HAMMAMET di Gianni Amelio

Il film comincia nel cortile di una scuola, con un giovane dallo sguardo furbo ma soprattutto consapevole di ciò che sta per fare: tenendo saldo il manico della fionda con la mano sinistra, tende l’elastico con la destra e lascia partire una pietra contro una delle finestre dell’edificio. Attraverso quella finestra rotta, che ormai funge da cornice e varco spazio temporale per il passato/futuro, passa la macchina da presa per mostrarci un uomo minuto, con lo sguardo fisso davanti a sé e le mani che si sfregano una con l’altra, tradendo preoccupazione e tensione, mentre intorno riecheggia la voce del Presidente Bettino Craxi durante un’assemblea di partito.

Quest’inizio proietta con decisione lo spettatore in una dimensione che ha a che fare con un racconto e una narrazione poco realistiche o biografiche, ma più romanzate e libere, nonostante la pesantezza e la concretezza del soggetto raccontato.

La volontà di Amelio e del suo cosceneggiatore Alberto Taraglio è dichiaratamente di voler concentrarsi sulla vicenda umana, sui drammi e i conflitti personali, sul percorso inesorabile verso il decadimento.

Ma il film viaggia anche su un doppio binario. Il primo è quello dell’aderenza mimetica e realistica: nel trucco e nella recitazione, Favino aderisce totalmente al personaggio di riferimento, con una prova attoriale davvero strepitosa; inoltre il film è girato esattamente nella dimora tunisina in cui l’ex presidente del Consiglio visse l’ultimissima parte della sua vita.

Il secondo binario, invece, si muove verso la libertà e l’astrazione.

Le motivazioni sul perché Craxi si trovi lì non vengono mai spiegate esplicitamente, ma vengono date per scontate. Il ruolo di Fausto, che avrà grande peso nella storia, è totalmente inventato. Molti nomi e molti personaggi vengono cambiati, mescolati o presentati sotto mentite spoglie. La figlia, Stefania, viene chiamata Anita, in riferimento alla passione di Craxi per Garibaldi. Il leader democristiano interpretato da Renato Carpentieri è semplicemente ‘l’ospite’.

Se la grande interpretazione di Favino metterà tutti d’accordo, Hammamet invece potrebbe scontentare un po’ tutti. Non è un film politico, non è un film storico, non è un film che dà giudizi, quindi potrebbe deludere chi cerca una visione politica, delle risposte o una presa di posizione riguardo a una storia vicina nel tempo, ma allo stesso tempo lontana nella memoria.

D’altro canto, potrebbe scontentare una visione troppo personale e personalizzata, che tende a farsi universale. Quest’approccio è totalmente legittimo e va rispettato, ma, se pensiamo ad un biopic americano recente come Vice di Adam McKay, il paragone diventa impietoso. Anche lì c’è un racconto vicino nel tempo e una trasformazione attoriale imponente [Christian Bale interpreta Dick Chaney] a supporto di una storia personale che però diventa davvero il racconto un’epoca e un pezzo di Storia con la S maiuscola.

Hammamet invece sembra volare basso e agire in un perimetro troppo ristretto, rispetto a quanto avrebbe potuto osare. L’approccio artistico è insindacabile e il prodotto finale è buono, ma considerando le parti in gioco, ci si poteva aspettare qualcosa in più.

Come il film, che preferisce porre delle domande invece di dare delle risposte, anche noi ci chiediamo: perché il cinema italiano non riesce a raccontare l’Italia attraverso una chiave epica? È un problema di industria o di visione autoriale?

Egidio Matinata

HAMMAMET

Regia: Gianni Amelio

Con: Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen, Alberto Paradossi, Federico Bergamaschi, Roberto De Francesco, Adolfo Margiotta, Massimo Olcese, Omero Antonutti, Giuseppe Cederna, Renato Carpentieri, Claudia Gerini

Uscita in sala in Italia: giovedì 9 gennaio 2020

Sceneggiatura: Gianni Amelio, Alberto Taraglio

Produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema, Minerva Pictures Group, Evolution People, SBH

Distribuzione: 01 Distribution, Minerva Pictures Group

Anno: 2020

Durata: 126’