Paolo Gaudio

MARY E IL FIORE DELLA STREGA di Hiromasa Yonebayashi

Trovare il proprio sguardo è un’operazione assai difficile. Distinguersi mostrando un punto di vista personale e autentico che possa rappresentare la cifra stilistica ed espressiva di un vero autore, non è cosa da tutti. Ne sa qualcosa Hiromasa Yonebayashi, allievo del gigante Hayao Miyazaki, giunto al suo terzo lungometraggio e costretto a mettersi in proprio a seguito della chiusura della casa di produzione di capolavori come La Città Incantata o La Principessa Mononoke. Costretto nel perpetuare lo spirito dello Studio GhibliMary e il fiore della Strega, racconta la storia di un singolare fiore azzurro, che sboccia una volta ogni sette anni tra gli alberi di una foresta incantata. E della piccola Mary Smith, che trascorre le vacanze in campagna, nei pressi di quella magica foresta, esattamente nel periodo della miracolosa fioritura.

Pur di sfuggire all’ennesimo pomeriggio sonnolento in compagnia della vecchia prozia Charlotte, la sconsiderata Mary insegue un gattino randagio nel folto di una foresta minacciosa. Perse immediatamente le tracce del fuggiasco, l’attenzione della ragazzina viene catturata da un bellissimo fiore azzurro che risplende tra le erbacce. Il fiore conferisce a Mary incredibili poteri magici: per un po’ vola a cavallo di un manico di scopa imbizzarrito, prima che il legno dispettoso la scaraventi sull’uscio di un’importante scuola di magia. L’istituto chiamato Endors College, diretto dall’esuberante Madama Mumblechook e dal brillante Dottor Dee, non convince l’astuta Mary, che per sopravvivere nell’universo sconosciuto abitato da maghi e creature fantastiche, decide di rubare un libro molto speciale.

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RABBIA FURIOSA – ER CANARO: Video-Intervista a Sergio Stivaletti

sergio-stivalettiRoma, oggi. Nella periferia del Mandrione, Fabio torna in libertà dopo otto mesi di prigione e una pena scontata al posto dell’amico Claudio. Fabio è un uomo mite, gentile e deciso a riprendere la sua vita con la moglie, la figlia e la sua attività di toelettatore di cani [in romanesco “er canaro”]. Ma le cose prendono un’altra piega. Il rapporto con Claudio, ex pugile che punta a diventare un boss del quartiere, dove vige ancora la legge del più forte, evolverà nel segno della sudditanza e delle vessazioni. Fino a quando, dopo l’ennesima violenza, fisica e psicologica, Fabio si vendicherà in un modo inaspettatamente crudele.

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LA TERRA DELL’ABBASTANZA: Video-Intervista ai Fratelli D’Innocenzo

fratelli-d-innocenzoMirko e Manolo sono amici fin dalle elementari, vivono in un quartiere periferico di Roma e frequentano la scuola alberghiera, che sperano di finire al più presto per poter fare i bartender. Una sera, a bordo della loro utilitaria, investono un uomo e scappano senza prestargli soccorso. Dopo gli iniziali sensi di colpa i due amici scoprono che quell’evento tragico può essere un’opportunità per loro. L’uomo investito era pentito del piccolo clan dei Pantano, criminali della zona, e Mirko e Manolo si guadagnano il diritto di entrare nel clan, ottenendo il rispetto e il denaro che non hanno mai avuto. Sotto la guida del malavitoso Angelo, i due amici iniziano a lavorare per il clan come killer senza la reale consapevolezza delle loro azioni.

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DOGMAN di Matteo Garrone

dogmanTra i tanti episodi macabri e violenti che hanno riempito la cronaca nera romana, due sono entrati largamente nell’immaginario collettivo. Ci riferiamo, ovviamente, ai noti fattacci del Nano di Termini e a quelli, ancora più celeberrimi e crudeli, del Canaro della Magliana. Dal primo, un giovane Matteo Garrone, ne trasse nel 2002 la sua bellissima opera seconda, L’imbalsamatore, che gli consentì di imporsi come promessa del nuovo cinema d’autore italiano. A distanza di sedici anni, il regista romano, ormai solida realtà del nostro cinema, sceglie di raccontarci anche quella sporca storiaccia che vide un mite toelettatore di cani, trasformarsi in uno spietato torturatore e assassino.

In una periferia sospesa tra metropoli e natura selvaggia, dove l’unica legge sembra essere quella del più forte, Marcello è un uomo piccolo e mite che divide le sue giornate tra il lavoro nel suo modesto salone di toelettatura per cani, l’amore per la figlia Alida, e un ambiguo rapporto di sudditanza con Simoncino, un ex pugile che terrorizza l’intero quartiere. Dopo l’ennesima sopraffazione, deciso a riaffermare la propria dignità, Marcello immaginerà una vendetta dall’esito inaspettato.

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CONTROMANO di Antonio Albanese

contromanoPrerogativa essenziale della satira è la capacità di osservazione dell’attuale. Dissacrare e ironizzare su questo o quest’altro argomento di attualità ci consente, in maniera indiretta, di averne maggiore conoscenza, aiutando la formazione di una personale opinione. La satira, dunque, gioca un ruolo estremamente importante affinché si possa sovvertire un pensiero prestabilito, un’idea generale e preconcetta che spesso è figlia dall’incapacità di guardare le cose da un altro punto di vista, giudicandole autonomamente con la propria testa. La forza di una risata è straordinariamente dirompente, soprattutto, quando investe il Potere e la verità che esso nasconde, manipola, oscura.

Antonio Albanese, nel corso della sua lunga carriera, si è dimostrato molto capace nello svelare la realtà ipocrita e qualunquista che opprime il nostro Paese, creando personaggi caricaturali, eccessivi, mostruosi, eppure così veri e rappresentativi di questo momento storico, da mettere i brividi. Questo talento comico gli ha concesso di avere un approccio nei confronti del cinema solo apparentemente in linea con altri colleghi comici, ma in realtà, decisamente distante e lunare se solo lo si osserva con un po’ più di attenzione. Titoli come L’Uomo d’acqua dolce o La fame e la sete, mostrano un’ambizione e una peculiarità d’umorismo assai rara per il panorama nostrano, fatto perlopiù di commediucce innocue e vuote. Non è un caso, dunque, che Albanese regista sia stato fermo ben sedici anni [il suo ultimo film da direttore è del 2002: Il nostro matrimonio è in crisi] prima di tornare dietro la macchina da presa.

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READY PLAYER ONE di Steven Spielberg [Pro&Contro]

[PRO]

Nel 2045, il mondo reale è un luogo impervio e ostile. Gli unici momenti in cui Wade Watts si sente veramente vivo è quando si immerge in OASIS, un intero universo virtuale dove l’unico limite è la propria immaginazione. Il giovane decide di lanciarsi nella ‘ultimate challenge’ di James Halliday, il creatore di Oasis, il quale ne lascerà l’eredità al vincitore di un’agguerrita competizione in tre round.

Steven Spielberg si conferma ancora una volta come uno dei più grandi narratori, in maniera trasversale, degli ultimi cinquant’anni: dopo aver creato mondi, personaggi e un intero immaginario collettivo legato a un singolo nome, qui si cimenta nella reinvenzione di innumerevoli immaginari altrui, mettendo un punto, un limite forse insuperabile a questi anni in cui il cinema si nutre di sé, si autoalimenta con le storie che già lo compongono e allo stesso tempo esonda in altri territori, come quello del videogioco e soprattutto della realtà virtuale, proiettandosi già verso il futuro.

Sarebbe riduttivo inquadrare Ready Player One soltanto nell’ottica di un citazionismo nostalgico, come se fosse una sorta di “Nerd Museum” da visitare ammaliati e sedotti dal ritorno al passato e dai ricordi, e il cui accesso è garantito soltanto a coloro i quali hanno vissuto determinati momenti.

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PACIFIC RIM – LA RIVOLTA di Steven S. DeKnight

pacific-rim-la-rivoltaIn principio, Guillermo del Toro avrebbe voluto dedicarsi alla saga tutta Robot-contro-Mostri che aveva contribuito a creare. Sfortunatamente, la Warner non era di questo avviso e mollò l’idea di un sequel, lasciando la sola Legendary al timone del progetto. A quel punto, l’entusiasmo di del Toro è scemato e tutta la sua attenzione e creatività si sono concentrate verso il pluripremiato La Forma dell’Acqua – e noi di InGenere gli siamo estremamente grati per questo. Tale abbandono avrebbe dovuto rappresentare l’epilogo per il franchise di Pacific Rim, ma a Hollywood, com’è noto, sono testardi e infatti, a distanza di cinque anni, ecco arrivare nelle sale di tutto il mondo, Pacific Rim – La Rivolta. Seguito modesto, decisamente forzato e con pochi momenti degni dell’originale.

Dieci anni dopo la battaglia della breccia, il programma Jeager è diventato l’organo di difesa globale più efficace della storia. Quando i Kaiju attaccano nuovamente la Terra, ancor più evoluti di prima, l’unica speranza di salvezza risiede in Jake Pentecost, figlio del deceduto comandante Stacker, che insieme alla sorella adottiva Mako Mori e ad un nuovo gruppo di piloti dovranno pilotare i nuovi Jeager di seconda generazione e impedire l’estinzione del genere umano.

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OLTRE LA NOTTE di Fatih Akin

oltre-la-notteFatih Akin avrebbe dovuto incontrare la stampa italiana per presentare il suo nuovo film, Oltre la Notte, passato in Concorso all’ultimo Festival di Cannes. Sfortunatamente, il maltempo che ha colpito il nostro Paese e in particolare, la neve che ha imbiancato Roma, non hanno concesso al regista tedesco di origine turca di essere presente a questo appuntamento.

Un vero peccato, in quanto, questa sua ultima fatica appare estremamente divisiva e controversa, per tanto la conversazione con il suo autore sarebbe stata molto stimolante e intellettualmente valida. Tematiche sociali come il terrorismo, l’odio per gli immigrati, la difficilissima integrazione in un’Europa sempre più multiculturale in teoria ma non in pratica, nonché la violenza generata da un ritorno preoccupate di ideologie nazionaliste, neofasciste e neonaziste, pongono Oltre la Notte in una scomodissima posizione, ovvero, quella di chi ha il coraggio di affrontare certi argomenti, esponendosi, tuttavia, alla retorica e alla semplificazione di problemi decisamente complessi.

La vita di Katja viene improvvisamente sconvolta dalla morte del marito Nuri e del figlioletto Rocco, rimasti uccisi nell’esplosione di una bomba. Grazie al sostegno di amici e familiari, Katja riesce ad affrontare il funerale e ad andare avanti. Ma la ricerca ossessiva degli assassini e delle ragioni di quelle morti insensate la tormenta, riaprendo ferite e sollevando dubbi. Danilo, avvocato e miglior amico di Nuri, rappresenta Katja nel processo finale contro i due sospetti: una giovane coppia appartenente a un’organizzazione neonazista. Il processo è un’esperienza durissima per Katja, che però non si arrende e si ostina a volere giustizia.

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A CASA TUTTI BENE di Gabriele Muccino

a-casa-tutti-beneDurante la conferenza stampa di A casa tutti bene, il regista Gabriele Muccino ha dichiarato di aver rifiutato la proposta di dirigine uno dei film più riusciti della stagione, Chiamami col tuo nome. A seguito di tale rivelazione un silenzio sinistro è calato sulla sala. Per alcuni, è presumibile pensare, che tale reazione sia da attribuirsi a una sensazione di scampato pericolo [al netto di come la si può pensare sul film, che si contenderà la statuetta più ambita il prossimo quattro marzo, il lavoro di Luca Guadagnino è assolutamente pregevole]. Mentre, altri, sono stati, più semplicemente, raggelati dalla ratio con la quale il regista romano sceglie i suoi prodotti. Anche chi vi scrive si è fermato a riflettere su questi criteri di scelta e su dove il cinema di Muccino stia pericolosamente precipitando. Le ambizioni internazionali sono terminate? La riscoperta dell’intimismo urlato – tanto caro a questo cineasta – è la risposta ad alcuni flop statunitensi? Oppure il ritorno al consueto, a ciò che si conosce e che è stato apprezzato è più forte di qualsiasi altra velleità hollywoodiana?  A seguito della visione di A Casa Tutti Bene, anche noi di InGenere abbiamo avuto modo di farci un’opinione in merito.

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I PRIMITIVI di Nick Park

i-primitiviOgni volta che l’Aardman Animation arriva in sala con un nuovo lungometraggio, per noi di InGenere Cinema e per tutti gli amanti dei cartoni animati in passo uno è assolutamente una festa. Impossibile non essere riconoscenti alla coppia artistica formata da Peter Lord e Nick Park che da circa vent’anni ci regala fantasia, divertimento e pura gioia, non appena si spengono le luci del cinematografo. Impossibile non amare quel gioiello di Gallina in fuga, oppure le avventure surreali e irresistibili di Wallace e Gromit, ma anche i sottovalutati Shaun – Vita da pecora e Pirati! briganti da strapazzo. Insomma, a coloro capaci di restituire stupore e meraviglia con pongo e plastilina, la riconoscenza e la stima è sempre ai massimi livelli. Così come l’indulgenza qualora facessero un piccolo passo falso. È il caso de I Primitivi, ultima fatica dello studio di Manchester, troppo esile, forse più adatto al piccolo schermo, ma comunque godibile e assolutamente da vedere.

All’alba dei tempi, la vita del cavernicolo Dag scorre tranquilla tra mammut lanosi, creature preistoriche e natura incontaminata. Ampio sorriso e chioma leonina, Dag è allo stesso tempo il guerriero più audace e incapace della sua adorabile e bizzarra tribù. Armato di buoni propositi e di una preistorica lancia spuntata, ha finalmente l’occasione di mostrare il suo valore quando un pericolo imminente minaccia di distruggere la sua casa.

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