranco Ventriglia

Drammaturgia: Gianfilippo Maria Falsina Lamberti

Teatro e date: Teatro Petrolini, 10/11 ottobre 2020

Musiche originali: Nelson Mallè Ndoye

Make-up: Melania Del Vecchio

InGenere Cinema

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