Paolo Gaudio

CONTROMANO di Antonio Albanese

contromanoPrerogativa essenziale della satira è la capacità di osservazione dell’attuale. Dissacrare e ironizzare su questo o quest’altro argomento di attualità ci consente, in maniera indiretta, di averne maggiore conoscenza, aiutando la formazione di una personale opinione. La satira, dunque, gioca un ruolo estremamente importante affinché si possa sovvertire un pensiero prestabilito, un’idea generale e preconcetta che spesso è figlia dall’incapacità di guardare le cose da un altro punto di vista, giudicandole autonomamente con la propria testa. La forza di una risata è straordinariamente dirompente, soprattutto, quando investe il Potere e la verità che esso nasconde, manipola, oscura.

Antonio Albanese, nel corso della sua lunga carriera, si è dimostrato molto capace nello svelare la realtà ipocrita e qualunquista che opprime il nostro Paese, creando personaggi caricaturali, eccessivi, mostruosi, eppure così veri e rappresentativi di questo momento storico, da mettere i brividi. Questo talento comico gli ha concesso di avere un approccio nei confronti del cinema solo apparentemente in linea con altri colleghi comici, ma in realtà, decisamente distante e lunare se solo lo si osserva con un po’ più di attenzione. Titoli come L’Uomo d’acqua dolce o La fame e la sete, mostrano un’ambizione e una peculiarità d’umorismo assai rara per il panorama nostrano, fatto perlopiù di commediucce innocue e vuote. Non è un caso, dunque, che Albanese regista sia stato fermo ben sedici anni [il suo ultimo film da direttore è del 2002: Il nostro matrimonio è in crisi] prima di tornare dietro la macchina da presa.

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READY PLAYER ONE di Steven Spielberg [Pro&Contro]

[PRO]

Nel 2045, il mondo reale è un luogo impervio e ostile. Gli unici momenti in cui Wade Watts si sente veramente vivo è quando si immerge in OASIS, un intero universo virtuale dove l’unico limite è la propria immaginazione. Il giovane decide di lanciarsi nella ‘ultimate challenge’ di James Halliday, il creatore di Oasis, il quale ne lascerà l’eredità al vincitore di un’agguerrita competizione in tre round.

Steven Spielberg si conferma ancora una volta come uno dei più grandi narratori, in maniera trasversale, degli ultimi cinquant’anni: dopo aver creato mondi, personaggi e un intero immaginario collettivo legato a un singolo nome, qui si cimenta nella reinvenzione di innumerevoli immaginari altrui, mettendo un punto, un limite forse insuperabile a questi anni in cui il cinema si nutre di sé, si autoalimenta con le storie che già lo compongono e allo stesso tempo esonda in altri territori, come quello del videogioco e soprattutto della realtà virtuale, proiettandosi già verso il futuro.

Sarebbe riduttivo inquadrare Ready Player One soltanto nell’ottica di un citazionismo nostalgico, come se fosse una sorta di “Nerd Museum” da visitare ammaliati e sedotti dal ritorno al passato e dai ricordi, e il cui accesso è garantito soltanto a coloro i quali hanno vissuto determinati momenti.

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PACIFIC RIM – LA RIVOLTA di Steven S. DeKnight

pacific-rim-la-rivoltaIn principio, Guillermo del Toro avrebbe voluto dedicarsi alla saga tutta Robot-contro-Mostri che aveva contribuito a creare. Sfortunatamente, la Warner non era di questo avviso e mollò l’idea di un sequel, lasciando la sola Legendary al timone del progetto. A quel punto, l’entusiasmo di del Toro è scemato e tutta la sua attenzione e creatività si sono concentrate verso il pluripremiato La Forma dell’Acqua – e noi di InGenere gli siamo estremamente grati per questo. Tale abbandono avrebbe dovuto rappresentare l’epilogo per il franchise di Pacific Rim, ma a Hollywood, com’è noto, sono testardi e infatti, a distanza di cinque anni, ecco arrivare nelle sale di tutto il mondo, Pacific Rim – La Rivolta. Seguito modesto, decisamente forzato e con pochi momenti degni dell’originale.

Dieci anni dopo la battaglia della breccia, il programma Jeager è diventato l’organo di difesa globale più efficace della storia. Quando i Kaiju attaccano nuovamente la Terra, ancor più evoluti di prima, l’unica speranza di salvezza risiede in Jake Pentecost, figlio del deceduto comandante Stacker, che insieme alla sorella adottiva Mako Mori e ad un nuovo gruppo di piloti dovranno pilotare i nuovi Jeager di seconda generazione e impedire l’estinzione del genere umano.

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OLTRE LA NOTTE di Fatih Akin

oltre-la-notteFatih Akin avrebbe dovuto incontrare la stampa italiana per presentare il suo nuovo film, Oltre la Notte, passato in Concorso all’ultimo Festival di Cannes. Sfortunatamente, il maltempo che ha colpito il nostro Paese e in particolare, la neve che ha imbiancato Roma, non hanno concesso al regista tedesco di origine turca di essere presente a questo appuntamento.

Un vero peccato, in quanto, questa sua ultima fatica appare estremamente divisiva e controversa, per tanto la conversazione con il suo autore sarebbe stata molto stimolante e intellettualmente valida. Tematiche sociali come il terrorismo, l’odio per gli immigrati, la difficilissima integrazione in un’Europa sempre più multiculturale in teoria ma non in pratica, nonché la violenza generata da un ritorno preoccupate di ideologie nazionaliste, neofasciste e neonaziste, pongono Oltre la Notte in una scomodissima posizione, ovvero, quella di chi ha il coraggio di affrontare certi argomenti, esponendosi, tuttavia, alla retorica e alla semplificazione di problemi decisamente complessi.

La vita di Katja viene improvvisamente sconvolta dalla morte del marito Nuri e del figlioletto Rocco, rimasti uccisi nell’esplosione di una bomba. Grazie al sostegno di amici e familiari, Katja riesce ad affrontare il funerale e ad andare avanti. Ma la ricerca ossessiva degli assassini e delle ragioni di quelle morti insensate la tormenta, riaprendo ferite e sollevando dubbi. Danilo, avvocato e miglior amico di Nuri, rappresenta Katja nel processo finale contro i due sospetti: una giovane coppia appartenente a un’organizzazione neonazista. Il processo è un’esperienza durissima per Katja, che però non si arrende e si ostina a volere giustizia.

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A CASA TUTTI BENE di Gabriele Muccino

a-casa-tutti-beneDurante la conferenza stampa di A casa tutti bene, il regista Gabriele Muccino ha dichiarato di aver rifiutato la proposta di dirigine uno dei film più riusciti della stagione, Chiamami col tuo nome. A seguito di tale rivelazione un silenzio sinistro è calato sulla sala. Per alcuni, è presumibile pensare, che tale reazione sia da attribuirsi a una sensazione di scampato pericolo [al netto di come la si può pensare sul film, che si contenderà la statuetta più ambita il prossimo quattro marzo, il lavoro di Luca Guadagnino è assolutamente pregevole]. Mentre, altri, sono stati, più semplicemente, raggelati dalla ratio con la quale il regista romano sceglie i suoi prodotti. Anche chi vi scrive si è fermato a riflettere su questi criteri di scelta e su dove il cinema di Muccino stia pericolosamente precipitando. Le ambizioni internazionali sono terminate? La riscoperta dell’intimismo urlato – tanto caro a questo cineasta – è la risposta ad alcuni flop statunitensi? Oppure il ritorno al consueto, a ciò che si conosce e che è stato apprezzato è più forte di qualsiasi altra velleità hollywoodiana?  A seguito della visione di A Casa Tutti Bene, anche noi di InGenere abbiamo avuto modo di farci un’opinione in merito.

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I PRIMITIVI di Nick Park

i-primitiviOgni volta che l’Aardman Animation arriva in sala con un nuovo lungometraggio, per noi di InGenere Cinema e per tutti gli amanti dei cartoni animati in passo uno è assolutamente una festa. Impossibile non essere riconoscenti alla coppia artistica formata da Peter Lord e Nick Park che da circa vent’anni ci regala fantasia, divertimento e pura gioia, non appena si spengono le luci del cinematografo. Impossibile non amare quel gioiello di Gallina in fuga, oppure le avventure surreali e irresistibili di Wallace e Gromit, ma anche i sottovalutati Shaun – Vita da pecora e Pirati! briganti da strapazzo. Insomma, a coloro capaci di restituire stupore e meraviglia con pongo e plastilina, la riconoscenza e la stima è sempre ai massimi livelli. Così come l’indulgenza qualora facessero un piccolo passo falso. È il caso de I Primitivi, ultima fatica dello studio di Manchester, troppo esile, forse più adatto al piccolo schermo, ma comunque godibile e assolutamente da vedere.

All’alba dei tempi, la vita del cavernicolo Dag scorre tranquilla tra mammut lanosi, creature preistoriche e natura incontaminata. Ampio sorriso e chioma leonina, Dag è allo stesso tempo il guerriero più audace e incapace della sua adorabile e bizzarra tribù. Armato di buoni propositi e di una preistorica lancia spuntata, ha finalmente l’occasione di mostrare il suo valore quando un pericolo imminente minaccia di distruggere la sua casa.

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FINAL PORTRAIT: Conferenza stampa con Stanley Tucci

stanley-tucciAttore, regista, sceneggiatore, Stanley Tucci è senza dubbio una personalità poliedrica e affascinante dell’attuale panorama cinematografico. Noto interprete di pellicole hollywoodiane come Hunger Games, Il diavolo veste Prada o Amabili resti [per il quale ha ricevuto una nomination all’Oscar] è tornato dietro la macchina da presa dopo dieci anni d’assenza con il delicato Final Portrait. Biopic intimo e raffinato sull’artista italosvizzero Alberto Giacometti che negli anni 60 s’impose con il suo stile personale e visionario.

Stanley Tucci ha presentato il suo film alla stampa italiana a Roma e noi eravamo lì.

Qui di seguito il nostro report.

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MADE IN ITALY di Luciano Ligabue

Dopo diciotto anni di attesa arriva nelle nostre sale il terzo film da regista del cantante e musicista Luciano Ligabue. Made in Italy, ispirato all’omonimo concept album uscito nel novembre del 2016, ripercorre la storia di proletariato, cambiamento e amore presente nei quattordici brani del disco del rocker emiliano.

I temi sono quelli cari a Ligabue, così come l’ambientazione di provincia e un certo interesse verso gli ultimi. Sono passati tanti anni ma il suo cinema resta immobile, cristallizzato, fermo a quello del suo debutto che, badate bene, resta il punto più alto di questo regista.

Un film nato vecchio che vorrebbe fotografare l’anima candida di questo Paese, presa a schiaffi dai furbi, potenti e padroni, ma che finisce per mostrarsi come un campionario stanco di piccoli – o grandi, fate voi – eventi quotidiani intrisi di retorica e qualunquismo.

Stefano Accorsi è Riko, un uomo di specchiate virtù e comprovata sfortuna: incastrato in un lavoro che non ha scelto, a malapena in grado di mantenere la casa di famiglia. Può contare però su un variegato gruppo di amici, su una moglie che, tra alti e bassi, ama da sempre, e un figlio ambizioso che frequenta l’università.

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BENEDETTA FOLLIA di Carlo Verdone

benedetta folliaC’è uno spettro che aleggia su ogni produzione firmata Carlo Verdone dal 2000 a oggi. Questo spettro non risparmia nessuno e avvolge le menti degli spettatori, dei collaboratori e, naturalmente, dello stesso regista. Per neutralizzare questo spettro si è fatto ricorso a qualsiasi tipo di modernismo tematico e drammaturgico. A idee di cast sprezzanti o più rassicuranti. A preti, disoccupati, separati e perfino a un investigatore privato, ma niente. Lo spettro resta lì a fissarci tutti dritto negli occhi.

Questo spettro è la nostalgia. Nostalgia di ciò che è stato, senza dubbio, di quanto il cinema di Verdone abbia significato per la nostra commedia e – diciamolo pure – per la crescita di molti di noi. Ma anche la nostalgia di non avere più strumenti per cambiare la situazione. Di aver perso l’attimo in cui reinventarsi e provare qualcosa di completamente diverso era possibile. Quando la follia era un’opportunità e rappresentava un veicolo essenziale per fare il cinema. Nulla di tutto questo è più possibile, ahimé. E la follia diventa ordinaria, prevedibile, stanca e benedetta.

Benedetta Follia segue le vicende di Guglielmo, uomo di specchiata virtù e dalla grande fede cristiana, proprietario di un negozio di articoli religiosi e alta moda per vescovi e cardinali. I valori su cui l’uomo ha fondato la sua esistenza crollano all’improvviso quando sua moglie Lidia lo abbandona dopo venticinque anni di matrimonio, proprio nel giorno del loro anniversario.

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THE GREATEST SHOWMAN di Michael Gracey

the-greatest-showmanSulle pagine di questa piattaforma stiamo raccontato da tempo, nostro malgrado, la crisi di idee e di creatività che sta attraversando Hollywood. Remake deludenti, reboot incomprensibili, sequel stanchi e senza alcun valore cinematografico. A questa lista dei disastri produttivi potremmo aggiungere anche la categoria dei biopic, tanto amati dai dirigenti degli Studios e tanto desiderati dalle star che li ritengono progetti propedeutici per il raggiungimento delle agognate statuette dorate.

A conferma di questa tradizione, arriva il giorno di Natale, The Greatest Showman, scellerato e revisionista musical [altra categoria che meriterebbe una riflessione seria] sull’inventore del Freak Show, P.T. Barnum.

Inizio Ottocento. Phineas Taylor Barnum è il figlio di un sarto che muore catapultando il bambino nel buio di un’infanzia dickensiana. Ma P.T. crede nel sogno americano di inventarsi un’identità nobile ritagliata dalla stoffa dei sogni, e il suo amore di gioventù, la dolce Charity, abbandona i privilegi della propria casta per seguire le visioni di quello che diventerà suo marito e il padre delle loro due figlie.

Per Barnum, convinto che ogni progetto debba essere realizzato “cinque volte più grande, e dappertutto”, nulla è abbastanza: non il Museo delle Stranezze che edifica nel centro di Manhattan per lo sgomento – e la curiosità morbosa – dei newyorkesi, non il circo che porta il suo nome in cui si esibiscono la donna barbuta e il gigante irlandese, il nano Tom Thumb e i gemelli siamesi. Perché quando P.T. Barnum “sta arrivando”, lo fa come un ciclone inarrestabile che travolge ogni cosa al suo passaggio: steccati e ipocrisie, ma anche legami e sentimenti.

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