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KONG: SKULL ISLAND di Jordan Vogt-Roberts

1973: una spedizione fatta di militari dell’esercito americano, reporter e studiosi di una società segreta chiamata Monarch, si dirige verso un’isola sconosciuta e inesplorata, scoperta grazie all’utilizzo delle prime tecnologie satellitari. Appena arrivati sull’isola e aver sganciato dagli elicotteri delle bombe utili a sondare i suoi strati più sotterranei, il gruppo viene attaccato da un gigantesco gorilla, alto ben 30 metri: gli uomini della spedizione scopriranno di trovarsi di fronte a Kong, una sorta di divinità per gli indigeni e l’unico della sua specie rimasto in vita per difende le altre creature di Skull Island da mostri altrettanto fuori scala ma davvero malvagi: gli Strisciateschi, creature rettiloidi dall’aspetto mostruoso e con alcune parti del proprio scheletro a vista.

Il Kong: Skull Island di Jordan Vogt-Roberts è un reboot della storia del re dei primati. Non cerca legami riconoscibili con film o capitoli precedenti, ma tenta di attualizzare la sua storia per renderla appetibile soprattutto per il pubblico più giovane. Tutto, quindi, nel film deve rispondere a esigenze commerciali ben precise: innanzitutto per un successo grande ci vuole un grande gorilla, e in questo caso con i suoi 30 metri dichiarati questo Kong è il più grande mai esistito. In secondo luogo, Kong: Skull Island doveva essere un ottimo punto di partenza per una saga che avrebbe dovuto abbracciare anche un altro grande re, quello dei rettili: Godzilla! Per quanto riguarda questo punto vi raccomandiamo di aspettare la bella sorpresa, dopo i titoli di coda, che sembra preludere a qualcosa in più di un Godzilla contro King Kong… ma staremo a vedere.

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RESIDENT EVIL: THE FINAL CHAPTER di Paul W. S. Anderson

A seguito di quanto accaduto in Resident Evil: Retribution, l’umanità è ormai ridotta ai minimi termini. I pochi gruppi di sopravvissuti al Virus T stanno per capitolare, decretando di fatto la fine della razza umana. Per Alice [Milla Jovovich] l’ultimo capitolo della saga ispirata al videogame horror, ancora una volta diretto da Paul W. S. Anderson, è un vero e proprio ritorno a casa. Il conto alla rovescia che la separa dalla fine del mondo, infatti, pretende la sua presenza a Raccoon City, il luogo in cui l’incubo ha avuto inizio e dove la Umbrella Corporation sta ora radunando tutte le sue forze.

Resident Evil: The Final Chapter è una corsa contro il tempo: non solo per Alice che dovrà affrontare [letteralmente] sé stessa e il suo destino, ritrovando per strada molti amici e nemici visti negli altri capitoli della saga, in un loop narrativo puntellato qua e là di creature mutanti, ma anche per lo spettatore, che nell’arco dei circa 105’ sarà sballottato in un vortice filmico dai toni quasi sempre animati che non sembra avere un fine ultimo, un significato che possa sostanziarne l’organicità.

Lo stesso sviluppo del rapporto di sorellanza tra Alice e l’olografica Regina Rossa, e la presenza di un antivirus che rappresenta l’ultima speranza per debellare T nascosto proprio all’interno dell’Alveare di Raccoon City, sanno troppo di posticcio e debellano qualsiasi tipo di pathos.

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BILLY LYNN – UN GIORNO DA EROE di Ang Lee

Cinematograficamente parlando, il 2 febbraio 2017 in Italia verrà ricordato come la giornata dedicata agli eroi di guerra. Un mix di coincidenze e “strategie” distributive ha voluto, infatti, che ben due pellicole sul tema approdassero nelle sale nostrane nello stesso weekend, ed entrambe battenti bandiera a stelle e strisce.

Stiamo parlando di La battaglia di Hacksaw Ridge e di Billy Lynn – Un giorno da eroe. Nel primo, il Mel Gibson regista rievoca la storia di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d’onore per aver salvato 75 soldati durante la battaglia di Okinawa, nella Seconda Guerra Mondiale, senza mai utilizzare un’arma. Nel secondo, invece, Ang Lee narra la storia del giovane soldato semplice Billy Lynn che, insieme ai commilitoni del reparto Bravo, si trasforma in un eroe nazionale dopo un’estenuante battaglia in Iraq.

Insomma, ci troviamo in presenza di uomini da celebrare e da ricordare, ciascuno a proprio modo per il coraggio dimostrato sul campo di battaglia. Un atto dovuto in entrambi i casi che, oltre a tributare il giusto omaggio all’uomo e alle sue gesta, serve anche ad alimentare il serbatoio del patriottismo, che oggi più che mai ha un bisogno enorme di carburante da bruciare per alimentare il motore della suddetta causa.

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ANIMALI FANTASTICI E DOVE TROVARLI di David Yates

animali-fantastici1Chi è così pazzo da poter vendere una gallina dalle uova d’oro? Risposta: George Lucas.

Scherzi a parte, ci sono compagnie cinematografiche che fanno ben altri calcoli, tenendosi strette le loro grosse fonti di guadagno, anche perché i loro investimenti vanno oltre la semplice produzione di una pellicola. Devono badare al merchandising, alle ridistribuzioni in home video e anche al mantenimento di grossi parchi divertimenti [e in questo la Disney ne è campione indiscusso]. Una di queste è la Warner Bros., che dall’inizio degli anni 2000 ha puntato su un fenomeno letterario che ha conquistato milioni di bambini, adolescenti e anche adulti in tutto il mondo: Harry Potter, un nome che si è aggiunto nell’immaginario contemporaneo insieme a quello di Luke Skywalker [Guerre stellari] e Frodo Baggins [Il signore degli anelli].

Nel 2001 il primo film, Harry Potter e la pietra filosofale, ha fatto sognare nuovamente gli stessi bambini, adolescenti e adulti nelle sale cinematografiche, facendoli affezionare al trio in carne ed ossa di Harry [Daniel Radcliffe], Hermione Granger [Emma Watson] e Ron Weasley [Rupert Grint] per i successivi dieci anni delle loro vite, fino alla conclusione definitiva [forse] delle loro avventure con Harry Potter e i doni della morte, diviso in due film. Cinque anni più tardi, la Warner è pronta a puntare nuovamente sullo stesso universo, attuando però una mossa azzardata: niente Harry Potter.

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TRAFFICANTI di Todd Philips

trafficanti1Signore e signori, i leoni sono tornati o sarebbe il caso di dire che “il” leone è tornato. Stiamo parlando di Todd Philips, l’autore e il regista della fortunata trilogia de Una notte da leoni, che qui si cimenta con un altro script fuori di testa.

La cosa che destabilizza è come certe volte la realtà superi di gran lunga la fantasia regalando al pubblico delle situazioni al limite dell’umano. I fatti da cui trae ispirazione Trafficanti sono realmente accaduti e si basano sulla vicenda giudiziaria che ha coinvolto David Packouz [Miles Teller] e Efraim Diveroli [Jonah Hill], che ai tempi della guerra nel golfo rifornivano il Governo Americano e i combattenti afgani in quella che non solo è stata e continua ad essere una guerra infinita, ma che forse è uno dei più grandi business della storia mondiale. Infatti, se ci sforziamo di guardare la guerra dal punto di vista strettamente economico, non avremmo altro che un mega movimento di miliardi di dollari.

David rappresenta la quota con più valori nella coppia, anche se persino lui, così rigido e precisino, di fronte ai bei dollaroni non si tira certo indietro e non si fa alcuna specie di raccontare una serie di balle alla moglie, divenuta all’epoca dei fatti una dolce neo-mamma. Efraim eredita la quota fuori di testa che nella trilogia di Una notte da leoni era affidata ad Alan [Zack Galifianakis].

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LIGHTS OUT – TERRORE NEL BUIO di David F. Sandberg

lights-out-1Ci sono alcuni film horror che vivono di semplici intuizioni, lampi di luce che attraversano la mente del regista e anche se non stupiscono per l’eccellente intreccio narrativo riescono lo stesso ad acquisire una credibilità e ragion d’essere grazie all’atmosfera che vi si respira all’interno, d’altro canto quale altro compito ha il cinema se non suggestionare lo spettatore?

Dietro la macchina da presa di Lights Out troviamo l’esordiente David F. Sandberg, che fino alla realizzazione di questa pellicola aveva girato solo cortometraggi, con il supporto di sua moglie, e a sostenerlo il solido James Wan [The Conjuring] qui nella veste di produttore. A destare l’interesse di Wan fu proprio uno dei cortometraggi di Sandberg, Lights Out appunto, grazie al suo plot molto semplice ed un gusto particolare nella messa in scena. Come dicevamo in precedenza c’è un tocco personale a permeare l’opera di Sandberg che ha rispolverato il concetto dello spirito persecutore che non solo infesta la casa dove vive il piccolo Martin ma che, in qualche modo, sembra avere l’approvazione e la connivenza della madre Sophie, relazione che non viene vista di buon occhio dalla figlia Rebecca che appena ha potuto ha abbandonato il tetto materno proprio per sfuggire a dinamiche che le hanno reso la vita un inferno.

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THE CONJURING – Il caso Enfield di James Wan

Il-Caso-Enfield-1Se il passaggio al nuovo millennio ha voluto dire, per il cinema horror mondiale, un dolce sacrificarsi all’altare votivo dei morti viventi, declinati nei modi più disparati e contaminati da Generi non proprio a loro consoni, è altrettanto vero che l’ultima decade è stata variamente popolata da storie di demoni e fantasmi particolarmente affezionati alle mura domestiche.

Nel campo delle ghost-stories il cinema horror degli anni zero e dieci ha assistito allo svilupparsi di fortunate saghe fantasmatiche, pensiamo a quella low budget di Paranormal Activity, e alle due tenute a battesimo da James Wan: Insidious e The Conjuring.

Proprio quest’ultima torna in sala con un secondo capitolo al cardiopalma, dopo la pausa spin-off dedicato alla bambola Annabelle.

Un incipit che punta dritto al cuore di horrorofili e amatori delle materie occulte ambientato nientemeno che nella casa di Amityville. Solo una breve e gustosa intro che serve ad reintrodurre al pubblico le figure  dei due indagatori del paranormale Ed e Lorraine Warren [Patrick Wilson e Vera Farmiga] e uno dei feroci ecto-villain del capitolo, un’oscura suora che regala alla medium un grosso carico di ansia mostrandole le immagini della possibile violenta dipartita del marito.

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MONEY MONSTER – L’ALTRA FACCIA DEL DENARO di Jodie Foster

COL_BILL_TEMPLATE_21Passaggio lampo fuori concorso sulla croisette cannense e poi l’approdo nelle sale per la quarta fatica dietro la macchina da presa di Jodie Foster. Si decide, infatti, nell’arco di una manciata di giorni il destino di Money Monster, action thriller diretto dall’attrice statunitense, che torna sul grande schermo nelle vesti di regista a distanza di sei anni da Mr. Beaver. Nel mezzo, ovviamente, non è stata a guardare, continuando a interpretare le pellicole dei colleghi e a tenersi in allenamento debuttando anche nella regia televisiva con alcuni episodi delle acclamate serie Netflix Orange Is the New Black e House of Cards. Con queste, la Foster si è fatta sicuramente le ossa, quanto basta per dare forma e sostanza a un film che di sostanza ne ha molta tecnicamente e recitativamente parlando, un po’ meno sul fronte drammaturgico.

La Foster si misura con un Genere con il quale aveva avuto a che fare solo come interprete, mettendosi al servizio di cineasti e film che di adrenalina ne hanno saputa iniettare a profusione nelle vene dello spettatore di turno: dal Richard Donner di Maverick al David Fincher di Panic Room, dal Robert Schwentke di Flightplan allo Spike Lee di Inside Man. Inevitabile, a questo punto, che le suddette esperienze si siano tramutate in un pozzo dal quale attingere a piene mani, soprattutto per quanto concerne la gestione, il controllo e la trasmissione sullo schermo della tensione. Quest’ultima è, non a caso, insieme all’ottima performance del duo ClooneyRoberts, la portata principale del menù offerto ai fruitori di Money Monster.

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BATMAN V SUPERMAN: Dawn of Justice di Zack Snyder

batmanvsuperman1[Pro e Contro: Ruocco V Gaudio]

[Luca Ruocco – CONTRO]

“Questi extracomunitari arrivano nelle nostre città per rubarci la terra e il lavoro…”, tema caustico e assai attuale [si scherza!] quello del Batman V Superman: Dawn of Justice di Zack Snyder, film con un Uomo Pipistrello [Ben Affleck] coattamente adirato contro l’alieno piombato giù dal pianeta Krypton [Henry Cavill] pronto ad usurpare il ruolo di eroe [prima] e di dio [poi], facendo leva su attitudini e abilità tutte extra-terrestri che, a breve giro, riescono ad attirare sull’eroe dal mantello rosso l’amore del popolo ma anche l’invidia e la gelosia di chi non riesce a sopportare che un non-terrestre possa decidere di mettere ordine su un Pianeta che del caos ha fatto il suo biglietto da visita.

Batman V Superman: Dawn of Justice è uno dei film più attesi dell’annata 2016, in materia di cinecomics. Non l’unico che punti su un epico scontro tra eroi, visto che anticipa di poco il marveliano Captain America: Civil War, ma di certo quello che avrebbe dovuto/potuto riportare in auge la saga e il personaggio di Superman, dopo l’assai deludente L’uomo di acciaio dello stesso Snyder e fornire ai fan l’ennesima [e funzionante] versione del Cavaliere-Oscuro-Sempre-Più-Oscuro. Sarebbe dovuto essere, soprattutto, l’incipit del rilancio delle produzioni derivate dall’universo DC Comics: un traghetto verso un livello di sfruttamento produttivo assai più concitato e fruttuoso.

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ONDA SU ONDA di Rocco Papaleo

onda-su-onda1Cliché [kliʃe]: schema di un ragionamento o di un discorso che si ripete abitualmente; espressione banale e priva di originalità.

Dispiace introdurre il nuovo film di Rocco Papaleo con un incipit così sbrigativo. Dispiace perché Rocco ama il jazz. Dispiace perché Rocco ha gli occhi buffi. Dispiace perché sembra una di quelle entità un po’ naif e sinceramente avulse da tutto quello starsystem italiano che oscilla tra decadenza e kitsch. Ma, purtroppo, al terzo film, Rocco Papaleo, dopo il grazioso esordio con Basilicata Coast to Coast, e il piatto Una piccola impresa meridionale, conferma il non confermarsi, proponendo in questo Onda su onda un noioso pamphlet di tutti i mali del cinema moderno, italiano in particolare.

L’esistenzialismo spiccio c’è.  Gegè  [Rocco Papaleo] è un cantante fallito, fossile di un epoca lontana, che cerca di reinventare la propria carriera in un fantomatico concerto in Uruguay;  mentre Rocco [Alessandro Gassman] è semplicemente depresso, misantropo e arreso. Da quattro anni nella cucina di una nave per nascondersi ad un passato ingombrante, talmente ingombrante che la sceneggiatura decide di liquidarlo con uno spiegone di pochi secondi, così da giustificare impunemente i centodue minuti in cui l’espressione grave di Gassman piantona lo schermo.

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