Paolo Gaudio

LEGO BATMAN di Chris McKay

Tra i tanti supereroi passati dalle vignette al grande schermo, Batman è senza dubbio quello più cinematografico. A rende l’Uomo-Pipistrello così adatto alla trasposizione è il suo fare drammatico e oscuro, che lo ha rivelato nel tempo come personaggio combattuto e controverso, custode di aspetti positivi e negativi in egual misura. Se Tim Burton fu il primo a sottolineare questa ambiguità nell’eroe creato da Bob Kane, Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan ne sdoganò definitivamente l’aspetto drammatico che tutti i cinefili sembrano apprezzare tanto. Ed è proprio la serietà di Batman a fornire a Chris McKay terreno fertile per il suo LEGO Batman: parodia del mondo nerd e della cultura pop che sbeffeggia i franchise, divertendo tutti o quasi.

Grandi cambiamenti fervono a Gotham, e se Batman vuole salvare la città dalla scalata ostile del Joker, deve abbandonare il suo spirito di giustiziere solitario, e cercare la collaborazione degli altri e forse imparare a prendersi un po’ meno sul serio.

Dopo il grande successo di LEGO Movie, la casa produttrice dei mattoncini colorati, sembra averci preso gusto e insieme a quelle vecchie volpi dei Fratelli Warner, intraprendono una curiosa strada che gli consentirà, nei prossimi anni, di invadere i cinema di tutto il mondo con prodotti animati dal grande seguito.

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T2 Trainspotting di Danny Boyle

E’ uno dei film più attesi della stagione. Per anni annunciato, poi cancellato, risuscitato e finalmente realizzato. E’ il seguito di un cult movie anni novanta che ha lanciato un regista inglese alla sua seconda opera e un giovane attore di belle speranze. Stiamo parlando, naturalmente, di T2 Trainspotting, seguito del film tratto dal romanzo di Irvine Welsh, diretto da Danny Boyle e interpretato da Ewan McGregor.

20 anni dopo Trainspotting molte cose sono cambiate, ma altrettante sono rimaste le stesse. Mark Renton torna all’unico posto che da sempre chiama casa. Lì ad attenderlo ci sono Spud, Sick Boy e Begbie, insieme ad altre vecchie conoscenze: il dolore, la perdita, la gioia, la vendetta, l’odio, l’amicizia, l’amore, il desiderio, la paura, il rimpianto, l’eroina, l’autodistruzione e la minaccia di morte. Sono tutti in fila per dargli il benvenuto, pronti ad unirsi ai giochi.

In un epoca di remake mascherati da sequel, con ambizioni di reboot, l’idea di un seguito di Trainspotting ha fatto disperare molti. Per anni si è paventata la possibilità di vedere di nuovo Renton e compagni all’opera, adattando Porno, sequel letterario delle avventure tossiche portate sul grande schermo da Boyle. Tuttavia, una serie di sfortunati – o fortunati, dipende dal punto di vista – eventi, hanno impedito che ciò accadesse.

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LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE di Mel Gibson

Dieci anni dopo Apocalypto, Mel Gibson torna dietro la macchina da presa per La Battaglia di Hacksaw Ridge, affascinato dalla storia di Desmond Doss, il primo obiettore di coscienza della storia, che andò in guerra senza prendere in pugno nessun arma. Un film tutto cuore, sangue e memoria storica che riesce a contenere, sintetizzandolo, tutto il cinema del regista australiano, premio Oscar per Braveheart.

1942, il giovane Desmond Doss, obiettore di coscienza per motivi religiosi e figlio di un veterano della Prima Guerra Mondiale, decide di arruolarsi per servire il proprio Paese. Dopo un addestramento duro e a tratti umiliante, viene ufficialmente designato come soccorritore nella cruenta battaglia di Okinawa. Senza mai imbracciare un arma, Doss dimostrerà a tutti di essere un grandissimo eroe salvando la vita a 75 uomini e diventando il primo obiettore insignito della Medaglia d’Onore del Congresso, la più alta onorificenza militare Americana.

Attraverso una struttura classica, lineare ed epica, Gibson si sofferma, ancora una volta, sul ruolo, il valore e la sofferenza del guerriero o, se volete, dell’eroe. Anche ne La Battaglia di Hacksaw Ridge assistiamo alla vicenda di uomo che per seguire i suoi ideali e la sua etica incrollabile, riesce ad affrontare sfide inimmaginabili. E la storia di Desmond Doss, per quanto autentica, appare iperbolica sul grande schermo.

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LA LA LAND di Damien Chazelle

Dopo aver aperto e incantato la 73esima Mostra di Venezia e aver fatto incetta di candidature all’Oscar di quest’anno [ben 14!], arriva sui nostri schermi, l’attesissima ultima fatica dell’enfant prodige Damien Chazelle: La La Land. Un musical di tradizione per il regista di Whiplash che attraverso canzoni, balletti e un’estetica anni ’50, affronta la condizione fragile, dolce e terribilmente commovente di due sognatori, salvati e poi divisi dall’amore. Un film che rapisce e illumina chi osserva, mostrando l’insostenibile leggerezza di chi è giovane e pieno di aspirazioni e desideri. Aspirazioni per le quali sembrano pronti a sopportare qualsiasi frustrazione, ma anche a immolarvi la cosa più bella che hanno mai conosciuto: il loro amore.

La La Land racconta la storia d’amore tra un’attrice e un musicista che si sono trasferiti a Los Angeles in cerca di fortuna. Mia è un’aspirante attrice che, tra un provino e l’altro, serve cappuccini alle star del cinema. Sebastian è un musicista jazz che sbarca il lunario suonando nei piano bar. Dopo alcuni incontri casuali, fra Mia e Sebastian esplode una travolgente passione nutrita dalla condivisione di aspirazioni comuni, da sogni intrecciati e da una complicità fatta di incoraggiamento e sostegno reciproco. Ma quando iniziano ad arrivare i primi successi, i due si dovranno confrontare con delle scelte che metteranno in discussione il loro rapporto. La minaccia più grande sarà rappresentata proprio dai sogni che condividono e dalle loro ambizioni professionali.

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SPLIT di M. Night Shyamalan

“Cosa sta succedendo a M. Night Shyamalan? Cosa dobbiamo aspettarci dopo The Visit? È davvero difficile da immaginare, anche perché a quanto pare il sodalizio con Jason Blum dovrebbe continuare almeno per un altro film. Forse assisteremo al punto più alto della Blumhouse, oppure a quello più basso di M. Night Shyamalan. Con questi interrogativi, si concludeva la nostra review di The Visit, ultimo film scritto e diretto dal regista del Sesto Senso [che potete trovare integralmente qui: http://www.ingenerecinema.com/2015/11/26/the-visit/#more-31420] il quale, sperimentando linguaggi nuovi, appariva allontanarsi dall’idea di cinema che lo avrebbe reso uno dei cineasti più significativi del nuovo millennio. Cosa è successo dopo? Ringraziando il cielo e tutti gli dei dell’Olimpo, Shyamalan è tornato a fare Shyamalan. Abbandonato il found-footage, tanto amato da Blum, il caro e vecchio M. Night, ritorna alle origini – e qui si nasconde un indizio prezioso… badate – con il bellissimo Split. Pellicola tesa, elegante, rigorosa e moderna, che utilizza il Genere per arrivare a scorgere pieghe drammatiche e oscure dell’animo umano.

ATTENZIONE!
Seguono SPOILER. Non continuate a leggere qualora non abbiate già visto il film… per amor del cielo!

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THE FOUNDER di John Lee Hancock

La più grande ossessione del cinema a stelle e strisce è mostrare, raccontare, sfatare o ridimensionare il famigerato “sogno americano”. C’è una vastissima cinematografia a riguardo e una tra le più significative letterature dello scorso secolo. Anche gli europei sembrano nutrire un’insaziabile voglia di credere che esista un paese, dove, soltanto con il talento, la tenacia e passione, si possa ottenere qualsiasi risultato. Persino quello più scontato e desiderato come la ricchezza. Già, i soldi: l’unico valore che con l’incedere del tempo e lo stratificarsi degli anni è rimasto punto fermo e indice del successo personale in Occidente. Il regista John Lee Hancock appare molto interessato nel cogliere l’evoluzione del sogno americano e, dopo The Blind Side e Saving Mr. Banks, torna in sala con The Founder, per raccontare la vera storia della nascita dell’impero che più di qualsiasi altro – più di Disney o di Facebook – rappresenta il successo capitalista.  Vale a dire, McDonald’s.

Si tratta in breve, dell’assurda escalation verso la ricchezza di Ray Kroc, un rappresentante di frullatori americano con poche prospettive che, negli anni 50, imbattutosi in un chiosco di hamburger nel bel mezzo del deserto sud-californiano, ha creato l’impero mondiale della ristorazione “fast food” che noi tutti conosciamo bene. Per ottenere questo risultato, Kroc sarà capace dell’intero campionario di meschinità, squallore e immoralità che solo un capitalista autentico possiede. Froderà i Frattelli McDonald – autori del sistema alla base di questo tipo di ristorazione – ricatterà gli affiliati al franchise, acquistando il terreno sul quale sono costruiti i ristoranti della catena e abbasserà la qualità del prodotto venduto per un maggiore profitto economico.

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ASSASSIN’S CREED di Justin Kurzel

Ci risiamo: ancora una volta Hollywood punta sull’adattamento di un videogioco di successo e perde decisamente la sua scommessa. Stiamo parlando, naturalmente, di Assassin’s Creed, film fortemente voluto dalla 20th Century Fox – tanto da pianificare un sequel, senza fare i conti con l’oste… – e da Micheal Fassbender, che porta sul grande schermo, uno dei fenomeni transmediali più rilevanti degli anni duemila.

Grazie ad una tecnologia rivoluzionaria in grado di sbloccare i ricordi genetici, Callum Lynch sperimenta le avventure di Aguilar, suo antenato della Spagna del XV secolo, scoprendo così di discendere da una misteriosa società segreta, gli Assassini. Accumulando conoscenze ed incredibili abilità, Callum sarà in grado di sfidare una potente e crudele organizzazione Templare dei giorni nostri.

Eppure, bisogna ammetterlo, la major ha provato in tutti i modi a salvare questo progetto dalla maledizione dei videogames al cinema; in fondo, ha ingaggiato un regista estetico e festivaliero come Justin Kurzel, e non si è limitata ad adattare una delle storie già presenti nel gioco, proponendone, bensì, una nuova di zecca [si fa per dire].

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PATERSON di Jim Jarmusch

Nel Natale cinematografico italiano, fatto delle solite commedie, degli immancabili cartoon, e di uno spin-off di grande livello che non ha bisogno di ulteriori presentazioni, trova spazio, inaspettatamente, Paterson, il nuovo gioiello di Jim Jarmusch. Il merito di tale scelta – coraggiosa e rigenerante per il pubblico della sala – è senza dubbio di Cinema, nuova società di distribuzione di un veterano di questo mestiere, Valerio De Paolis.

Paterson vive a Paterson, nel New Jersey, città di poeti – da William Carlos Williams a Allan Ginsberg – che oggi appare in piena decadenza. Trentenne autista di bus, il nostro protagonista, interpretato da Adam Driver, vive una vita metodica accanto a Laura, donna piena di progetti ed entusiasmi, e a Marvin, bulldog inglese. Ogni giorno, Paterson scrive delle poesie su un taccuino segreto da cui non si separa mai. Una settimana nella sua vita, scandita giorno dopo giorno dalle sue abitudini e dalla sua routine, permette al regista di Solo gli amanti sopravvivono, di fare un piccolo capolavoro di semplicità, profondità e poesia. Moltissima poesia. La reiterazione degli eventi e il lento svolgersi della vita fotografato da Jarmusch, riempie il cuore di chi osserva che non può non ingaggiare una forte empatia con questo protagonista. Già, perché questo film, riesce, inquadratura dopo inquadratura, a trasformare ciò che solitamente definiremo come “tempi morti”, in un sentimento dolcissimo e poetico – appunto – che avvicina gli spettatori al giovane autista-poeta.

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RIFF 2016: Intervista a Phedon Papamichael

La 15esima edizione del RIFF, Rome Independent Film Festival, è stata l’occasione, più unica che rara, per incontrare e fare una chiacchierata con uno dei maggiori direttori della fotografia hollywoodiani. Phedon Papamichael, già candidato al premio Oscar per la splendida fotografia in bianco e nero di Nebraska, nella sua lunga carriera ha collaborato con registi del calibro di Wim Wenders, Alexander Payne, Oliver Stone, Judd Apatow, Gabriele Muccino e George Clooney, solo per citarne alcuni. Al RIFF ha presentato il suo primo cortometraggio da regista, A beautiful day e noi c’eravamo.

Qui di seguito la nostra intervista, ma dobbiamo avvertirvi che la formalità e il distacco che di solito si percepisce con personaggi di questo livello, sono svaniti in fretta. Aspettatevi, dunque, una chiacchierata amabile tra due innamorati del cinema che saltano da argomento in argomento, attraversando la malinconia del bianco e nero, la passione per il grandangolo, le nuove tecnologie di proiezione, l’IMAX e perfino Wolverine!

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NIGHTMARES BEFORE CHRISTMAS – 3 Incubi prima di Natale

un-natale-al-sud4Tutto ebbe inizio dieci anni fa, con quello che potremmo definire come lo scisma del cinepanettone, che vide gli indivisibili Massimo Boldi e Christian De Sica prendere strade separate e il vecchio Aurelio De Laurentiis perdere il monopolio della comicità al cinema in Italia. Tale evento, fu salutato con soddisfazione dall’intellighenzia tricolore che registrava l’emancipazione del pubblico da un prodotto cinematografico ripetitivo, volgare e decisamente scollato dalla realtà degli italiani. Tuttavia, nessuno mai si sarebbe immaginato che la natura di questo tipo di cinema fosse poco incline all’estinzione. Infatti, così come l’Idra di Lerna, mostro della mitologia greca al quale l’amputazione di una testa ne faceva ricrescere altre due, anche il cinepanettone si è moltiplicato, proponendo emuli, dissimili e progetti comici che hanno invaso la programmazione delle nostre sale.

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