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ENTER THE VOID di Gaspar Noé

thevoid1Oscar [Nathaniel Brown] e Linda [Paz De La Huerta], fratello e sorella, si ritrovano dopo anni di dura e sofferta separazione, e tentano di rifarsi una vita a Tokyo.

Provengono da un’adolescenza difficile, frutto di un’infanzia ancora più traumatica, segnata dall’aver assistito al tragico incidente d’auto che costò la vita a entrambi i genitori. Un incidente che rappresenta l’inizio del loro acerbo declino personale, costellato di esperienze in case famiglia, adozioni, vita di strada e solitudine, fughe, droga e sesso.

Come già successo in Irréversible [2002], Gaspar Noé trae i pochi spunti narrativi della sua storia dalla perdita della sicurezza individuale, o meglio, da un evento traumatico capace di cambiare drasticamente l’esistenza di chi lo ha vissuto [era stato lo stupro per la Bellucci di Irréversible, ora è l’incidente d’auto per l’Oscar e la Linda di Enter the Void, 2009].

E a ben guardare Enter the Void ha molti altri punti in comune con Irréversible, a partire dalla palese ricerca di destrutturazione della trama [raccontata temporalmente alla rovescia nel primo, ricostruita attraverso flashback e sogni, nel nuovo], per arrivare ai temi ossessivi della nascita e del traumatico annullamento del rapporto con la madre generatrice [servano da esempio in Enter the Void i ritornanti quesiti/moniti riguardanti la morte che la piccola Linda innocentemente pone alla madre, e non si può che ritrovarne un osceno simulacro nella scena del raschiamento in sala operatoria, con tanto di dettaglio sul piccolo feto coperto di sangue che giace sul vassoio chirurgico]. Le somiglianze tra i due film continuano a rincorrersi nei locali notturni, con le faune che li abitano e le luci intermittenti, che sembrano voler palesare anche un invisibile incrocio urbanistico tra la Francia dell’uno e il Giappone dell’altro.

thevoid2Ma Enter the Void è di certo l’estremizzazione di quello che era accaduto in Irréversible: i sogni premonitori di Monica Bellucci si mutano nel macabro monito contenuto nel Libro tibetano dei morti e nelle spiegazioni che Alex [Cyril Roy]fa ad Oscar riguardo la morte e la reincarnazione.

C’è poco tempo per gettare delle basi più solide [nonostante la durata fiume di 143 minuti], dopo poco il personaggio principale, di cui si condivide la soggettiva in uno strano ribaltamento della camera diegetica dei più moderni realmovie, e di cui si riesce ad ammirarne il volto solo durante gli stati alterati, fuori di sé [l’estasi della droga e della morte], viene freddato con un colpo di pistola sparato da un poliziotto, durante una retata nel locale Void, dove Oscar era solito spacciare.

Da quel momento il film si trasforma nel viaggio di un’anima inquieta che sorvola, inizialmente, sopra quello che fino a qualche momento prima era stato il suo contenitore, e che ora giace nella latrina del bagno di un bar, in posizione quasi fetale [ancora una esteriorizzazione della nascita-morte], per poi essere continuamente rimbalzato nelle vite private di tutti coloro che avevano fatto parte della sua esistenza, trapassando oggetti sferici che servono da porte dimensionali [il foro del proiettile, i fornelli di una cucina, un posacenere…].

Un viaggio iniziatico ad una nuova forma di esistenza, che ha il fine di trovare una spiegazione ad un decesso improvviso, ma anche una fuga da una verità non accettabile, senza un rifugio sicuro in cui scomparire per un po’, nell’illusione di riprendere l’infinito movimento.

Se nella prima parte Noé si abbandona a lunghi momenti psichedelici, in cui colori e forme si impossessano del fotogramma per simulare gli effetti allucinogeni dovuti al rilascio di DMT nel cervello di Oscar, per tutto il resto del film, l’anima del ragazzo attraversa [tra un incontro e l’altro] immagini digitali simili alle prime, e pressanti minuti di flash bianchi dall’effetto stroboscopico [la morte come ultimo allucinante “viaggio” pare abbia in comune con il “farsi” proprio questo rilascio di DMT nel cervello].

thevoid3L’ennesima provocazione di Gaspar Noé al suo pubblico che, pur potendo pescare dentro Enter the Void elementi di profonda rilevanza filmica, dovranno andarli a cercare in un’abnorme pozza di colori e luci, inutilmente dilatati nel tempo, ad allungare troppo insistentemente una trama semplice e d’impatto [anche in questo caso, come per Irréversible].

Partorito dall’interesse del regista per il tema della reincarnazione e dall’ossessione per la morte, Enter the Void rimane un importante esperimento di libertà creativa, un sonoro schiaffo al cinema commerciale, ma di certo anche un’opera difficilmente digeribile.

A salvarlo a priori basterebbe l’idea di viaggio al di fuori del sé [del quando e del come], in un mondo dove forme e dimensioni hanno modo di mutare a piacimento, di falsare prospettive e distanze, e dove “l’altro” ha senso solo se visto come oggetto da cui trarre giovamenti, servigi, energia [mentale o sessuale].

Di certo anche il sesso è la benzina grazie alla quale viaggia la macchina Enter the Void: ne troviamo sparso un po’ per tutto il film, ne aleggia nella camera da letto che i due fratelli condividono, e ne abbonda il finale, con l’orgia onirica e la sua sgarbata-grottesca chiusa.

Un film che, sicuro, troverà difficoltà di comunicazione con gran parte del pubblico. Di certo, un viaggio vertiginoso.

Luca Ruocco

 

Regia: Gaspar Noé

Con: Nathaniel Brown, Paz De La Huerta, Cyril Roy, Emily Alyn Lind

Uscita in sala in Italia: venerdì 9 dicembre 2011

Sceneggiatura: Gaspar Noé

Produzione: Wild Bunch

Distribuzione: Bim Distribuzione

Anno: 2011

Durata: 143’

InGenere Cinema

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