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CAPTIVE di Brillante Mendoza

captive1Già nel 2005, anno del fortunato esordio dietro la macchina da presa con Masahista [premio del concorso video al Festival di Locarno e quello del pubblico al Torino International Gay & Lesbian Film Festival], Brillante Mendoza ha dimostrato una certa attenzione al reale, attingendo a piene mani da storie vere, dalla quotidianità o ispirandosi a fatti realmente accaduti, proprio come nel caso della sua opera prima, nella quale raccontava avventure e disavventure lavorative ed esistenziali di un giovane massaggiatore omosessuale. Tale attaccamento alla realtà è diventata una vera e propria caratterizzazione narrativa del suo cinema, che ha finito con l’influenzare inevitabilmente tanto la messa in scena quanto la messa in quadro. Ne viene fuori un corpus filmico che, anche se figlio di un lavoro di scrittura e trasposizione basato su meccanismi di finzione, finisce con il portare sul grande schermo pellicole che abbracciano scelte e approcci di natura semi-documentaristica. A questo, il regista filippino associa temi e stilemi che da otto anni a questa parte appaiono ciclicamente nelle storie che di volta in volta si trova a raccontare e a tramutare in immagini.

È possibile per tanto rintracciare in film come Foster Child, Kàleldo, Serbis, Lola, Tirador, Thy Womb e soprattutto in Kinatay [Palma d’Oro a Cannes 2009 per la miglior regia], un preciso filo rosso fatto di tempi dilatati, passione per gli umili e violenza urbana, con il quale Mendoza cuce insieme drammaturgia e regia, ottenendo da esso una perfetta simbiosi tra la narrazione e il racconto audiovisivo.

captive2Dunque c’era da aspettarselo che il suddetto filo rosso facesse puntualmente capolino anche in Captive, penultimo film da lui diretto [l’ultima è Thy Womb, in concorso a Venezia nel 2012] e presentato con successo alla 62esima edizione della Berlinale. Nelle sale nostrane grazie alla lungimiranza della Nomad a partire dal 21 febbraio, la pellicola trae spunto dal drammatico ed estenuante rapimento di una ventina di turisti da parte di separatisti islamici del gruppo Abu Sayyaf, avvenuto il 27 maggio del 2001 in un resort di una località balneare filippina sull’isola di Palawan. Nel caos durante il rapimento, l’assistente sociale francese Therese Bourgoine e la sua collega filippina Soledad, rimangono coinvolte e portate via insieme al vero obiettivo del sequestro, ossia gli ospiti del villaggio vacanze. Gli ostaggi vengono prima trasportati in un’affollata barca da pesca nell’isola di Basilan, attraversando centinaia di chilometri nel mare di Sulu per diversi giorni.

captive3Poi, dopo un lungo cammino nella giungla, affrontando una natura ostile, giungono nelle montagne dell’isola. Qui il gruppo è subito inseguito dai militari. Con le forze armate alle calcagna, ostaggi e rapitori sono costantemente in fuga, lasciandosi alle spalle campi temporanei uno dietro l’altro. A causa degli spari indiscriminati dei militari, gli ostaggi non hanno altra scelta che tener duro insieme ai rapitori. Therese e gli altri cercano di non perdere la speranza, ma si rendono conto che, in realtà, l’esercito non sta facendo molto per salvarli davvero. Sono ignari che il loro estenuante calvario, fisico e mentale, durerà per più di un anno.

In Captive va in scena un interessante “gioco” degli opposti, tanto sul piano religioso [la contrapposizione e la coesistenza dei  mussulmani con i cristiani, rese attraverso alcune scene dal forte impatto empatico come quella dell’ospedale o della barca nelle quali i rapitori prima distruggono alcuni simboli cristiani e poi gettano in mare delle Bibbie] quanto esistenziale e umano [la missionaria e il giovanissimo rapitore si scambiano gesti di affetto], il tutto sotto gli occhi di una natura impietosa che osserva passiva oppure infierisce senza pietà.

captive4Quest’ultimo è un altro aspetto ricorrente nella filmografia di Mendoza, che al contrario vede con Captive l’irrompere in maniera prepotente ed evidente di un elemento del tutto inedito. Un elemento che per fortuna né intacca né stravolge il suo modo di fare e concepire la Settima Arte. Per la prima volta, infatti, Mendoza punta su un volto noto del panorama attoriale internazionale, affidandogli il ruolo di protagonista; lui che ha sempre preferito al grande nome, gente comune presa in prestito dalla strada o professionisti del settore più o meno conosciuti in quel delle Filippine. La scelta è caduta su Isabelle Huppert, qui alla sua seconda esperienza con un regista asiatico a poca distanza dalla collaborazione con il sud-coreano Hong Sang-soo, che l’ha voluta in In Another Country [a marzo nelle sale italiane con la Tucker]. Da parte sua, la Huppert si cala magnificamente nei panni Therese Bourgoine, regalando un’intensa e sofferta interpretazione che, oltre a impreziosire il fattore recitativo, non sembra aver destabilizzato il processo creativo di Mendoza.

captive5Il risultato, infatti, denota una certa alchimia, che ha consentito a entrambi di dare il meglio: da una parte l’attrice transalpina viene messa nelle condizioni di scendere nelle viscere del suo personaggio, restituendo alla platea le poche gioie e i molti dolori ai quali è stata sottoposta dagli eventi narrati senza però scivolare nella più facile delle enfatizzazioni, dall’altra un regista che ha saputo lavorare in presa diretta sulle emozioni, evitando di inciampare nella spettacolarizzazione del dramma umano, che ha invece segnato indelebilmente una pellicola come L’ultima alba di Fuqua e solo in parte Rebellion di Kassovitz . Che sia camera a mano o steadicam, lo stile di Mendoza accompagna la narrazione dei fatti senza caricarli più di quanto ce ne sia bisogno, perché a restituire la vera misura del dramma ci pensano già il sangue versato e la paura provata dai protagonisti di quei 377 lunghissimi giorni trascorsi tra mare e giungla.

captive6Va detto purtroppo che il loro meglio non è bastato. Qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto e quel qualcosa va di sicuro rintracciato da un’altra parte, che non sia collocata né sul versante recitativo né tantomeno su quello registico, piuttosto nella sceneggiatura. Captive, seppur caratterizzato da una buona dose di tensione latente pronta in qualsiasi istante a esplodere [vedi l’avvistamento notturno della barca che trasporta il gruppo di ostaggi da parte di una motovedetta della guarda costiera filippina], ha nell’architettura narrativa una evidente mancanza di scorrevolezza nel racconto che non ha nulla a che fare con i tempi morti, bensì con delle digressioni che depotenziano la carica emozionale nel suo complesso.

captive8Frequenti battute d’arresto non permettono al pubblico di vivere con il fiato sospeso gli accadimenti che segneranno alla fine il destino delle donne e degli uomini che li hanno vissuti, ma di concentrarsi solo su alcune fasi del sequestro, a cominciare dai tentativi di liberazione [vedi il fuoco amico nell’ospedale e nelle scene della giungla].

Il motivo potrebbe essere rintracciato in uno script che sembra più attento a descrivere le dinamiche salienti di quel drammatico evento, piuttosto che a restituire ciò che hanno provato coloro che le hanno provato sulla loro pelle. In poche parole, se da un lato il cast e il regista sono stati bravi a tirare fuori e a esaltare quelle poche emozioni presenti nel testo, dall’altro c’è un testo che non ha saputo mettere su carta l’enorme ventaglio di emozioni che la storia alla quale il film si ispira poteva mettere a disposizione e che invece non è evidentemente stato setacciato fino in fondo.

Francesco Del Grosso

CAPTIVE

3 Teschi

Regia: Brillante Mendoza

Con: Isabelle Huppert, Kathy Mulville, Marc Zanetta

Uscita in sala in Italia: giovedì 21 febbraio 2013

Sceneggiatura: Brillante Mendoza, Patrick Bancarel, Boots Agbayani Pastor, Arlyn della Cruz

Produzione: Swift Productiones, Centerstage, B.A. Produktion, Studio Eight Productiones

Distribuzione: Nomad

Anno: 2012

Durata: 120’

InGenere Cinema

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